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SISIFO ALTROVE

La Poesia e lo Spirito - Alessandro Melis
Alcune poesie pubblicate da
Giovanni Nuscis su
La Poesia e lo Spirito

Via delle Belle Donne - Alessandro Melis
Un omaggio a Jacques Tati
pubblicato da Rita Bonomo su
Via delle Belle Donne

PAROLE PER SISIFO

Bisogna immaginare Sisifo felice.
(Albert Camus)

L'unica cosa che valga la pena di fare, oggi, è l'essere moderni.
(Oscar Wilde)

Nulla è pericoloso quanto l'essere troppo moderni. Si rischia di diventare improvvisamente fuori moda.
(Oscar Wilde)

La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero; è la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza.
(Albert Einstein)

Sono una persona profondamente superficiale.
(Andy Warhol)

Non posso continuare. Devo continuare.
(Samuel Beckett)

La ragione spinta all'estremo è stoltezza; viltà in germoglio diventa, sbocciando, crudeltà; l'eccesso di verità è il contrario del sapere.
(Henrik Ibsen)

RASSEGNA STAMPA

(con didascalie
per la lettura)


Dov'è la Vita
che abbiamo perso
con la vita?
Dov'è la saggezza
che abbiamo perso
con la conoscenza?
Dov'è la conoscenza
che abbiamo perso
con l'informazione?

(T. S. Eliot)




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Le Monde - home page
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Data
Si comincia da qua,
luce di stella morta
giunta da un trapassato presente.
Il suo oggi è lo ieri, luce-salma,
memoria di un oltretomba quotidiano.


Dall'interno
La funzione profilattica
del linguaggio politico
consiste nell'impedire un contatto
diretto tra le cose. Grazie allo
sviluppo di nuovi materiali,
il codice è oramai ridotto a un velo
impercettibie (starei per dire inconsutile),
che fa sentire tutto
dove non passa niente.


Cronache
Quanto vasta è la nostra
capacità di perire! E varia.
Il talento di soccombere
ai grandi deragliamenti in Cocincina
e insieme l'arte di spegnersi
durante i terremoti nel Cipango.
Ovunque l'ecatombe svela quanto
sia vocato alla morte l'uomo-faglia,
la zigzagante linea di
frattura
fra tecnica e natura.


Cronaca nera
La vittima è sempre la stessa,
la serial killed.
Cambiano nomi e volti, non la preda,
l'ininterrottamente strattonata
linea sacrificale
all'orizzonte del sangue.


Economia
Ora parlano i numeri,
c'è poco da scherzare.
Questa specie di orario ferroviario
racconta di convogli che vanno
lontano. Anche blindati,
all'occorrenza, perciò
mettiti da una parte
e salutando con la mano sorridi
mentre passano.
Adesso Sheherazade non può più nulla.


Terza pagina
Schiacciata tra finanza e cinema,
ovattata stanza di un borbottare
filologico, flessuosa fascia d'alghe
danzanti nell'acquario recensorio,
sta, attutito spazio, e, diresti, muto
ostensorio, non fosse pel sussurro
di quelle bollicine che salgono,
espulse sillabe d'ossigeno,
da un motore nascosto,
fontana del respiro,
libro-elica.


Cinema
Grotta di Alì Babà,
biglietto apriti-sesamo,
e lo scrigno di luce si spalanca.
C'è un'ora e mezzo circa,
il tempo di rubare una scena,
una voce o un fotogramma.
Ma presto, ché i ladroni stanno tornando,
i critici,
armati fino ai denti di asterischi
per riappropriarsi del loro bottino.


Sport
Oltre il limite,
oltre le giunture,
il corpo del'atleta si tende
e schizza via
nell'aureola del premio,
nel diagramma del record,
nella cartella clinica
sulla tastiera del giaciglio dove
riposa, Doppio immobile e stregato,
il lettore sportivo.


[Envoi]
Dormi ma senti frinire
remote
le rotative
rotanti nell'oscurità
per dare forma
all'aldiquà.



