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SISIFO ALTROVE

La Poesia e lo Spirito - Alessandro Melis
Alcune poesie pubblicate da
Giovanni Nuscis su
La Poesia e lo Spirito

Via delle Belle Donne - Alessandro Melis
Un omaggio a Jacques Tati
pubblicato da Rita Bonomo su
Via delle Belle Donne

PAROLE PER SISIFO

Bisogna immaginare Sisifo felice.
(Albert Camus)

L'unica cosa che valga la pena di fare, oggi, è l'essere moderni.
(Oscar Wilde)

Nulla è pericoloso quanto l'essere troppo moderni. Si rischia di diventare improvvisamente fuori moda.
(Oscar Wilde)

La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero; è la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza.
(Albert Einstein)

Sono una persona profondamente superficiale.
(Andy Warhol)

Non posso continuare. Devo continuare.
(Samuel Beckett)

La ragione spinta all'estremo è stoltezza; viltà in germoglio diventa, sbocciando, crudeltà; l'eccesso di verità è il contrario del sapere.
(Henrik Ibsen)

RASSEGNA STAMPA

(con didascalie
per la lettura)


Dov'è la Vita
che abbiamo perso
con la vita?
Dov'è la saggezza
che abbiamo perso
con la conoscenza?
Dov'è la conoscenza
che abbiamo perso
con l'informazione?

(T. S. Eliot)




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Data
Si comincia da qua,
luce di stella morta
giunta da un trapassato presente.
Il suo oggi è lo ieri, luce-salma,
memoria di un oltretomba quotidiano.


Dall'interno
La funzione profilattica
del linguaggio politico
consiste nell'impedire un contatto
diretto tra le cose. Grazie allo
sviluppo di nuovi materiali,
il codice è oramai ridotto a un velo
impercettibie (starei per dire inconsutile),
che fa sentire tutto
dove non passa niente.


Cronache
Quanto vasta è la nostra
capacità di perire! E varia.
Il talento di soccombere
ai grandi deragliamenti in Cocincina
e insieme l'arte di spegnersi
durante i terremoti nel Cipango.
Ovunque l'ecatombe svela quanto
sia vocato alla morte l'uomo-faglia,
la zigzagante linea di
frattura
fra tecnica e natura.


Cronaca nera
La vittima è sempre la stessa,
la serial killed.
Cambiano nomi e volti, non la preda,
l'ininterrottamente strattonata
linea sacrificale
all'orizzonte del sangue.


Economia
Ora parlano i numeri,
c'è poco da scherzare.
Questa specie di orario ferroviario
racconta di convogli che vanno
lontano. Anche blindati,
all'occorrenza, perciò
mettiti da una parte
e salutando con la mano sorridi
mentre passano.
Adesso Sheherazade non può più nulla.


Terza pagina
Schiacciata tra finanza e cinema,
ovattata stanza di un borbottare
filologico, flessuosa fascia d'alghe
danzanti nell'acquario recensorio,
sta, attutito spazio, e, diresti, muto
ostensorio, non fosse pel sussurro
di quelle bollicine che salgono,
espulse sillabe d'ossigeno,
da un motore nascosto,
fontana del respiro,
libro-elica.


Cinema
Grotta di Alì Babà,
biglietto apriti-sesamo,
e lo scrigno di luce si spalanca.
C'è un'ora e mezzo circa,
il tempo di rubare una scena,
una voce o un fotogramma.
Ma presto, ché i ladroni stanno tornando,
i critici,
armati fino ai denti di asterischi
per riappropriarsi del loro bottino.


Sport
Oltre il limite,
oltre le giunture,
il corpo del'atleta si tende
e schizza via
nell'aureola del premio,
nel diagramma del record,
nella cartella clinica
sulla tastiera del giaciglio dove
riposa, Doppio immobile e stregato,
il lettore sportivo.


[Envoi]
Dormi ma senti frinire
remote
le rotative
rotanti nell'oscurità
per dare forma
all'aldiquà.



Valerio Magrelli
da Didascalie per la lettura
di un giornale
(1999)

NOTA

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ex L.62 7/3/2001.
Testi e immagini sono ad esclusivo uso didattico e senza fini di lucro.
Quando non di proprietà di Alessandro Melis, testi e immagini sono pubblicati in solo ossequio alla personale idea di bellezza e di intelligenza del Melis medesimo.
Qualora gli autori non apprezzassero l'omaggio, o fossero contrari alla pubblicazione, sono pregati di comunicarlo alla segreteria del Teatro (alessandromelis@splinder.com).
I testi o le immagini oggetto di disappunto saranno, seppure a malincuore, rimossi.

CAMERA VERDE

(in caotica costruzione)


7 novembre 1913 - 4 gennaio 1960
Il mito di Sisifo (1942)



6 febbraio 1932 - 21 ottobre 1984
I 400 colpi (1959)



4 agosto 1899 - 14 giugno 1986
Finzioni (1944)



18 febbraio 1940 - 11 gennaio 1999
Non al denaro, non all'amore,
nè al cielo (1971)




21 marzo 1938 - 27 gennaio 1967
Mi sono innamorato di te (1962)



1 settembre 1937 - 16 marzo 2002
Quattro diversi modi di morire in versi(1974)



4 ottobre 1895 - 1 febbraio 1966
The cameraman (1928)



16 aprile 1889 - 25 dicembre 1977
Luci della città (1931)



22 giugno 1906 - 27 marzo 2002
A qualcuno piace caldo (1959)



1 giugno 1926 - 5 agosto 1962
A qualcuno piace caldo (1959)



13 aprile 1906 - 22 dicembre 1989
Aspettando Godot (1952)



9 ottobre 1907 - 5 novembre 1982
Mio zio (1958)



8 giugno 1903 - 17 dicembre 1987
Fuochi (1935)



21 febbraio 1903 - 25 ottobre 1976
Esercizi di stile (1947)



15 ottobre 1923 - 19 settembre 1985
Le città invisibili (1972)



5 marzo 1922 - 2 novembre 1975
La religione del mio tempo (1961)



24 maggio 1940 - 28 gennaio 1996
Marmi (1984)



