materiali videomusicali in deliberato disordine
a cura di Paolo Siracusano

Nella prima strofa del noto hit vacanziero Un’estate al mare (1982, F. Battiato e G. Pio), Giuni Russo pronuncia una frase che è insieme una dichiarazione d’amore e di intenti: “Per regalo voglio un harmonizer, con quel trucco che mi sdoppia la voce”.
Il fascino, o il non fascino, della musica sintetica (ma sarebbe meglio definirla musica non prodotta da strumenti tradizionali) è espresso per intero in quella riga fuori contesto.
In genere, tutto ciò che non sia oboe, clavicembalo, ventiquattromilanotealsecondo, arpeggi acrobatici, darfiatoalletrombe e bel canto, viene considerato abbastanza sdegnosamente dai cultori dei medesimi. L’idea di fondo, forse corretta, forse no, è che chi si arrangia con arrangiamenti tecnologici, sia uno o una poco bravo, o meglio uno o una che finge di fare musica, una specie di cialtrone.
A questi argomenti, si potrebbe rispondere proprio con Giuni Russo, qui interprete di Una viperà sarò (dall’album Energie, 1981), in una versione in cui i "fonemi sardi" e le "trifonie dei mongoli" di una delle voci più extraterrestri mai apparse sulla terra sono manipolati e rispettosamente travisati da Caparezza (dall'album Unusual, 2006):
Altra donna dalla voce prodigiosa, Bjork Guomundsdòttir, meglio nota come Bjork, nel fondamentale Debut (1993), sorprende il mondo per l’intreccio delle sue qualità vocali con arrangiamenti elettro-pop, seppure intervallati da più tradizionali incursioni acustiche. Si tratta, in larga parte, di un album di rara gioia e vitalità: prova ne sia la contagiosa Big time sensuality:
Esempio di come un garbuglio di fili e manopole possa mettere, democraticamente, nelle condizioni di suonare anche chi, in ipotesi, non sappia suonare (neutralizzando ogni possibile esoterismo) è il misconosciuto album di Domotic Ask for tiger (2005), da cui è tratto il video, ironico ma anche esplicativo, di I hate you forever:
In tema di odio, doveroso è il riferimento a Iodio dei Bluvertigo (da Acidi e basi, 1995) tra i pochi gruppi italiani a frequentare frequenze analogiche. Il video di Domotic sembra peraltro ispirare il (o essere ispirato dal) video di Lift me up di Moby, dall’album Hotel (2005) di molto successivo, tuttavia, all'album capolavoro del dj newyorkese, Play (1999).
Un particolare incontro tra sonorità elettroniche e melodia (di certo sdegnosamente considerato dai cultori dell’elettronica più ermetica) è invece quello realizzato dai The Notwist nell'album Neon Golden (1997), da cui è tratta Pick up the phone (e che contiene almeno altre tre perle: Pilot, One with the freaks, Consequence):
Può essere di un certo interesse notare che un componente importante della formazione tedesca, Markus Acher, sia membro anche dei Lali Puna, equipaggio ancor più sperimentale, di cui vale la pena segnalare per intero l'album Scary world theory (2001).
Né può essere un caso che la band più importante del pianeta (per la risultante della qualità delle opere e della quantità di estimatori), i Radiohead (con buona pace di BonoVox), abbia dato alla luce due capolavori come Kid A e Amnesiac (2000 e 2001), trasfondendo l’accattivante talento di songwriters (a partire da Pablo Honey, 1992, fino a Ok Computer, 1997), in un prodotto inaggettivabile, e fino ad allora impensabile per tutti.
Da Kid A, ecco questa febbrile versione live di Idioteque:
In Italia, tutto invece comincia e finisce con la metafisica molto concreta (e l’indimenticabile look) di Franco Battiato, che esegue qui, durante il Patriots tour (1981), la primordiale e avanguardistica Sequenze e Frequenze (da Sulle corde di Aries, 1973):
(continua)
rapsodie (1) - about the cosmos
rapsodie (2) - angeli su Berlino
rapsodie (3) - via da Berlino
rapsodie (4) - litri e litri di corallo
rapsodie (5) - elettrochoc
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a cura di Paolo Siracusano

Un posto lontanissimo da Berlino è il fondo del mare.