Valerio Magrelli
da Didascalie per la lettura
di un giornale
(1999)

NOTA

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ex L.62 7/3/2001.
Testi e immagini sono ad esclusivo uso didattico e senza fini di lucro.
Quando non di proprietà di Alessandro Melis, testi e immagini sono pubblicati in solo ossequio alla personale idea di bellezza e di intelligenza del Melis medesimo.
Qualora gli autori non apprezzassero l'omaggio, o fossero contrari alla pubblicazione, sono pregati di comunicarlo alla segreteria del Teatro (alessandromelis@splinder.com).
I testi o le immagini oggetto di disappunto saranno, seppure a malincuore, rimossi.

CAMERA VERDE

(in caotica costruzione)


7 novembre 1913 - 4 gennaio 1960
Il mito di Sisifo (1942)



6 febbraio 1932 - 21 ottobre 1984
I 400 colpi (1959)



4 agosto 1899 - 14 giugno 1986
Finzioni (1944)



18 febbraio 1940 - 11 gennaio 1999
Non al denaro, non all'amore,
nè al cielo (1971)




21 marzo 1938 - 27 gennaio 1967
Mi sono innamorato di te (1962)



1 settembre 1937 - 16 marzo 2002
Quattro diversi modi di morire in versi(1974)



4 ottobre 1895 - 1 febbraio 1966
The cameraman (1928)



16 aprile 1889 - 25 dicembre 1977
Luci della città (1931)



22 giugno 1906 - 27 marzo 2002
A qualcuno piace caldo (1959)



1 giugno 1926 - 5 agosto 1962
A qualcuno piace caldo (1959)



13 aprile 1906 - 22 dicembre 1989
Aspettando Godot (1952)



9 ottobre 1907 - 5 novembre 1982
Mio zio (1958)



8 giugno 1903 - 17 dicembre 1987
Fuochi (1935)



21 febbraio 1903 - 25 ottobre 1976
Esercizi di stile (1947)



15 ottobre 1923 - 19 settembre 1985
Le città invisibili (1972)



5 marzo 1922 - 2 novembre 1975
La religione del mio tempo (1961)



24 maggio 1940 - 28 gennaio 1996
Marmi (1984)



4 aprile 1932 - 29 dicembre 1986
Lo specchio (1975)



9 agosto 1902 - 19 aprile 1975
De profundis (1945)



29 aprile 1863 - 29 aprile 1933
Poesie (1935)



13 giugno 1888 - 30 novembre 1935
Mensagem (1934)



3 luglio 1883 - 3 giugno 1924
Il processo (1925)



25 gennaio 1882 - 28 marzo 1841
Orlando (1928)



3 dicembre 1857 - 3 agosto 1924
Cuore di tenebra (1899)



18 gennaio 1863 - 7 agosto 1938
Il lavoro dell'attore su se stesso (1938)





 

I sogni del mattino: quando
il sole già regna,
in una maturità
che sa solo il venditore ambulante,
che da molte ore cammina per le strade
con una barba di malato
sulle grinze della sua povera gioventù:
quando il sole regna
su reami di verdure già calde, su tende
stanche, su folle
i cui panni sanno già oscuramente di miseria
- e già centinaia di tram sono andati e tornati
per le rotaie dei viali che circondano la città,
inesprimibilmente profumati,

i sogni delle dieci del mattino,
nel dormente, solo,
come un pellegrino nella sua cuccia,
uno sconosciuto cadavere
- appaiono in lucidi caratteri greci,
e, nella semplice sacralità di due tre sillabe,
piene, appunto, del biancore del sole trionfante -
divinano una realtà,
maturata nel profondo e ora già matura, come il sole,
a essere goduta, o a fare paura.

Cosa mi dice il sogno mattutino?
«il mare, con lente ondate, grandiose, di grani azzurri,
si abbatte, lavorando con furore uterino,
irriducibile,
e quasi felice - perché dà felicità
il verificare anche l’atto più atroce del destino -
sgretola la tua isola, che ormai
è ridotta a pochi metri di terra...»

Aiuto, avanza la solitudine!

Non importa se so che l’ho voluta, come un re.