4 aprile 1932 - 29 dicembre 1986
Lo specchio (1975)



9 agosto 1902 - 19 aprile 1975
De profundis (1945)



29 aprile 1863 - 29 aprile 1933
Poesie (1935)



13 giugno 1888 - 30 novembre 1935
Mensagem (1934)



3 luglio 1883 - 3 giugno 1924
Il processo (1925)



25 gennaio 1882 - 28 marzo 1841
Orlando (1928)



3 dicembre 1857 - 3 agosto 1924
Cuore di tenebra (1899)



18 gennaio 1863 - 7 agosto 1938
Il lavoro dell'attore su se stesso (1938)





17 maggio 2009
Giornata mondiale contro l'omofobia

Pierre Seel nasce ad Haguenau, una città della francese Alsazia, troppo, troppo vicina alla Germania, il 16 agosto del 1923. La sua è una tranquilla famiglia cattolica. Nessuno ha mai sentito parlare di lui, fino al 1982.
Gli uomini come Pierre Seel devono vivere così. Ci si nasconde, si tace. Si vive a verità condizionata. Finché un giorno accade qualcosa.
“Qualcosa” fu, per Pierre Seel, sentire il suo vescovo, il vescovo di Strasburgo, pronunciare una frase che lo consegnava, con tutta la porpora, l’anello e il pastorale, agli annali della storia della vergogna: “gli omosessuali sono dei malati”, scandì il vescovo Elchinger in una imprecisata mattina, o pomeriggio, o sera di esatta compiaciuta idiozia.
Allora non ci si può più nascondere, forse questo ha pensato Pierre Seel.
Allora arriva il momento del grido, composto certo, ma che si senta.
Nel 1982 esce nelle librerie francesi l’autobiografia “Io, Pierre Seel. Deportato omosessuale”, subito tradotta in tedesco e in inglese con il significativo sottotitolo “La liberazione era per gli altri.”

La storia di Pierre Seel incomincia da un orologio rubato.
È il 1939, Pierre ha 16 anni. Denuncia il furto. Dove è avvenuto il fatto? Chiede il commissario. Pierre risponde.
Non possiamo esserne certi, ma non è difficile ipotizzare una smorfia  nel volto dell’uomo di legge. Il parco dove l’orologio si perde, dove il tempo si ferma, è noto in città come luogo d'incontro omosessuale. L’uomo di legge deve fare il suo dovere. E il nome di Pierre entra in uno schedario. La burocrazia, questa temibile sorellastra del destino.
La Francia è invasa, l’Alsazia è troppo, troppo vicina alla Germania nazista.
Pierre aderisce alla Resistenza.
Non passano che pochi mesi. Nel 1940, a 17 anni, Pierre è convocato dalla Gestapo. Chissà se qualcuno ha mai ringraziato il commissario per il suo incontenibile zelo.
Pierre, per paura di ritorsioni sulla sua famiglia, si reca al posto di polizia. Viene arrestato, interrogato e torturato, per due settimane:

"Sulle prime pensammo di poter sopportare le violenze, ma in seguito divenne impossibile. La macchina della violenza ebbe una accelerazione. Urtati dalla nostra resistenza, le SS hanno cominciato a strappare le unghie ad alcuni prigionieri. Furiosi hanno divelto le assi su cui ci avevano costretto a stare in ginocchio e le hanno usate per stuprarci. Le budella  straziate. Il sangue è sprizzato dappertutto. Nelle orecchie sento ancora quei gemiti e quelle urla di dolore." [pp. 25-26]

Il 13 maggio del 1941, Pierre Seel e i suoi compagni sono deportati e internati nel campo di concentramento di Schirmek, a 30 chilometri da Strasburgo.

"Privati dei nostri vestiti sporchi, ci furono date le uniformi del campo: camicie simili a quelle di forza e pantaloni di tessuto ruvidissimo. Ho visto un piccolo, misterioso rettangolino blu sulla mia camicia e sul berretto. Era parte di un indecifrabile codice di prigionia conosciuto solo dai nostri carcerieri. Secondo alcuni documenti, che solo alla fine ho potuto controllare, 'blu' stava per 'cattolico' o 'asociale.' In questo campo blu stava anche per omosessuale." [pp. 29-30]

L’orrore.
L’orrore è il paradosso che consente ad un orologio fermo di continuare ad avanzare, meccanico, nel suo insostenibile pulsare. L’orrore dell’ingranaggio che non si ferma, della macchina del male che non sa saziarsi del peggio.

"Intanto passavano giorni, settimane, mesi. Ho trascorso sei mesi, dal maggio al novembre del 1941, in un luogo dove l'orrore e la barbarie erano legge. Ma non ho ancora descritto la prova peggiore che ho subito. E' accaduta durante le prime settimane al campo e ha contribuito più di qualsiasi altra cosa a fare di me un'ombra silenziosa, obbediente fra le altre ombre.
"Un giorno gli altoparlanti ci ordinarono di presentarci immediatamente all'appello. Urla e grida ci spingevano là senza indugi. Circondati dalle SS, abbiamo dovuto formare un quadrato e restare sull'attenti, come facevamo la mattina per l'appello. Il comandante è arrivato con il suo intero staff. Ho pensato che stesse per picchiarci ancora una volta con la sua fede cieca nel Reich, accompagnando il tutto con la solita serie di comandi, insulti e minacce - emulando l'infame atteggiamento del suo capo, Adolf Hitler. Ma la prova in effetti era peggiore: un'esecuzione.
“Due uomini delle SS hanno portato un giovane al centro del quadrato. Inorridito, ho riconosciuto Jo, il ragazzo che amavo, appena diciottenne. Non l'avevo ancora incontrato al campo. Era arrivato prima o dopo di me? Non ci eravamo visti nei giorni che avevano preceduto la mia consegna alla Gestapo.
"Ero gelato dal terrore. Avevo pregato perché non fosse nelle loro liste, sfuggito alle retate, risparmiato dalle loro umiliazioni. E invece era lì di fronte ai miei occhi impotenti, colmi di lacrime. Diversamente da me, non aveva consegnato lettere pericolose, affisso manifesti o firmato dichiarazioni. E tuttavia era stato catturato e adesso stava per morire. Cosa era accaduto? Di cosa lo stavano accusando quei mostri? Nella mia angoscia ho dimenticato completamente la motivazione della sentenza di morte.
"Gli altoparlanti trasmettevano musica classica a volume molto alto mentre le SS gli strappavano i vestiti di dosso lasciandolo nudo e gli ficcavano un secchio in testa. Poi gli hanno aizzato contro i loro feroci Pastori Tedeschi: i cani lo hanno azzannato all'inguine e tra le cosce, e lo hanno sbranato proprio lì di fronte a noi. Le sue grida di dolore erano distorte e amplificate dal secchio sulla testa. Ho sentito il mio corpo irrigidito vacillare, gli occhi sbarrati dall'orrore, le lacrime mi correvano giù irrefrenabili, ho pregato perché la sua potesse essere una morte rapida.
"Da allora è accaduto spesso che mi sia svegliato urlando nel cuore della notte. Per cinquanta anni quella scena è passata e ripassata continuamente nella mia mente.
Non dimenticherò mai il barbaro assassinio del mio amore - davanti ai miei occhi, davanti ai nostri occhi, perché lì c'erano centinaia di testimoni. Perché stanno ancora zitti oggi? Sono tutti morti? E' vero che eravamo fra i più giovani del campo e che è passato molto tempo da quei giorni. Ma sospetto che alcuni preferiscano tacere per sempre, impauriti dal rivangare i ricordi, quell'episodio tra i tanti altri. Quanto a me, dopo decenni di silenzio mi sono deciso a parlare, accusare, testimoniare."
[pp. 42-44]

