
Volle il compromesso, ma furono in molti a rispondergli no
di Stefano Malatesta
Una volta Enrico Berlinguer ha raccontato a Vittorio Gorresio come nacque l'idea del compromesso storico. Nell'autunno del 1973, il segretario del Pci era rimasto ferito in un incidente automobilistico: immobilizzato nella sua camera da letto leggeva, meditava i casi del Cile, del golpe di Pinochet, faceva paragoni con la situazione italiana. Da queste riflessioni trasse la conclusione che in un paese capitalistico d'Occidente la sinistra, con una risicata maggioranza parlamentare, non sarebbe stata in grado di governare con tranquillità, tanto meno di aprire la strada al socialismo. Ci voleva altro, alleanze più larghe con tutti gli strati e con tutti i ceti che contavano nel paese.
La definizione "compromesso storico" che piacque assai poco a Longo e a numerosi altri dirigenti del Pci, fu ripresa dal "compromesso regio", un' espressione adoperata da Guido Dorso per spiegare il senso ultimo del Risorgimento italiano. Si è variamente disquisito se la strategia del compromesso appartenesse più a Bufalini che a Berlinguer, quando e come abbia influito il gruppo dei cattolici comunisti ispirati da Franco Rodano.
Gli storicisti possono affermare, con buon fondamento, che l'attenzione del Pci verso i cattolici, risale per li rami. Antonio Gramsci, nel 1920, aveva già detto che "in Italia, a Roma c'è il Vaticano, c'è il papa: lo stato liberale ha saputo trovare un sistema di equilibrio con la potenza spirituale della chiesa. Lo stato operaio dovrà anch'esso trovare un sistema di equilibrio". Togliatti, fino dal suo ritorno dall'Urss fece navigare il partito in un'Italia cattolica e borghese, attraverso compromessi ricorrenti. In questo Berlinguer è stato il delfino e l'erede naturale, l'uomo della linea rossa mediana, perchè ce n'erano delle altre. Di suo ha aggiunto una certa tendenza all'austerità, a un cattolicesimo vissuto come sacrificio. Da ragazzo, nel 1947, aveva esortato le giovani comuniste a modellarsi la personalità su Irma Bandiera, (la partigiana) e su Maria Goretti, la santa, secondo la tradizione italiana. Più tardi in qualche maniera difese, anche contro la moglie, cattolica, l'operato di Pio XII durante il fascismo.
Ma il compromesso storico era anche cosa diversa e superiore a una semplice eredità: era un compromesso più compromesso degli altri, il momento, storico appunto, dell'entrata nell' area di governo. E sembrava basarsi su due presupposti: che l'Italia fosse ancora saldamente, profondamente cattolica, come negli anni cinquanta, ai tempi di Togliatti; che la Dc fosse disposta in concreto a quest'alleanza, per lei così innaturale, a una cessione, anche se parziale, dei suoi poteri, a uno svuotamento dall'interno da parte di quello che fino a poco prima era stato il suo primo avversario politico. Il tempo si è incaricato di dimostrare che i due presupposti erano sbagliati o mal concepiti. La vittoria della battaglia per il divorzio, condotta dal Pci con estrema cautela fino all' ultimo momento, rivelò un'Italia diversa da quella immaginata alle Botteghe Oscure. La Dc non si fece svuotare e tenne a distanza i comunisti dai luoghi di potere.
