

Portami nel luogo più triste di Lisbona, ho chiesto a una studentessa della capitale portoghese quando si è offerta di farmi girare la città.
Ogni città ha la sua dose di tristezza. [...] La tristezza di Lisbona è la tristezza dell'impero perduto. Questa è la città da cui diversi navigatori salparono alla conquista del mondo. Oggi è una città che conta mezzo milione di abitanti, considerata di secondo ordine in un continente che non domina più il mondo. È questa la tristezza che descrive il grande poeta portoghese Fernando Pessoa: «Aggiustiamo il passato / come si aggiusta un vestito / Nell'inquietudine che la quiete deve portare nelle nostre vite / Quando tutto ciò che facciamo è pensare a ciò / che eravamo, e fuori / c'è solo la notte».
È risaputo che la poesia è la forma espressiva che meglio comunica la tristezza. Quindi non c'è da meravigliarsi che la città più triste d'Europa che io abbia mai visto abbia anche compiuto lo sforzo più donchisciottesco in cui io mi sia imbattuto negli ultimi anni.
A Lisbona ho incontrato un giovane di nome Changuito, che lo scorso novembre ha aperto una libreria che si chiama Poesia Incompleta, interamente dedicata alla poesia. La libreria consta di due stanze e un giardino; nelle due stanze ci sono scaffali pieni di libri di poesia e, dietro i libri, scatoloni pieni di volumi di poesia non catalogati.
Il negozio non vende nessun altro tipo di libri: niente fiction, non fiction, niente cd, niente giochi, caffè, vino, musica dal vivo, nulla, nessun happening. È un negozio che si frequenta solo se si ama la poesia, ci si siede all'interno o nel giardino e si leggono libri che Changuito e la sua fidanzata comprano durante i loro viaggi in giro per il mondo.
Per me una libreria, che si trovi a Bombay, Roma o New York, passa l'esame in base alla sua sezione di poesia. È da quel reparto che si può capire se il proprietario è lì per passione o per avidità di ricchezza. La maggior parte delle grandi catene di librerie americane relegano la poesia nel retro o nel seminterrato del negozio, come se fosse un segreto colpevole. La poesia non porta soldi a nessuno; è un dono. Da questo punto di vista, la libreria di Changuito è un vero tesoro, un concentrato di doni. Mi ha fatto piacere vedere, ad esempio, sul sito Internet del negozio (poesia-incompleta.blogspot.com), il miglior libro di poesia indiana in lingua inglese degli ultimi anni: "Jeuri" di Arun Kolatkar. È la sola libreria interamente dedicata alla poesia che io abbia mai visto.
Ma chi legge poesia di questi tempi? Tutti noi. Ogni volta che ascoltiamo musica pop, ascoltiamo il testo, un'elegante condensazione di esperienza dentro il linguaggio. Dio ci parla esclusivamente in versi. Quando ci rechiamo in chiesa o in una moschea o in un tempio, le scritture che ascoltiamo o gli inni che cantiamo sono tutti scritti in metri. La poesia ci plasma più di quanto immaginiamo e siamo pronti a riconoscere.
La studentessa cui ho dato l'incarico di portarmi nel luogo più triste di Lisbona mi ha accompagnato, com'era prevedibile, in un piccolo ristorante dove suonano il fado, quella musica esclusivamente triste che parla di perdita. Ma la libreria Poesia Incompleta è un luogo ancora più triste - e non intendo una tristezza nel senso tragico del termine. Il negozio è pieno di saudade, la tristezza nostalgica - quella che lo scrittore turco Orhan Pamuk chiama "huzun", o malinconia, «uno stato d'animo che in definitiva afferma e nega la vita contemporaneamente». Quando ci penso ora, l'impresa impossibile di Changuito nel centro di quella dolorosa città, mi rende inesplicabilmente felice.
Suketu Mehta
(L'Espresso, 25 giugno 2009)
traduzione di Rosalba Fruscalzo

C'è chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l'etimologia. Altri invece pensano che la parola provenga dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L'incertezza delle due interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che né coll'una né coll'altra si riesce a dare un preciso senso alla parola.
Naturalmente nessuno si darebbe la pena di studiare la questione, se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. Sembra, dapprima, una specie di rocchetto da refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo; si tratta però soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra loro e di qualità e colore più diversi. Non è soltanto un rocchetto, perchè dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi ad angolo retto un'altra. Per mezzo di quest'ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall'altra, quest'arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che quest'oggetto abbia avuto un tempo una qualche forma razionale e che ora si sia rotto. Ma non sembra che sia così; almeno non se ne ha alcun indizio; in nessun punto si vedono aggiunte o rotture, che dian appiglio a una simile supposizione; l'insieme appare privo di senso ma, a suo modo, completo. E non c'è del resto da aggiungere qualche notizia più precisa, poichè l'Odradek è mobilissimo e non si lascia prendere.
Si trattiene a volta a volta nei solai, per le scale, nei corridoi o nell'atrio. A volte scompare per mesi interi; probabilmente si è trasferito in altre case; ma ritorna poi infallibilmente in casa nostra.
A volte, uscendo di casa, a vederlo così appoggiato alla ringhiera della scala, viene voglia di rivolgergli la parola. Naturalmente non gli si possono rivolgere domande difficili, lo si tratta piuttosto - e la sua minuscola consistenza ci spinge da sola a farlo - come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek» risponde lui. «E dove abiti?» «Non ho fissa dimora» dice allora ridendo; ma è una risata come la può emetter solo un essere privo di polmoni. È un suono simile al frusciar di foglie cadute. E qui la conversazione di solito è finita. Del resto anche queste risposte non sempre si ottengono; spesso se ne sta a lungo silenzioso, come il legno di cui sembra fatto.
E mi domando invano cosa avverrà di lui. Può morire? Tutto quel che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività e in conseguenza di ciò si è logorato; ma non è questo il caso di Odradek. Potrebbe dunque darsi che un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l'idea ch'egli possa anche soppravvivermi quasi mi addolora.
Franz Kafka, Il cruccio del padre di famiglia
in Un medico di campagna (1914-1917)
trad. it. di Ervino Pocar
l'immagine è un quadro di Carmen Cicero,
Odradek (1959), olio su tela (Collection of the Guggenheim Museum).