Però. Però ogni deserto possiede miraggi, ogni abisso una feritoia a cui aggrappare un tentativo di sopravvivenza. Si deve riuscire a tornare, fosse anche solo per conservare in vita, dentro di sé, la fiamma viva di una memoria:

“L'autunno aveva preso il posto dell'estate. La foresta aveva i colori del fuoco intorno a noi. Oltre il filo spinato la natura - potevamo vederlo - sfoggiava generosamente la propria bellezza.  Spesso, mentre fissavo il Vosages, che stava cominciando a diventare bianco per la neve, desideravo che qualcosa accadesse - qualsiasi cosa, non importava quanto terribile, a patto che mettesse fine alla nostra routine di avvilimento e a questo apparato di abusi.
"Qualche volta quando la nebbia mattutina si dissolveva guardavo, insieme agli altri, una statua della Vergine in piedi su una delle torri del castello nella valle, dal lato della montagna. Lo sguardo di diversi prigionieri correva in quella direzione. Non dicevamo nulla, ma so quello che passava per la mia mente, e, senza dubbio, anche in quella dei miei compagni: la sola cosa che avesse ancora senso - tornare a casa, per ritrovare le cose amate, dormire nei nostri letti, nelle nostre stanze. Tornare a casa."
[pp. 45-46]

Non ancora. Trasferito in vari campi di concentramento, Pierre è infine arruolato a forza nell’esercito tedesco: in quanto alsaziano parla correntemente sia il tedesco che il francese. Combatte sul fronte russo. L’orologio fermo non sa fermarsi.
Infine, arriva la Liberazione.
Chiamiamola così, anche se Pierre non si libera della vergogna che il mondo impone, anche se per decenni non riesce a raccontare i motivi reali della sua deportazione, il meccanismo inceppato che lo ha condotto all’inferno del lager.
Pierre, dopo la Liberazione, tace. Si sposa, ha tre figli.
Poi succede “qualcosa”.
Succede l’abbaiare di un nuovo cane, succede che la rabbia non è più contenibile.
E Pierre scrive.
E poi parla, racconta, concede interviste. In una battaglia lunga, per riuscire infine ad ottenere il riconoscimento di deportato omosessuale dallo stato francese.
Dopo anni di dolore silenzioso, dopo gli insulti di un vescovo, essere riconosciuto vittima dell’Olocausto non gli basta più.
Il silenzio non è più sopportabile, se le associazioni di ex-deportati e di partigiani rifiutano di ammettere gli esponenti del movimento di liberazione omosessuale alle cerimonie in memoria delle vittime del nazismo. Se nei giorni della memoria le corone di fiori portate dagli omosessuali vengono distrutte.
Pierre allora parla ancora, racconta, concede interviste. Insiste.
È grazie soprattutto alla sua testimonianza se oggi in Francia gli omosessuali, gli ex deportati e i partigiani ricordano insieme l’orrore.

Pierre Seel è morto a Tolosa il 25 novembre 2005.

"Quando sono in preda all'ira prendo il cappello e la giacca e cammino spavaldo per le strade. Immagino di camminare per cimiteri che non esistono, luoghi di riposo di tutti i morti che turbano la coscienza dei vivi. E mi pare di urlare. Quando accadrà finalmente di veder riconosciuto pubblicamente l'orrore della deportazione Nazista degli omosessuali? Nel mio condominio e nel mio quartiere molta gente mi saluta, gentilmente mi ascoltano e mi chiedono a che punto è il mio caso. Sono grato ed apprezzo il loro appoggio. Ma cosa posso dir loro?
"Quando finisco di vagabondare torno a casa. Quindi accendo la candela che arde continuamente nella mia cucina quando sono solo. Quella fiamma è in memoria di Jo."
[ p. 140]

AM, da notizie web.
I brani dell'autobiografia (tradotti da Marina La Farina) sono tratti da qui.


un'idea messa in scena in con parole mie, seel pierre
domenica, 17 maggio 2009 alle ore 16:17

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Nella piazza delle carni macellate, a mezzanotte,
il sole asciuga ancora le parole sempre
estenuate sempre
preferibili al silenzio,
se il silenzio è superficie strabica di sguardi
se affila i coltelli come specchi
se gli occhi
sono clamori di insulti scorticati.

Sarò sincero, non l’avrei voluto
un gioco che prevedesse anche il duello
di parole coltello al facile massacro
della difficile grazia di un parlare complicato.
Ma se insincero ti è parso il disegno del non volersi incendiare,
falsa la paura di incrinare una parola di cristallo,
allora porterò come un’offerta
le mie ossa cave nella piazza dei pazzi roghi,
e ci soffierò dentro con ogni forza, fino a farne
fragile controcanto dei tuoi fuochi.