Queste incomprensioni e il fallimento della strategia possono essere ricondotti a numerose cause, a seconda della tecnica storiografica che si adopera. Ma c'è anche una forte componente personale, che risale allo stesso Berlinguer. La battuta di Pajetta, "si iscrisse fin da ragazzo alla direzione del partito", è stata ripetuta infinite volte. Ma contiene un' illuminazione sulla struttura mentale e sulla carriera del segretario del Pci. Berlinguer è entrato nel comitato centrale e nella direzione a 27 anni, è stato segretario giovanile del partito e presidente della gioventù mondiale democratica, ha diretto la sezione organizzativa del Pci, è stato segretario regionale del Lazio e poi vicesegretario e segretario generale. Ma parlamentare solo nel 1968, a 46 anni. Come dire, una vita nel partito, il giovane studioso, capace, paziente, riservato, che piaceva a Togliatti e a Longo, allevato per diventare il massimo dirigente all'interno di quella organizzazione un po' speciale, almeno fino a qualche tempo fa, che era il partito comunista italiano: come un fiore di serra. Molti altri dirigenti, Amendola, Pajetta, più anziani, hanno anche loro vissuto una vita per il partito. Ma insieme a esperienze diverse e traumatiche come il carcere, l'esilio, la resistenza. Berlinguer ha spesso dato a molti l'impressione che fosse un uomo esclusivamente di testa, che calasse dall'alto le sue categorie mentali, elaborate nel suo studio o nella camera da letto: inadeguate per afferrare il grande circo Barnum della realtà italiana. Innumerevoli altri uomini politici, democristiani, socialisti, hanno avuto e continuano ad avere troppo le mani in pasta, fino allo sprofondamento. Lui forse le ha infilate troppo poco. Di qui il senso di austerità, di probità, ma anche di diversità e di anomalia, di segno naturalmente positivo, ma anche negativo. Inoltre queste categorie mentali hanno ovviamente risentito del clima culturale del partito comunista.
Norberto Bobbio ha detto che i comunisti italiani sono socialisti e non lo sanno. Ma quest'essere socialisti è arrivato in ritardo, come in ritardo sono arrivate numerose, giuste scelte che il Pci, guidato da Berlinguer, ha fatto negli ultimi quindici anni. Quando il segretario del Pci, nel giugno 1969, andò a Mosca, quasi un anno dopo l'invasione della Cecoslovacchia, disse di "respingere il concetto che possa esservi un modello di società socialista unico e valido per tutte le situazioni". Era un gesto coraggioso, "nominare il diavolo pluralista nel santuario del dio monolitismo". Ma per i democratici di tutt'Europa, forse poco pensosi della storia del Pci, si trattava di verità lapalissiane, che arrivavano attraverso una marcia troppo lunga. Di nuovo, c'è stato bisogno dello stato di assedio in Polonia per far ricordare a Berlinguer che "una fase si chiude. La spinta propulsiva che ha avuto origine nella Rivoluzione d'Ottobre si è oramai andata esaurendo... è necessario quindi che avanzi un nuovo socialismo fondato sui valori della libertà e della democrazia". Però queste erano cose che diceva Giorgio Amendola nel lontano 1964, quando sulle colonne di "Rinascita" invitava comunisti e socialisti a ridiscutere insieme il proprio passato. Salvo poi ad essere il più duro di tutti e il più "stalinista" nell'accusare e nel far radiare dal partito il gruppo del Manifesto. Se la vittoria "storica" del capitalismo, come oggi spiega "Rinascita", fosse stata avvertita con qualche anticipo, se si fosse fatto qualche convegno in meno sull' operaismo alle Frattocchie e più studi sulle "Joint ventures" e sulle interrelazioni e interdipendenze del mercato occidentale... Ma Berlinguer non è Willi Brandt, e l'Italia non è la Germania o l'Inghilterra, senza nemmeno scomodare Max Weber.
Inoltre, il segretario del Pci, che qualcuno ha descritto come un leader incontrastato, soprattutto dopo la grande vittoria del 20 giugno 1976, ha sempre cercato o dovuto mediare tra le diverse tendenze: prima tra Ingrao e Amendola, poi tra Ingrao e Napolitano, ora tra le variegate posizioni che sono emerse dopo il rilancio dell'alternativa e lo strappo con Mosca. Anche al momento della crisi del Manifesto, Berlinguer cercò di muoversi con delicatezza, di sanare in qualche modo le cause del conflitto: senza successo. Ma mediando mediando, agendo "sull'uno e sull'altro terreno", come ha detto l'anno scorso, al 16 congresso del partito comunista, Berlinguer non sembra essere riuscito a trovare la sintesi, l'idea-forza che trascina. Forse perchè la situazione italiana è quella che è, ingovernabile per definizione, stravolta dagli incoercibili giochi di partito. Forse perchè la mediazione non può esistere e la terza via è solo un'illusione, l'alternativa un miraggio e quelle categorie, di cui si parlava prima, vanno bene per i saggi scritti, non per razionalizzare il Rigoletto continuo che è la realtà italiana.