L' alpinismo non ce lo fa fare nessuno. Viene da sé, un formicolio alle dita in vista di una montagna, una parete di roccia, ghiaccio, neve. Scatena attrazione, fa accostare.
Non è stato sempre così, anzi per la gran parte del tempo assegnato l'umanità ha scansato le montagne. Erano ostacoli da aggirare o da scavalcare nel punto più accessibile. I popoli che abitavano sotto le catene montuose non le scalavano, anzi se le proibivano dichiarandole dimore degli dei. Dall'Olimpo dei Greci alle immensità himalaiane: lassù ci stavano loro, i poteri superiori da ammansire con riti e sacrifici.
La violazione di quei domicili da parte di noi bipedi senz'ali è recente. Succede con la fine della geografia. Quando tutte le superfici del pianeta erano state scoperte e misurate, non restava altro terreno di esplorazione. E quelle? Si chiesero i geografi a rischio di licenziamento. Quelle erano le montagne. La prima salita al Monte Bianco precede di poco la rivoluzione francese. L' alpinismo inizia come ultimo paragrafo della geografia. Mette i piedi sopra una cima per la prima volta, ci pianta uno straccio di bandiera nazionale: non più per possesso come succedeva con una isola sconosciuta, ma solo per traguardo raggiunto. Inizia la corsa alle cime e ce ne sono ancora di inviolate, ma si capisce presto che la vetta è un pretesto. Gli alpinisti si accaniscono in gara per salire la montagna dai versanti difficili. Non conta più la sommità, ma il grado di difficoltà della scalata.
Karl Unterkircher, alpinista totale, va ad aprire nel 2007 una via nuova sulla cima inviolata dello Jasemba in Himalaia, insieme al grande Hans Kammerlander. Quest'anno è andato a tentare sul Nanga Parbat, 8125 metri, una via nuova sopra un versante vergine. Vuole passare dove nessuno prima. Karl Unterkircher muore per la migliore causa dell'alpinismo, realizzare una primizia. E' questo il morso che ha spostato i limiti e le possibilità.
Dal mio angolo stretto di praticante di scalate, la via nuova non mi attrae. Non sono nato in montagna, non ho diritto di natura a essere lì. Sono uno di passaggio sulla grandiosità di una parete a picco. Non mi sento autorizzato a piantare un chiodo, a fare quel rumore di martello che spetta a un proprietario. Uso i chiodi piantati da altri, cerco di non fare rumore, sono un ospite. Ho scelto in età adulta le montagne come esercizio preferito. Askesis in greco è una pratica. Solo più tardi diventa ascesi. L'alpinismo non lo è.
Mi piace percorrere scalate inaugurate da altri, mettere le falangi su appigli usati prima di me da quelli che si sono sporti sul medesimo vuoto. Mi fa stare dentro la scia di una cordata innumerevole. In montagna riesco a sbirciare il mondo come era prima dell'irruzione della nostra specie. Riesco a sbirciare come sarà, dopo la nostra necessaria estinzione. E' un paesaggio inabitabile e finalmente libero da proprietà privata. Nessuno compra un ghiacciaio, una parete nord, una cima spellata dai fulmini. Si sta in montagna da passanti di superficie senza un lasciapassare, che può essere ritirato in ogni punto. Una valanga, un temporale, un vento, una nebbia, sbarrano il passaggio. Nessuno è garantito mentre scala una parete, anzi è esposto, indifeso, minuscolo sul corpo dell'immenso. E' una buona lezione circa le proprie misure.
Ci sono alpinisti che vanno su con il sentimento di avvicinarsi a qualche identità superiore. Ho il sentimento opposto, scalo per allontanarmi dal fitto, dal denso del nostro abitare. Scalo per dare spalle a tutto e mettere la faccia a pochi centimetri dal suolo della parete. Scalo per stare dentro una nuvola, farmi lavare la testa dalla sorgente della neve. Scalo per sbucare oltre la nuvola e asciugarmi al più personale sole. Mio traguardo non è la cima, ma il ritorno alla base. La cima è la metà del viaggio e un vicolo cieco. Da lì non si può proseguire, aggiungere altri gesti di salita. Da lì si deve scendere, disfare i passi come scucire un abito.
Il gusto del nostro gioco è di servire a niente. Nel tempo in cui ogni mossa deve rispondere a un profitto, a un tornaconto, il nostro gioco è opposto. Infine non vuole lasciare tracce. I nostri passi lassù sono ricoperti da altra neve, spazzati dalle raffiche. Ho sentito dire a Nives Meroi, la più forte alpinista di ogni tempo, che le danno disgusto le orme degli astronauti sulla luna, perché in mancanza di vento restano indelebili.
Erri De Luca
la Repubblica, 22 luglio 2008