Avrò suoni di carminio e di notturno
nell’incertezza folle dell’azzardo,
e sentirò sulla lingua il gusto cieco dell’invasato
che guarda con terrore la vittoria
che desidera amara la disfatta,
non sceglie e continua la sua danza.
Perché non la vorrei questa battaglia, questo spreco
di amore che si esprime nello sputo,
nel mostrarsi le schiene ad unghie chiuse,
nell’urlarsi in silenzio d’abbandono
l’impietoso rifiuto.

Ma poi tramonta il sole, a mezzanotte,
e sulla piazza delle carni macellate
il buio si fa bianco, mentre avvampa
sotto la fiamma ancora poca brace.
Forse è stato ardere non innocuo di rabbie nate altrove.
Forse scheggiarsi di pietre dure
per farsi belle prima di invecchiare.


un'idea messa in scena in con parole mie
mercoledì, 04 febbraio 2009 alle ore 02:47

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8 luglio, sulla nave. Appena partito, desidero già la solitudine. Il ritorno.
Ho guardato un filo di lampadine, un faro che si allontanava. Poi ho visto polpacci. Una sinfonia flaccida di muscoli avvizziti e vene varicose. È così difficile concentrarsi, oggi.
 
* * *
 
 8 luglio 2008, ore 11.08
sulla nave
 
* * *
 
9 luglio, Roma, di sera. “Anche lei è una poetessa”. Io detesto il nome di poeta. La poesia non è contemporanea. 
L’illusione feroce di potersi nascondere. Non c’è niente di originale nell’essere un altro uomo. Siamo dannatamente prevedibili. Tanto vale dir tutto. È disonesto giocare a nascondino col lettore.
Anche perché io non ho lettori.
 
Come è ignara di sé, l’ovvietà.
 
* * *
 
 10 luglio 2008, ore 18.10
Roma, via dei Fori Imperiali
 
* * *
 
Questa mattina ho letto Rebora.
Metto qui qualche verso di brutale perfezione, che ben si adatta al mio stare.
 
forse altrove sei bella, o primavera:
non qui, dove uno sdraia
passi d’argilla e per le reni vuoto
scivola il senso e gonfia la ventraia,
mentre l’anima giace pietra al fondo
d’una gora, e si contrae
l’idea nel tempo che vien già divelto
con nausea intorno alle cose.
Oh, se avvelenati denti
mi saettassero fuor della bocca
per morder cuore e cervello su te,
mentre la gola rugghiasse a sterminio
il terrore del mal che m’infosca
e drizzasser le mani ogni nocca
in artigli selvaggi a squarciare
Dio e i scellerati buoni!
giù gli sguardi con terrore, voi
tronfi bastardi della primavera…
 
da Primavera (Sanguineti, II, pp. 698-700):
 
* * *
 
Il fato di ciascun è dentro al mio,
come nell’occhio lo sguardo;
e, argomentando, tacito m’avvio
per la notte che stringe le cortine
sul lacrimar dell’ombre
per forme indefinite
al flaccido baglior ch’estenuato
da fanale a fanale sbadiglia
in una pausa senza fine.
O stanchi di sognar, oggi dormite:
tutto, domani, ricomincerà.
 
da Sera estiva (Sanguineti, II, p. 702)
 
* * *
 
 10 luglio 2008, ore 16.54
Roma, San Paolo fuori le mura, porticato
 
* * *
 
12 luglio, sulla nave. Ieri in giro per Roma. S. Pietro in Vaticano, un eloquente esempio di basilica pornografica. L’assenza assoluta del sacro. Due turisti giapponesi, alla base di una statua barocca, ne imitavano la postura, per realizzare un simpatico souvenir fotografico del viaggio, versione postmoderna del valore emulativo della santità.
La nervatura michelangiolesca dell’edificio scompare sotto le incrostazioni decorative, allo stesso modo in cui il turismo religioso fa scomparire il sacro, ma non - o non solo - per incrostazione, piuttosto per sostituzione e ridondanza.
La differenza tra il sacro e la religione è la stessa che sussiste tra l’eros e la pornografia: si opera per selezione banalizzante e per ripetizione meccanica.
 
* * *
 
Le tombe dei papi.
La sacra necrofilia.
Cadaveri gossip.
 
* * *
 
"...ti coprirà d'un velo bianco ..."
[11 luglio 2008, ore 14.22. Roma, basilica di San Pietro, da qualche parte]
 
* * *
 
Roma nel caldo. L’inadeguatezza del corpo. Ipotensione e fotofobia.
Eppure intuisco quanto questa luce potrebbe nutrirmi. Il corpo è chiuso, l’identità rattrappita nella concentrazione sublime e perversa di un solo punto.
Un’identità ridotta a supernova di densità immensa. Non sono ancora pronto per l’esplosione, ma sento - mi illudo - che non sia lontana.
 
* * *
 
11 luglio 2008, ore 16.15.
Roma, piazza di Spagna
 
* * *
 
Passeggiata romana. Roma è qui, in questo puttaneggiare del finto sacro sopra le bancarelle: riproduzioni di monumenti in resina, rosari e immaginette dai colori ollivudiani, calendari con giovani preti/topmodel sorridenti, pattume negli angoli dei vicoli, fontane barocche dove la luce assume aure di miracolo, frantumi di cinecittà - la dolce vita vacanze romane - e in mezzo a cumuli informi di ristoranti turistici e negozi di plastiche varie, la bottega di un barbiere, con la sua aria inadeguata e musicale, frammento di Roma vera, fuori scala, fuori misura. Quasi stona, la verità, in mezzo alla finzione del cinema cinema cinema.
Nella bottega del barbiere scompare la Roma smisurata, e la città diviene un divino infinito cigolare di forbici, una ciocca che cade sul pavimento povero di finto marmo, un roco ridere di chissà quale saporosa oscenità.
 