Vi scende, in uno degli album più importanti della storia (Rock Bottom, 1974), Robert Wyatt. Cade tre volte Robert: ubriaco da un balcone durante una festa, al centro dell’amore per Alfreda Benge, sua attuale compagna, e nelle profondità dell’acqua.
Wyatt era stato fondatore dei Soft Machine (che hanno realizzato, per gli estimatori, il fondamentale Third, 1970, un avvicinamento tra jazz e rock dalla parte del rock, abbastanza speculare a quello tentato, dalla parte del jazz, da Miles Davis con Bitches Brew, sempre nel 1970) e dei Matching Mole. Dice oggi che la sua vita, a partire da quella caduta, che lo ha costretto a un’immobilità parziale, è decisamente migliorata.
Rock Bottom è un disco che segna il passaggio tra due cicli di vite, l’abbandono dello sperimentalismo che travolge le forme, l’approdo a una forma che non rinuncia a nessuno sperimentalismo.
Primo capitolo di questa irripetibile discesa, nell’amore, nel mare e nelle possibilità di una canzone è, appunto, Sea Song (qui in una recente realizzazione live con Annie Whitehead):
Con una certa plausibilità, si è sostenuto che se si dovessero mettere 5 dischi in una sonda spaziale, in rappresentanza del genere umano, uno di questi sarebbe Creuza de mä (1984) di Fabrizio De Andrè.
Come è noto, De Andrè scelse il genovese come idioma sintetico di ogni lingua mediterranea, collegando tutti i popoli di costa attraverso una rete di suoni e simboli che si è rivelata essere perfetta metafora del mare.
Prova della sua ecletticità è invece questa collaborazione occitana con i Troubaires de Coumboscuro, Mis amour (reperibile nell'album del gruppo piemontese, A toun souléi, 1995):
In labirinti di grotte di corallo (in labyrinths of coral caves) scendono invece i Pink Floyd con Echoes (da Meddle, 1971), qui eseguita da David Gilmour e, soprattutto, da Richard Wright, in una delle sue ultime esibizioni:
La produzione memorabile dei Pink Floyd è sterminata, e sarebbe ingiusto tacere le prodigiose qualità liriche e compositive di Roger Waters (meno riconosciute le ultime, senza considerare però che Animals, 1977, e The Wall, 1979, gli appartengono quasi interamente anche sotto il profilo musicale).
Per averne un esempio, basti ascoltare Brain Damage (da The dark side of the moon, 1973), qui in una sorprendente versione acustica:
A partire dalla scissione (1983, The final cut), per cantare la parte di Waters nella famosissima Comfortably numb, Gilmour si è avvalso, tra gli altri (Wright, Bowie, Geldof), anche di Robert Wyatt.
Nell'ultimo album di Wyatt, Comicopera (2007), si trova invece la cover di questa canzone dei CSI, Del mondo (da Ko de mondo, 1994):
È una delle poche che Giovanni Lindo Ferretti ancora esegue. È, dunque, insieme, la testimonianza di un momento storico irripetibile (la nascita, crescita e fine dei CSI) e un prezioso filo conduttore per provare a comprendere la figura di Ferretti, oggi molto controversa.
Iniziato a scendere con Sea Song, Robert Wyatt, sempre in Rock Bottom, raggiunge la profondità assoluta con la coppia di canzoni Alifib/Alifie (entrambe racchiudono il diminutivo di Alfreda Benge).
Il suono delle parole sotto il mare non è più quello che siamo abituati a sentire: il senso sembra disperdersi, eppure, forse, è la canzone d’amore che usa le parole più appropriate e più vere.
Ecco Alifib (di cui esiste una cover, di Saro Cosentino, Morgan e Franco Battiato nell’album tributo The different you, 1998) in una versione live minima e immensa:
R: “Not nit not nit no not
Nit nit foley bololey
Alifi my larder
Alifi my larder
I can't forsake you or
Forsqueak you
Alifi my larder
Alifi my larder
Confiscate or make you
Late you you
Alifi my larder Alifi my larder
Not nit not nit no not
Nit nit foley bololey
Burlybunch, the water mole
Hellyplop and fingerhole
Not a wossit bundy, see ?