Nel sonno, in me, un bambino muto si spaventa,
e chiede pietà, si affanna a correre ai ripari,
con un’agitazione
che «la virtù dismaga», povera creatura.
Lo atterisce l’idea
di essere solo
come un cadavere in fondo alla terra.

Addio, dignità, nel sogno, sia pur mattutino!
Chi deve piangere piange,
chi deve aggrapparsi alle falde delle vesti altrui,
si aggrappa, e le tira, e le tira,
perché si voltino quelle facce colore del fango,
e lo guardino negli occhi terrorizzati
per informarsi della sua tragedia,
per capire quanto sia spaventoso il suo stato!

Il biancore del sole, su tutto,
come un fantasma che la storia
preme sulle palpebre
col peso dei marmi barocchi o romanici...

Ho voluto la mia solitudine.
Per un processo mostruoso
che forse potrebbe rivelare
solo un sogno fatto dentro un sogno...

E, intanto, sono solo.
Perduto nel passato.
(Perché l’uomo ha un periodo solo, nella sua vita.)

[…]

È giunta l’ora dell’esilio,
forse: l’ora in cui un antico avrebbe dato realtà
alle realtà,
e la solitudine maturata intorno a lui,
avrebbe avuto la forma della solitudine.

E io invece - come nel sogno -
mi accanisco a darmi illusioni, penose,
di lombrico paralizzato da forze incomprensibili:
«ma no! ma no! è solo un sogno!
la realtà
è fuori, nel sole trionfante,
nei viali e nei caffè vuoti,
nella suprema afonia della dieci del mattino,
un giorno come tutti gli altri, con la sua croce!»

[…]

Così mi desto,
ancora una volta:
e mi vesto, mi metto al tavolo di lavoro.
La luce del sole è già più matura,
i venditori ambulanti più lontani,
più acre, nei mercati del mondo, il tepore della verdura,
lungo viali dall’inesprimibile profumo,
sulle sponde di mari, ai piedi di vulcani.
Tutto il mondo è al lavoro, nella sua epoca futura.

Ma quel qualcosa di «bianco»
che a lettere greche
mi presentò, irrevocabile, il sogno conoscitore,
mi rimane addosso - vestito,
al tavolo da lavoro.
Marmo, cera, o calce
nelle palpebre, agli angoli degli occhi:
il biancore gioiosamente romanico,
perdutamente barocco, del sole nel sonno.

Di quel biancore fu il sole vero,
di quel biancore furono i muri delle fabbriche,
di quel biancore
fu la stessa polvere (nei pomeriggi secchi, quando
il giorno prima è un poco piovuto),
di quel biancore furono gli stracci di lana,
le giacchette bige e i calzoni sfilacciati
degli operai
che avrebbero potuto essere ancora partigiani:
di quel biancore
fu la calura della nuova primavera,
oppressa dal ricordo di altre primavere
sepolte da secoli
in quegli stessi sobborghi e paesi,
- e pronte, Dio!,
pronte a rinascere,
su quei muretti, su quelle strade.

Su quei muretti, su quelle strade,
imbevuti di strano profumo,
dove fiorivano rossi nel tepore
i meli, i ciliegi: e il loro colore rosso
aveva una brunitura, come
se fosse immerso in un’aria di caldo temporale,
un rosso quasi marrone, ciliegie come prugne,
pometti come susine, che occhieggiavano,
tra le brune, intense
trame del fogliame, calmo, quasi la primavera
non avesse fretta,
volesse godersi quel tepore in cui fiatava il mondo,
ardente, nella vecchia speranza, d’una nuova speranza.

E su tutto, lo sventolio,
l’umile, pigro sventolio
delle bandiere rosse, Dio!, belle bandiere
degli anni Quaranta!
A sventolare una sull’altra, in una folla di tela
povera, rosseggiante, di un rosso vero,
che traspariva con la fulgida miseria
delle coperte di seta, dei bucati delle famiglie operaie
- e col fuoco delle ciliegie, dei pomi, violetto
per l’umidità, sanguigno per un po’ di sole che lo colpiva,
ardente rosso affastellato e tremante,
nella tenerezza eroica d’un’immortale stagione!