* * *
 
 un barbiere
[11 luglio 2008, ore 17.06, da qualche parte, a Roma]
 
* * *
 
La roma svenduta tra piazzadispagna, fontanaditrevi e piazzanavona, già stadio di Diocleziano. Roma pornografica. Selezione banalizzante e ripetizione meccanica.
Ma poi c'è il pantheon, un altro luogo dove Roma, malgrado tutto, riesce a dirsi, respirata.
In questa macchina per produrre dio, questo marchingegno a metà tra la sfera degli stregoni e l’obiettivo fotografico puntato verso il cielo, dio sorge dalla macchina nel ruolo che più ama: la clownerie sublime dell’artista di varietà. Cilindro e bastone, alla ribalta, sotto l’occhio di bue.
 
* * *
 
 ex machina
[11 luglio 2008, ore 17.13. Roma, pantheon]
 
* * *
 
L’erotismo smisurato della folla d’estate, dell’abito succinto, del corpo esposto all’incanto del desiderio. Non c’è passante che non possa pensarsi come amore. Ovunque l’estasi prepotente della carne: l’abbondanza che non attende altro che traboccare.
 
* * *
 
Un saluto, sull’ultimo vagone della metropolitana.
Lei dentro, lui fuori.
Sono stato lo sguardo di quel saluto, la tristezza carnale del commiato, le dita ostinate nella carezza inadeguata, nel cercare un ultimo sfiorarsi sotto la maglietta, mentre quasi si chiude, a tagliar via, la folle porta meccanica del treno.
 
* * *
 
 10 luglio 2008, ore 16.45.
Roma, san Paolo fuori le mura
 
* * *
 
Ieri l’altro. San Paolo fuorilemura La quiete sacra. Un’austerità resistente. Musica buia. Aria d’incenso. E un canto. Forse qui sopravvive il sacro. Forse resiste, grazie a quel santo crudele, con la spada in pugno, ‘predicatore di verità, dottore delle genti’.
Fuori, sul piazzale, Roma smisura di luce, di colori aggressivi e d’ombre nette.
 
* * *
 
 il re di spade
[10 luglio 2008, ore 16.56. Roma, san Paolo fuori le mura, porticato]
 
* * *
 
Forimperiali, ovvero il fascino della rovina.
Qualcosa resiste della vecchia attrazione (non dirò antica, perché in essa non sopravvive alcunché di poetico), ma è solo nostalgia di ciò che ero. E soprattutto nostalgia di ciò che non sono stato.
 
* * *
 
[Poi il viaggio finisce, e restano gli ultimi frantumi del ricordo. Ho visto navi posate a galleggiare sopra a un bordo, ho visto rubinetti rossi e nodi, un salvagente, una ringhiera bianca, una scialuppa, ho scritto un diario della navigazione in cui la solitudine e gli spazi bianchi tra le parole mi sono sembrati più esatti delle parole stesse, e poi ho visto pane e voci, lanciate a nutrire gabbiani senza grazia. E il volto di un cuoco che chiudeva gli occhi e si voltava, per non vedere la terra dove il viaggio finisce.]
 
* * *
 
 un cuoco
[12 luglio 2008, ore 18.10, sulla nave]
 
* * *
 
Al termine del viaggio, breve nota confusa sull’eros, il sacro, e la rivolta.
 
Il residuo del ricordo è Roma barocca di corpi, statue di carne, agili e perfette, come pronte allo slancio, allo scatto, al volteggio. Macchine muscolari colte nell’attimo che precede la danza, l’urlo liberante, il vorticante scandalo del sesso.
Assurda è l’attrazione che ci chiama ai corpi, assurdo il desiderio bambino di avere ciò che non si può essere: ma ogni atto che ci spinge fuori di noi - ogni vero desiderio - è una mancanza erotica. Per questo il sacro è la più alta forma di erotismo: eros destinato a rimanere desiderio e privazione. Vale a dire nostalgia.
Nostra rivolta monca, urlo dolorante contro la Mente che ci ha voluti individui, manchevoli di tutto, sublime forma di nostalgia, l’eros è l’anima di un impossibile ritorno a tutto ciò che non siamo.
 
 
Testo e foto di A.M.
Roma, 8-12 luglio - Oristano 1 settembre 2008
 
 
 

un'idea messa in scena in viaggi, con parole mie
giovedì, 02 ottobre 2008 alle ore 01:24

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Gino Fantini (25 settembre 1924 - 23 luglio 1944), partigiano, ventenne


E ieri, proprio ieri, è stata la volta del viale di pioppi. Sono venuti alcuni violenti armati di scure e di sega, e hanno cominciato la strage. Mi sono avvicinato, e ho riconosciuto fra essi Brighella, il figlio di Barcarola, che si apprestava a vibrare il primo colpo. «Brighella, gli ho detto timidamente, taglierete soltanto gli alberi vecchi?». Si è voltato verso di me con gli occhi iniettati di sangue: «Non lasceremo neanche una radice», mi ha risposto. Allora sono tornato a casa, ho chiuso le imposte per non sentire lo schianto degli alberi che crollavano, e in memoria di tutti gli uomini che muoiono, di tutte le piante che cadono, di tutte le cose che finiscono, ho riletto il canto del dolore e della speranza: «De Profundis clamavi ad te, Domine».
 
Salvatore Satta


Non so se sono pochi
o troppi vent’anni, per morire
tra i piedi gonfi di una vecchia patria
uccisa tra le grida inascoltate
dei pochi ch’erano rimasti a piangere
sugli ultimi alberi abbattuti.
Vent’anni aveva, o pochi più, zio Pietro,
quando lo ha preso quel vento di mitraglia
da qualche parte, sulle montagne stanche
della Venezia Giulia.
Zio Pietro è morto all’ombra di altri monti
col fazzoletto rosso stretto attorno al collo,
soldato fuggitivo, partigiano.
E io mi illudo che sia stato largo
e caldo, come un abbraccio liberante,
quel suo morire altrove, quello strazio
di carni e di pensieri, rimasti a germogliare
sopra una terra nuova.
Mi illudo che corresse a liberare, a ripulire
dalle muffe e dai vermi i nostri simboli,
che rinascesse in quella folle corsa
di battaglie e inutili dolori
l’Italia liberata, che schiudesse
gli occhi viola di pianto, dopo la notte triste.
 