For jangle and bojangle
Trip trip
Pip pippy pippy pip pip landerim
Alifi my larder
Alifi my larder
(continua)
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Da Berlino transita anche David Bowie e, con lui, il rock che sarebbe stato dopo. La cosiddetta trilogia berlinese è composta da Low (1977), Heroes (1977), Lodger (1979). Ma, già nel 1973, nel concept-album Berlin, Lou Reed ambienta disfacimenti coniugali in un interno. Molti lo considerano il suo capolavoro, ben più dell’icon(oclast)a Transformer, di appena un anno precedente.
Ecco Berlin, in versione live con John Cale dei Velvet Underground:
Lou Reed (con altri, tra cui Diamanda Galas e Franco Battiato) sostiene che Antony Hegarty (leader del gruppo newyorkese Antony and the Johnsons) sia un genio e ascoltarlo un’esperienza indimenticabile.
C’è da credergli, per come interpreta la sua Frankenstein (da Hope there's someone, EP 2005, adattata in italiano da Franco Battiato col titolo Del suo veloce volo, e cantata in duetto con lo stesso Antony in Fleurs 2, 2008):
Nel 2007, Reed torna metaforicamente a Berlino, nel documentario/concerto Berlin di Julian Schnabel. Tra i musicisti coinvolti nel progetto, Antony Hegarty.
Lou Reed, visibilmente commosso, ha centomila rughe: provoca deferenza nelle sequoie, mentre Antony è inarrivabile quando sussurra: what do you think I’d see/if I could walk away from me. Da The Velvet Underground (1969), Candy Says:
A Berlino tornano, dopo esservi nati da CCCP, Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti, per terminare, con un aspro litigio (e con CoDex, nel 2000), il loro sodalizio. Di qualche anno prima è invece Nessuno fece nulla, dei CSI, (rintracciabile in Noi non ci saremo, vol. II, 2002).
Ai loro albori, i CCCP li salmodiavano in Live in Pankow (Ortodossia, 1984, poi in Live in Punkow, 1996): per andare, e tornare, via da Berlino, il treno dei Kraftwerk è forse l’unico possibile (da Trans Europe Express, 1977):
(continua)
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Dal cielo si può, con una certa facilità, arrivare a Berlino.
Lo dimostrano gli angeli di Wim Wenders ne Il cielo sopra Berlino (1987).
Capitano in un club dove Nick Cave e i Bad Seeds eseguono due delle loro composizioni più apocalittiche: The Carny (da Your funeral, my trial, 1986) e From her to eternity (da From her to eternity, 1984):
Il chitarrista dal volto allucinato è Blixa Bargeld, degli Einstürzende Neubauten.
L’incontro con Nick Cave lascia tracce nella produzione degli E.N., senz’altro sotto il profilo di un avvicinamento alla forma canzone. Il collage espressionistico di arnesi e teatro d’avanguardia, caratterizzante la loro musica industriale degli anni ottanta, si trattiene con gli anni in produzioni sempre più misurate.
Nagorny Karabach (da Alles Wieder Offen, 2007) ne è un esempio:
D’altra parte, l’incedere lamieristico degli E.N., veicolato da Bargeld, offre a Cave una struttura ritmica per arginare le sue tumultuose litanie. Tra queste, ineguagliabile per potenza espressiva, The Mercy Seat (da Tender Prey, 1988).