 

Pier Paolo Pasolini
da
Le belle bandiere
in Poesia in forma di Rosa (1964)

[l'immagine è un concept di Michele Porsia e Alessandro Melis per il 25 aprile 2006]


un'idea messa in scena in pasolini pier paolo, appunti partigiani
domenica, 07 giugno 2009 alle ore 13:06

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IV
AL PRINCIPE

                                Se torna il sole, se discende la sera,
                                          se la notte ha un sapore di notti future,
                                se un pomeriggio di pioggia sembra tornare
                                          da tempi troppo amati e mai avuti del tutto,
                                io non sono più felice, né di goderne né di soffrirne:
                                          non sento più, davanti a me, tutta la vita...
                                Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
                                          ore e ore di solitudine sono il solo modo
                                perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono
                                          vizio, libertà, per dare stile al caos.
                                Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte
                                         che viene avanti, al tramonto della gioventù.
                                Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano
                                         che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.

* * *

XII
A UN PAPA

                                Pochi giorni prima che tu morissi, la morte
                                          aveva messo gli occhi su un tuo coetaneo:
                                a vent'anni, tu eri studente, lui manovale,
                                          tu nobile, ricco, lui un ragazzaccio plebeo:
                                ma gli stessi giorni hanno dorato su voi
                                          la vecchia Roma, che stava tornando così nuova.
                                Ho veduto le sue spoglie, povero Zucchetto.
                                          Girava di notte ubriaco, intorno ai Mercati,
                                e un tram che veniva da San Paolo l'ha travolto
                                          e trascinato un pezzo pei binari tra i platani:
                                per qualche ora restò lì, sotto le ruote:
                                          un po' di gente si radunò intorno a guardarlo,
                                in silenzio: era tardi, c'erano pochi passanti.
                                          Uno degli uomini che esistono perchè esisti tu,
                                un vecchio poliziotto sbracato come un guappo,
                                          a chi s'accostava troppo gridava: «Fuori dai coglioni!»
                                Poi venne l'automobile d'un ospedale a caricarlo:
                                          la gente se ne andò, restò qualche brandello qua e là,
                                e la padrona di un bar notturno, più avanti,
                                          che lo conosceva, disse a un nuovo venuto
                                che Zucchetto era andato sotto un tram, era finito.
                                          Pochi giorni dopo finivi tu: Zucchetto era uno
                                della tua grande greggia romana ed umana,
                                          un povero ubriacone, senza famiglia e senza letto,
                                che girava di notte, vivendo chissà come.
                                          Tu non ne sapevi niente: come non sapevi niente
                                di altri mille e mille cristi come lui.
                                          Forse io sono feroce a chiedermi per che ragione
                                la gente come Zucchetto fosse indegna del tuo amore.
                                          Ci sono posti infami, dove madri e bambini
                                vivono in una polvere antica, in un fango d'altre epoche.
                                          Proprio non lontano da dove tu sei vissuto,
                                in vista della bella cupola di San Pietro,
                                          c'è uno di questi posti, il Gelsomino...
                                Un monte tagliato a metà da una cava, e sotto,
                                          tra una marana e una fila di nuovi palazzi,
                                un mucchio di misere costruzioni, non case ma porcili.
                                          Bastava soltanto un tuo gesto, una parola,
                                perché quei tuoi figli avessero una casa:
                                          tu non hai fatto un gesto, non hai detto una parola.
                                Non ti si chiedeva di perdonare Marx! Un'onda
                                          immensa che si rifrange da millenni di vita
                                ti separava da lui, dalla sua religione:
                                          ma nella tua religione non si parla di pietà?
                                Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato,
                                          davanti ai tuoi occhi, son vissuti in stabbi e porcili.
                                Lo sapevi, peccare non significa fare il male:
                                          non fare il bene, questo significa peccare.
                                Quanto bene tu potevi fare! E non l'hai fatto:
                                          non c'è stato un peccatore più grande di te.

 

Pier Paolo Pasolini
da
Umiliato e offeso. Epigrammi (1958)
in La religione del mio tempo, Milano, 1961


un'idea messa in scena in pasolini pier paolo
martedì, 04 novembre 2008 alle ore 01:08

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[con dedica ai liceali di Sassari]

Non perdona!