E se oggi ritornano
i canti marci delle meretrici,
e le vane menzogne, e le rivalse
tardive delle viltà sconfitte,
se oggi tornano a ucciderlo di nuovo,
Zio Pietro io lo salvo
nel cuore lucente di una gemma,
nel nome di mia madre,
e in queste poche povere parole
nude, repubblicane, antifasciste.
  
 
(Alessandro Melis - Firenze, 2 giugno 2005, festa della Repubblica)


* * *

Nota: Tre cose.
Prima cosa. Mia madre si chiama Piera in memoria di zio Pietro, mai tornato. Finchè le persone e le cose possiedono i loro nomi, la memoria non si può ingannare.
Seconda cosa. Non amo la scrittura impegnata, ma vi sono circostanze in cui questa sguaiatezza è, in parte, giustificata. Temo che questi giorni, e i prossimi, appartengano a questo genere di circostanze.
Terza cosa. Questo testo ha tre anni, dunque è antichissimo. Mi sembra terribile che si adatti perfettamente alla cronaca, oggi. Si torna a negare, a rivedere, a confondere. Non cambia niente. Niente cambia, mai.
Ho ceduto all'impegno. Mi perdonino i poeti. Mi detestino, sempre, tutti gli imbecilli.



un'idea messa in scena in con parole mie, appunti partigiani
venerdì, 25 aprile 2008 alle ore 00:00

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L’artista conosce l’origine.
L’ignoto scultore ha visto che la sua opera deve prendere avvio dalla carne. Non lo spaventa l’irrapresentabile dio incarnato. Lo terrorizza non essere all’altezza di quel dolore. L’impensabile orrore di un dio che rinuncia alle altezze, si incarna e muore ha bisogno di sangue, di carne trafitta maciullata illividita. Ha bisogno di un eccesso di supplizio, di una pittura crudele, spinta fino all’estetica del macello. La sola che dia verità alla violenza della morte di dio.
 
Studia i suppliziati. Frequenta gogne, torture, impiccagioni. Analizza le tensioni dei corpi mutili. Visita ospedali e lebbrosari. Apprende i colori delle tumefazioni: ha visto che la sua opera deve prendere avvio dalla carne.
Non lo atterrisce la lezione di anatomia: disseziona cadaveri, contempla cancrene. Il suo deve essere un dio colto un attimo prima del crollo, nell’istante in cui la carne decide di cedere alla chimica, e già s’indovina sulla pelle la sfumatura verde del nulla.
 
Ora ha studiato, si crede pronto. I taccuini colmi di schizzi si ammucchiano ovunque nella bottega immobile. Non ha neppure la forza di scegliere il legno. Comprende che ciò che manca è la visione, l’immedesimazione impossibile nell’Idea che s’inabissa. Quale può essere lo sguardo di un dio che cade? Come si rappresenta la vertigine dell’Alto che s’incarna per morire?

Sfugge l’incognito. Incomincia a scolpire dai piedi. Spavaldi, dichiarati, verticali. Un precipizio abissale. Come se i piedi del Messia si lanciassero dai cieli per conficcarsi sulla terra. E radicare unghie divine come semi dell’albero della vita.
Poi pianta il chiodo con violenza esasperata. Il legno quasi sanguina. Un artista è sempre tentato di vendicarsi di dio. Dipinge con voluttà segreta il sangue livido che cola lungo il piede. Per redimere dio in un’immagine, l’artista deve assumere su di sé ogni peccato del mondo: quel chiodo sarà forse il centro arcano a cui appendere la propria salvezza.

Ama il ginocchio di dio come si concupiscono le carni in vendita. Lo scolpisce con una tenerezza da amante: è impuro baciarlo, ma la lussuria è vizio che l’arte non ignora. Egli desidera il corpo di dio: non ci sarebbe altro motivo per cui scolpirlo. È questo il solo suo modo di genuflettersi. E nessuno si accorgerà che, sotto il panneggio con cui ha protetto il pudore di dio, lui ha saputo immaginarne la forma perfetta del sesso.

È enorme il ventre di dio: la risalita del corpo divino è fuga verticale quanto il mistero della caduta di dio nella carne. Disegnare il corpo di dio - ora chiaramente lo distingue - è il suo modo di ascendere. Solo che lui si arrampica. L’impossibilità di definire le forme del torso divino, l’accontentarsi di una forma muscolare inadeguata sono forse immagini assurdamente perfette della resa di fronte al mistero. Il corpo di dio non si rappresenta.
Il corpo di dio si trafigge, si sanguina.
Apre il costato di dio con un ampio occhio cieco, le cui palpebre semichiuse sanno soltanto fingere una forma di costola. Il terzo occhio di dio piange un’acqua livida di sangue, il cui percorso verticale ribadisce la sua inspiegabile vocazione al precipizio.

Interrompe il lavoro più per debolezza d’intelletto che per fiacchezza di membra. Le braccia non riescono, per rifiuto di dio. L’ostinazione di dio pretende arti inchiodati all’abbraccio del mondo, cifra di un dolore amante, incomprensibile e mutilato.
Le braccia non riescono. Insiste. Combatte con dio. Ma scolpisce soltanto braccia e mani d’uomo inchiodato.
Contempla il proprio fallimento. Non sono quelle le mani di dio. Non sono quelli i ferri che lo inchiodarono a una tortura che fosse anche un dono.
 
Ora ha visto che non può bastarsi. Noi immaginiamo dio a nostra somiglianza. Ciascuno a misura della propria grandezza. A lui non è dato vedere il volto di dio.
Scolpisce, come se piangesse, una cascata furiosa di capelli barbarici, luridi, fradici di sangue. Disegna labbra di viola acceso e denti di smalto. Decide che il naso di dio deve essere lungo e precipite quanto le sconfitte. Nel vibrare sulla fronte il foro per la corona di spine ha forse la visione di un proiettile. Esausto, disegna per ultimi gli occhi, semichiusi sull’orlo di un delirio senile. Cadendo dalla scala che forse lo ha ucciso, scorge che le ali di dio hanno la vertigine di una vecchiaia innumere.
 
