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I sogni del mattino: quando i sogni delle dieci del mattino, Cosa mi dice il sogno mattutino? Aiuto, avanza la solitudine! Non importa se so che l’ho voluta, come un re. Nel sonno, in me, un bambino muto si spaventa, Addio, dignità, nel sogno, sia pur mattutino! Il biancore del sole, su tutto, Ho voluto la mia solitudine. E, intanto, sono solo. […] È giunta l’ora dell’esilio, E io invece - come nel sogno - […] Così mi desto, Ma quel qualcosa di «bianco» Di quel biancore fu il sole vero, Su quei muretti, su quelle strade, E su tutto, lo sventolio, |
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Pier Paolo Pasolini [l'immagine è un concept di Michele Porsia e Alessandro Melis per il 25 aprile 2006] |

IV
AL PRINCIPE
Se torna il sole, se discende la sera,
se la notte ha un sapore di notti future,
se un pomeriggio di pioggia sembra tornare
da tempi troppo amati e mai avuti del tutto,
io non sono più felice, né di goderne né di soffrirne:
non sento più, davanti a me, tutta la vita...
Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
ore e ore di solitudine sono il solo modo
perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono
vizio, libertà, per dare stile al caos.
Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte
che viene avanti, al tramonto della gioventù.
Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano
che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.
* * *
XII
A UN PAPA
Pochi giorni prima che tu morissi, la morte
aveva messo gli occhi su un tuo coetaneo:
a vent'anni, tu eri studente, lui manovale,
tu nobile, ricco, lui un ragazzaccio plebeo:
ma gli stessi giorni hanno dorato su voi
la vecchia Roma, che stava tornando così nuova.
Ho veduto le sue spoglie, povero Zucchetto.
Girava di notte ubriaco, intorno ai Mercati,
e un tram che veniva da San Paolo l'ha travolto
e trascinato un pezzo pei binari tra i platani:
per qualche ora restò lì, sotto le ruote:
un po' di gente si radunò intorno a guardarlo,
in silenzio: era tardi, c'erano pochi passanti.
Uno degli uomini che esistono perchè esisti tu,
un vecchio poliziotto sbracato come un guappo,
a chi s'accostava troppo gridava: «Fuori dai coglioni!»
Poi venne l'automobile d'un ospedale a caricarlo:
la gente se ne andò, restò qualche brandello qua e là,
e la padrona di un bar notturno, più avanti,
che lo conosceva, disse a un nuovo venuto
che Zucchetto era andato sotto un tram, era finito.
Pochi giorni dopo finivi tu: Zucchetto era uno
della tua grande greggia romana ed umana,
un povero ubriacone, senza famiglia e senza letto,
che girava di notte, vivendo chissà come.
Tu non ne sapevi niente: come non sapevi niente
di altri mille e mille cristi come lui.
Forse io sono feroce a chiedermi per che ragione
la gente come Zucchetto fosse indegna del tuo amore.
Ci sono posti infami, dove madri e bambini
vivono in una polvere antica, in un fango d'altre epoche.
Proprio non lontano da dove tu sei vissuto,
in vista della bella cupola di San Pietro,
c'è uno di questi posti, il Gelsomino...
Un monte tagliato a metà da una cava, e sotto,
tra una marana e una fila di nuovi palazzi,
un mucchio di misere costruzioni, non case ma porcili.
Bastava soltanto un tuo gesto, una parola,
perché quei tuoi figli avessero una casa:
tu non hai fatto un gesto, non hai detto una parola.
Non ti si chiedeva di perdonare Marx! Un'onda
immensa che si rifrange da millenni di vita
ti separava da lui, dalla sua religione:
ma nella tua religione non si parla di pietà?
Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato,
davanti ai tuoi occhi, son vissuti in stabbi e porcili.
Lo sapevi, peccare non significa fare il male:
non fare il bene, questo significa peccare.
Quanto bene tu potevi fare! E non l'hai fatto:
non c'è stato un peccatore più grande di te.
Pier Paolo Pasolini
da Umiliato e offeso. Epigrammi (1958)
in La religione del mio tempo, Milano, 1961
[con dedica ai liceali di Sassari]