La sedia della misericordia è, nell’immaginario di Cave, tanto il trono divino, quanto la sedia dell’esecuzione capitale. Into the mercy seat I climb:
Un’abitudine diffusa, quando si parla di musica leggera, consiste nel dire “non è più quello di una volta”. Forse non è un male, se Blixa Bargeld, per non essere più quello di una volta, ha potuto cantare Stella Maris (da Ende Neu, 1996) in compagnia di Meret Becker:
Meret Becker, sempre in tema di Berlino, è d'altra parte la cantante che ospita la voce dell’angelo BonoVox nel video di Stay (Faraway, so close), dall’album Zooropa (1993):
Anche Nick Cave intreccia duetti memorabili: Henry Lee con Polly Jean Harvey e Where the wild roses grow con Kylie Minogue (entrambi in Murder Ballads, 1996). Ecco la Harvey, alter-ego femminile - e tormentato amore - di Cave, in Henry Lee:
Altra diffusa abitudine è quella di imputare alla cover di non essere come l’originale (ma dai). Diversamente testamentaria, più composta, ma non per questo meno significativa, The Mercy Seat è ripresa nel 2000 da Johnny Cash (American III: Solitary Man):
(continua)
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Il teatro, come sanno i suoi cinque sporadici lettori, mette in scena solitamente senza preamboli, prelevando frammenti dal vasto disordine dei suoi amori. Tuttavia, l'eccezionalità dell’occasione necessita una nota preventiva.
La ‘rapsodia’ che segue, prima di una serie innumerabile (forse saranno poche, forse decine, forse chissà), è nata da un incontro ritrovato e dalla casualità (casualità?) che si nasconde nelle pieghe morbide della corrispondenza elettronica. Gli accostamenti musicali (forse casuali forse no) e l’ironia con cui sono raccontati sono un regalo del mio amico Paolo Siracusano.
Succede di scambiarsi idee e racconti, con gli amici.
E succede di pensare, poi, che quelle idee meritino di essere condivise.
Ai miei cinque lettori, buona lettura, buon ascolto, buona visione.

Da dove cominciare?
Il cosmo mi sembra un buon trampolino di lancio.
Più o meno coeva a 2001 Odissea nello Spazio è Space Oddity (1969) di David Bowie:
La musica pop crea un personaggio (Major Tom) che esiste solo nello spazio cosmico ed esiste solo in quanto vi si perda. Complici gli acidi lisergici e l'estetica anni '70, le manopole dei mixer sono i tasti di comando dell'astronave che esce dal controllo del “ground control”.
Molti anni dopo, Bowie canterà Ashes to Ashes [1980, dall’album Scary Monsters (and Super Creeps)], in cui seppellisce e rinnega la sua maschera, causa, come spesso accade per le maschere, di fraintendimenti suoi (e di qui la rabbia: “you'd better not mess with Major Tom”) e degli altri (e di qui la dolcezza e la compassione):
Bowie-pagliaccio richiama involontariamente la marionetta di Totò in Totò a colori, mentre in alcuni fotogrammi si scorgono anticipazioni di Matrix. A suo modo apocalittica la scena finale in cui Bowie parla con la mamma sulla spiaggia.
Come si possa poi passare dallo spazio cosmico a Carmen Consoli, è domanda da porre a Natalie Merchant (evidente ispiratrice - nello stile del canto - della cantantessa catanese), qui impegnata in una struggente cover di Space Oddity (1999):
Nondimeno, Bowie David, molti anni dopo ancora, nello spazio vi torna, grazie alle tecniche e agli strumenti offerti dagli anni '90. L'album è Outside (1995), in cui il personaggio creato (complici le magie di Brian Eno) è una specie di detective, Nathan Adler, precipitato in un incubo cronenberghiano di carne e macchine.
Ancora una volta, lo spazio è isolamento e perdita dell'innocenza.
Ecco qui la rilettura di Hello Spaceboy dei Pet Shop Boys (1997, che citano di nuovo Space Oddity):
Già nel 1991, d’altra parte, la voce algida e quasi computerizzata dei Pet Shop Boys smitizza e forse rivalorizza Where the streets have no name degli U2 (1987, dall’album The Joshua Tree), epica ma ormai forse retorica nella versione originale, mischiandola a Can't take my eyes off you (1967) celebre hit della dance americana:
2008: alle prese con la tecnica del mash-up, gli italiani La Differenza danno una versione epocale - forse epocale è troppo, forse no - di Bandiera Bianca (1981, Franco Battiato, dall’album La voce del padrone), sulle note di Precious dei Depeche Mode (2005, dall’album Play the Angel):
(continua)
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