 
***
 
Dal suo silenzio dio non sopporta di sé un’immagine incompiuta. Ma ha tempo infinito, inesaurita pazienza. E strumenti che l’arte degli uomini ignora. Attende che il corpo dell’ignoto scultore sia polvere mischiata alla terra. Poi, dio dei tremori, devasta quella terra per potersi specchiare.
Abbatte case e castelli, uccide - ma non se ne avvede - uomini, alberi e bestie. È divina la sua equità: tutto accomuna nella distruzione, non è clemente neppure con le sue chiese. Neppure con sé.


Si amputa. Si strappa le braccia. Solo l’assenza soffre accogliendo. Solo mani caduche possono offrire la carezza mutila che si addice a dio. Solo assenti i chiodi dichiarano la loro muta presenza carnefice.
Si scava le carni. Si adunghia le membra. Misterioso artefice della putrefazione della propria immagine, strappa brandelli di sé.
Si stacca la mandibola. Prende a pugni la terra per il gusto di devastarsi il volto. Perché il dio cadente urli d’un grido inguardabile, come non sostenesse l’indicibile crollo del divenire uomo, e morirne.
Finalmente perdendosi, appeso a quell’unico indicibile chiodo, dio grida l’orrore del proprio sfracello. Si strappa i capelli, con furore di prefica, in lutto di sé.
 
Da sotto le polveri, nel silenzio dei morti, dio contempla il proprio ritratto, finalmente compiuto. Mutilo, decomposto, urlante. A misura di tempi senza resurrezione.
 
 
Nota: I tempi e i luoghi della scrittura non sarebbero necessari: le righe seguenti sono scritte per puro gusto d'incoerenza programmatica.
Il crocifisso di cui qui si dice si trova nel Duomo di Gemona del Friuli, che fu devastato dai terremoti del 6 maggio e del 15 settembre 1976, e che il sisma ha lasciato storto, in piedi a stento su colonne sghembe. Io ci sono entrato ignaro e pieno di noia - avevo in testa pioggia, sonno limaccioso, frantumi di Tagliamento intravisti attraverso i piloni grigi di un’autostrada - ma il crocifisso mi ha costretto ad una attenzione elettrizzata. Alla fine, questa scultura quattrocentesca mutilata è l’unica cosa che ho visto, pensato, fotografato in quel giorno di viaggio, ed è tornata più volte a turbarmi l’immaginazione. Qualcuno, forse, troverà lievemente perverso questo mio rapimento.


Testo e foto di Alessandro Melis
(Gemona del Friuli, 9 agosto 2007
Oristano, 21 marzo 2008)
 
 

un'idea messa in scena in con parole mie
venerdì, 21 marzo 2008 alle ore 20:14

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Il matto a carnevale
 
E va bene, qualcuno dovrà pur dirlo
che il saturnale non è santo
tanto il matto chi l’ascolta
nella città che ignora il pentimento
- salvo nelle notti di luna
se l’ombra bianca ha voce di ululato - ?
 
Ma il matto non è idiota:
c’è una bella differenza
tra il mettere parole in fila a caso
- la rima è vuota, gira, gira la ruota -
e il sentire nelle cose un ordine sgrammaticato
una nota di fondo che risuona
nel mondo, e se nessuno la sente
abbaiare costante nelle cripte della mente
che colpa ne ha il matto?
Ascolta, fedele come il cane
che muore o morirebbe per salvare
chi gli dà il pane.
 
Non mi si parli di maschere a quest’ora:
a quest’ora del mio straparlare è già tanto
se indosso una persona
- laggiù stona una tromba
battono i tamburi
la sabbia è già distesa
la strada è chiusa -
la mia rabbia innalzerebbe castelli
ma l’aria mi pesa,
è tanto tempo che la mia corda è tesa
in attesa del primo nodo della schiena.
 
- Hai mai pensato alla morte? -
chiede la iena,
e me lo soffia sui denti come semi di fiore
il mio orrore.
- ma non con il cervello - aggiunge - con il cuore -
e il cuore mi si stringe, e non mi dice,
come la pupilla
quando mi sbattono in faccia i proiettori
la luce mi ferisce,
il pubblico ride e applaude
e lo spettacolo finisce.
 
Escono
vanno via. Che vadano
a sentire il sudore dei cavalli
e i sospiri delle spade che stuprano le stelle.
Io resto
qualcuno dovrà pur dirlo
che il saturnale non è santo.
Resto dentro la stanza, dentro la camicia
a forzarmi ancora un urlo di preghiera.
Tanto chi mi ascolta?
Sano è non capire
che ogni bugia del matto è vera.



inedito - 2 febbraio 2008



un'idea messa in scena in con parole mie
sabato, 02 febbraio 2008 alle ore 19:20

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Sovviene, in taluni mattini di inesorabile inquietudine, la spaventosa illusione che la vita diurna dell’azione agita sia insonne parentesi tra due pacificati frammenti di esistenza onirica. Sospende il dubbio che la vera dimensione dell’essere umano sia l’orizzontale quiete notturna, e il caos solare irrimediabile incubo. In questi mattini malsani di vita stagnante, il risveglio è momento di famelico abbandono, infinitesimo di distante rinuncia. Oceano puntiforme in equilibrio sul labile confine tra il continente notturno dell’esistere e le regioni assolate del sonno. L’esperienza è per lo più rara, sempre sgradevole, eppure generosa di un’iperumana incoscienza, una sospensione tra veglia e sonno in cui, per un attimo, non siamo.

L’incoscienza di sé è nel lampo del risveglio, anarchico d’ogni legge, non nel sonno. Nella città del sogno ancora siamo, benché padroni d’un’esistenza svincolata, immersa in un’algebra irrazionale di geometrie antieuclidee. Nel fulmineo trascorrere dall’azione sognata, cosciente anche se sommessa a leggi diverse, all’azione agita della coscienza sveglia, per un attimo nessuno dei due codici vige, e noi indoviniamo il nostro nulla dolente. Sulle palpebre cala l’oscurità dell’alba, tramonta la luminosa notte del sogno. La luce affilata apre l’occhio, ferita che sanguina lacrime. Dimentichi dell’ultimo sogno, coscienti d’aver smarrito un mondo, sentiamo tutto il peso del nostro essere mortali. In questi mattini, la luce d’immenso è menzogna.