C’era un’anima, tra quelle che ancora
dovevano scendere nella vita
- tante, e tutte uguali, povere anime -
un’anima, in cui nella luce degli occhi castani,
nel modesto ciuffo pettinato da un’idea materna
della bellezza maschile,
ardeva il desiderio di morire.

La vide subito, colui
che non perdona.

La prese, la chiamò vicino a sé,
e, come un artigiano,
lassù nei mondi che precedono la vita,
le impose le mani sul capo
e pronunciò la maledizione.

Era un’anima candida e pulita,
come un ragazzetto alla prima comunione,
saggio della saggezza dei suoi dieci anni,
vestito di bianco, di una stoffa
scelta dall’idea materna della grazia maschile,
con negli occhi tiepidi il desiderio di morire.

Ah, la vide subito, colui
che non perdona.

Vide l’infinita capacità di obbedire
e l’infinita capacità di ribellarsi:
la chiamò a sé, e operò su lei
- che lo guardava fiduciosa
come un agnello guarda il suo giusto carnefice -
la consacrazione a rovescio, mentre
nel suo sguardo cadeva
la luce, e saliva un’ombra di pietà.

«Tu scenderai nel mondo,
e sarai candido e gentile, equilibrato e fedele,
avrai un’infinita capacità di obbedire
e un’infinita capacità di ribellarti.
Sarai puro.
Perciò ti maledico.»

Vedo ancora il suo sguardo
pieno di pietà - e del leggero orrore
che si prova per colui che la incute,
- lo sguardo con cui si segue
chi va, senza saperlo, a morire,
e, per una necessità che domina chi sa e chi non sa,
non gli si dice nulla -
vedo ancora il suo sguardo,
mentre mi allontanavo
- dall’Eternità - verso la mia culla.


un'idea messa in scena in pasolini pier paolo
mercoledì, 29 ottobre 2008 alle ore 20:06

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Che io possa esser dannato
se non ti amo.
E se così non fosse
non capirei più niente.
Tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo... così.

Ah, ma l'erba soavemente delicata
di un profumo che dà gli spasimi
Ah, ah! Tu non fossi mai nata!
Tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo... così.

Il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso.
Perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta.

Ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura con l'udito.
E tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo... così.


Che cosa sono le nuvole (Pasolini-Modugno), 1967

* * *

(tra parentesi, il teatro consiglia vivamente l'ascolto,
e suggerisce, qui sotto, la versione degli Avion Travel, realizzata nel 1997)



un'idea messa in scena in pasolini pier paolo
domenica, 29 giugno 2008 alle ore 20:27

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Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto, con altri scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in italia una decina di anni fa. […].
Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e sfolgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta.)
Quel «qualcosa» che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque «scomparsa delle lucciole». […]

Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a «tempi nuovi», ma a una nuova epoca della storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono divenuti in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l’avevo amata: sia al di fuori degli schemi di potere (anzi, in opposizione disperata ad essi), sia al di fuori degli schemi populistici e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque «coi miei sensi» il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino ad una irreversibile degradazione. […]
Inoltre, i nostri potenti continuano imperterriti i loro sproloqui incomprensibili: in cui galleggiano i flatus vocis delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono delle maschere. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio d’ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto.

La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c’è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé.
Come siamo giunti a questo vuoto? O, meglio, «come ci sono giunti gli uomini di potere»?
La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere sono passati dalla «fase delle lucciole» alla «fase della scomparsa delle lucciole» senza accorgersene. […] Non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una «normale» evoluzione, ma stava cambiando radicalmente natura. […] Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient’altro che il luttuoso doppiopetto. […]
Di tale «potere reale» noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali «forme» esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che lo hanno preso per una semplice «modernizzazione di tecniche». Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola.

Pier Paolo Pasolini
Il vuoto del potere in Italia, «Corriere della sera», 1° febbraio 1975
ora in Scritti Corsari, Garzanti, 1990, pp. 128-134


un'idea messa in scena in pasolini pier paolo
sabato, 23 febbraio 2008 alle ore 00:14

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