Non perdona!
C’era un’anima, tra quelle che ancora
dovevano scendere nella vita
- tante, e tutte uguali, povere anime -
un’anima, in cui nella luce degli occhi castani,
nel modesto ciuffo pettinato da un’idea materna
della bellezza maschile,
ardeva il desiderio di morire.
La vide subito, colui
che non perdona.
La prese, la chiamò vicino a sé,
e, come un artigiano,
lassù nei mondi che precedono la vita,
le impose le mani sul capo
e pronunciò la maledizione.
Era un’anima candida e pulita,
come un ragazzetto alla prima comunione,
saggio della saggezza dei suoi dieci anni,
vestito di bianco, di una stoffa
scelta dall’idea materna della grazia maschile,
con negli occhi tiepidi il desiderio di morire.
Ah, la vide subito, colui
che non perdona.
Vide l’infinita capacità di obbedire
e l’infinita capacità di ribellarsi:
la chiamò a sé, e operò su lei
- che lo guardava fiduciosa
come un agnello guarda il suo giusto carnefice -
la consacrazione a rovescio, mentre
nel suo sguardo cadeva
la luce, e saliva un’ombra di pietà.
«Tu scenderai nel mondo,
e sarai candido e gentile, equilibrato e fedele,
avrai un’infinita capacità di obbedire
e un’infinita capacità di ribellarti.
Sarai puro.
Perciò ti maledico.»
Vedo ancora il suo sguardo
pieno di pietà - e del leggero orrore
che si prova per colui che la incute,
- lo sguardo con cui si segue
chi va, senza saperlo, a morire,
e, per una necessità che domina chi sa e chi non sa,
non gli si dice nulla -
vedo ancora il suo sguardo,
mentre mi allontanavo
- dall’Eternità - verso la mia culla.

Che io possa esser dannato
se non ti amo.
E se così non fosse
non capirei più niente.
Tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo... così.
Ah, ma l'erba soavemente delicata
di un profumo che dà gli spasimi
Ah, ah! Tu non fossi mai nata!
Tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo... così.
Il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso.
Perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta.
Ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura con l'udito.
E tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo... così.
Che cosa sono le nuvole (Pasolini-Modugno), 1967
* * *
(tra parentesi, il teatro consiglia vivamente l'ascolto,
e suggerisce, qui sotto, la versione degli Avion Travel, realizzata nel 1997)
Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto, con altri scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in italia una decina di anni fa. […].
Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e sfolgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta.)
Quel «qualcosa» che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque «scomparsa delle lucciole». […]
Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a «tempi nuovi», ma a una nuova epoca della storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono divenuti in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l’avevo amata: sia al di fuori degli schemi di potere (anzi, in opposizione disperata ad essi), sia al di fuori degli schemi populistici e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque «coi miei sensi» il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino ad una irreversibile degradazione. […]
Inoltre, i nostri potenti continuano imperterriti i loro sproloqui incomprensibili: in cui galleggiano i flatus vocis delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono delle maschere. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio d’ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto.
La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c’è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé.
Come siamo giunti a questo vuoto? O, meglio, «come ci sono giunti gli uomini di potere»?
La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere sono passati dalla «fase delle lucciole» alla «fase della scomparsa delle lucciole» senza accorgersene. […] Non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una «normale» evoluzione, ma stava cambiando radicalmente natura. […] Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient’altro che il luttuoso doppiopetto. […]
Di tale «potere reale» noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali «forme» esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che lo hanno preso per una semplice «modernizzazione di tecniche». Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola.
Pier Paolo Pasolini
Il vuoto del potere in Italia, «Corriere della sera», 1° febbraio 1975
ora in Scritti Corsari, Garzanti, 1990, pp. 128-134