(da un'inedita impostura)


un'idea messa in scena in con parole mie
giovedì, 24 gennaio 2008 alle ore 23:27

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Epifania
 
Semplice apparire
semplice
mi sono apparso
complicato
perduto
no, non l’ho mai saputo
(dita fra i capelli
e poi un bacio)
 
Un Magio in più
che avanza verso il banco
(- vuoi qualcosa?
- grazie, prendo un whisky…
- con ghiaccio?)
sono stanco
di teste in-coronate
voglio spoglie
regali di un bambino
non nato
destinato
il futuro sarà forse una corona
di spine
o ancora
ancora un’altra statua
di sale?
Forse
se mi voltassi indietro
vedrei bruciare intero il simulacro
di una città di vetro
in uno specchio
che non vedo.
 
Non credo
ma è confuso questo semplice
apparirsi
complicato
non ci sono mai stato
ed una Grotta Buia
non lo so cosa vuol dire
una fessura
cosa vuole
un buco
cosa?
 Io l’ho sempre
saputo
non l’ho detto
mai, ma l’ho pensato
(- è così bello nascondersi
- no, è soltanto comodo un segreto)
 scandalosa
la gioia del vedere
quale cosa
sono
qualcosa
che ancora
non mi suona
ma non stona.
 
È buona la dolcezza che mi appaga
di questo bianco stare
stanco a guardare
isterico
misterico
magnetico attratto da un attrito
di tristezza che mi stride
ma non brucia
ma mi accende
ad un piacere doloroso
bello che pretende
d’esser detto
ritratto
ritrattato
magnetico
attratto
da un attrito
dal guardarti dritto in volto
(dita fra i capelli
e poi un bacio)
e poi bere ancora un goccio.
 
Semplice apparirmi terso
complicato
mi sono apparso.
 
 inedito - Firenze, 6 gennaio 2008
 
 

un'idea messa in scena in con parole mie
martedì, 08 gennaio 2008 alle ore 01:15

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Voce al porcile
 
Ho portato le mie ossa cave di clarino
a vegliare il cadavere dell’anno.
Non ho perduto il conto, ed ho sgranato
intera la paura
nel dieci-nove-otto
ho trangugiato pura la mia attesa, ho atteso il botto
sette-sei-cinque-quattro
ho recitato
il ruolo fino in fondo
fino all’ultimo secondo
scacco matto
tre-due-uno
ancora uno scalino
aprimi la porta, in quante vite è marcio
questo mio sangue di vino?
 
Eccomi sopra al tempo, che combatto
me con me stesso, con le tre parole
che a volte, solo a volte, mi regalo.
E tu, là sotto, che non vedi lacrime,
non pensarlo per te, neppure un attimo,
questo giullare monco del suo meglio.
Come un monaco in chiostro
canto il mio vespro sopra il palcoscenico:
non sono meno solo perché siete
alveare
che ronza ad ignorare
questo mio pianto d’alcool e d’inchiostro
dedicato al silenzio
che San Nicola non mi sa portare.
 
E poi l’anno è venuto, ed è puntuale.
Come ogni anno scoppia ancora un altro carnevale
e s’alza, piano, la piena del voler dimenticare.
Tu versami nel bicchiere una Corona di spine:
se il mio pensare è un pianto che non vedi,
vorrei volermi come tu mi vuoi.
 
Continuo. Non mi fermo. La piazza è levigata.
Come una pugnalata
vi strino due frammenti dal mio inferno,
ma voi, giù nel rumore,
parassiti del mio dolore
non vedete la voce che si scava
una fossa di terra chiara:
se esiste l’Assassino, che mi spari ora
mi decervelli con la Voce in cuore
un suo proiettile d’oro.
 
Ma milioni di belve non fanno un coro.
Cosa altro posso fare?
Cantare un branco natale?
Povere belve al macello, avete ragione:
il piantobar si lasci ai giorni che verranno
sia gioia, per l’ultimo dell’anno!
E allora eseguo esatto il compito d’istrione.
Nascondervi lo scannatoio: questo è scritto
oggi sul mio copione.
Guidarvi al nulla senza mai domarvi
è il dolce morire dell’attore.
 
Che bella serata ch’è stata
che bella serata passata.
Ma, cari parassiti del mio orrore,
io stesso non so dire quanto è nero
l’odio che nutre tutto questo amore.
 
 
inedito - dedicato a V.C.
 
 

un'idea messa in scena in con parole mie
martedì, 01 gennaio 2008 alle ore 14:35

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Vedere. L’istante in cui un possibile senso si svela, un grido silenzioso e insinuante percorre la crepa sottile aperta lungo l'avaria delle certezze, e un sentire freddo e lucente (impassibile, feroce, meticoloso) è un coltello che con rapida calma sminuzza anche le ultime schegge del nostro guardare ormai sfuggito dagli occhi, e ridotto in frantumi.
Inatteso germoglio di idee, come erbe da spremere in farmaco che può essere cura o veleno, l'intuizione è un risveglio, una trappola, un lampo notturno, inevitabile e casuale come i fantasmi del sogno. Ci sorprende nell’inesauribile dubbio di essere sfondo di un pensarsi delle cose, nel sospetto di una nostra sostanziale irrilevanza a un pensiero pensato in e non da noi.
Ogni nostro pensare dovrebbe inquietarci di un’origine che si perde nelle profondità abissali di un io insondabile, in cui l’idea è barbaglio istantaneo, lucida scheggia di ghiaccio, affilata e abbagliante.
E lungo il labirinto della memoria, districato a ritroso, torniamo a quel centro, a quell’algebra che ci giustifica, come se ogni senso ruotasse nell’orbita di un solo istante tagliente.
In attesa del prossimo sogno d'inverno a cui tutto si annoda.

(da un'inedita impostura)


un'idea messa in scena in con parole mie
martedì, 18 dicembre 2007 alle ore 00:47

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