La Repubblica, 9 giugno 1984
Nota: il teatro vuole ricordare, ma senza agiografie. Ha trovato questo articolo antico, scritto due giorni prima dell'addio, che racconta, ricorda, analizza. E profetizza.
Il teatro ricorda, come si ricordano i momenti dell'infanzia. Le facce svuotate di chi allora si chiamava "compagno". La morte vista e rivista in televisione. Lo sconforto e il lutto.
Oggi tutto è diverso. Oggi tutto è rimasto uguale.
Berlinguer se ne partì di giugno, l'undici, con tutti i suoi sogni e tutti i suoi errori. E noi dove andremo a cercare nuovi sogni, in mezzo a tutti questi orrori?

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I sogni del mattino: quando i sogni delle dieci del mattino, Cosa mi dice il sogno mattutino? Aiuto, avanza la solitudine! Non importa se so che l’ho voluta, come un re. Nel sonno, in me, un bambino muto si spaventa, Addio, dignità, nel sogno, sia pur mattutino! Il biancore del sole, su tutto, Ho voluto la mia solitudine. E, intanto, sono solo. […] È giunta l’ora dell’esilio, E io invece - come nel sogno - […] Così mi desto, Ma quel qualcosa di «bianco» Di quel biancore fu il sole vero, Su quei muretti, su quelle strade, E su tutto, lo sventolio, |
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Pier Paolo Pasolini [l'immagine è un concept di Michele Porsia e Alessandro Melis per il 25 aprile 2006] |
[no, non mi vergogno, di tutta questa irresoluta nostalgia]

Salve, Chicago.
Se lì fuori c'è ancora qualcuno che dubita del fatto che l'America sia il luogo dove ogni cosa è possibile, che si chiede se il sogno dei nostri fondatori sia ancora vivo, che ancora dubita del potere della nostra democrazia, questa notte è la vostra risposta.
È la risposta data dalle code che si sono formate attorno a scuole e chiese, code così numerose mai viste da questa nazione, code di persone che hanno aspettato 3 o 4 ore, alcune per la prima volta nella loro vita, perché hanno creduto che questa volta doveva essere differente, che le loro voci avrebbero potuto fare la differenza.
È la risposta data da giovani e anziani, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, omosessuali, eterosessuali, disabili e non disabili. Americani, che hanno lanciato un messaggio al mondo: non siamo mai stati una mera collezione di individui o una collezione di stati rossi e stati blu.
Siamo, e saremo sempre, gli Stati Uniti d'America.
È la risposta che obbliga chi è stato indotto per troppo tempo ad essere cinico, timoroso, dubbioso su ciò che possiamo ottenere a mettere le proprie mani sull’arco della storia e a tenderlo ancora una volta verso la speranza di un giorno migliore.
C’è voluto molto tempo per tornare, ma stanotte, grazie a ciò che abbiamo fatto in questa data, in queste elezioni in questo momento preciso, il cambiamento è giunto in America. […]
Non dimenticherò mai a chi in realtà appartiene questa vittoria. Appartiene a voi. Appartiene a voi.
Non sono mai stato il candidato appropriato per questo ruolo. Non siamo partiti con molto denaro o approvazione. La nostra campagna non è passata nelle sale di Washington. E' iniziata nei cortili di Des Molines, nei salotti del Concord e tra i portici di Charleston. E' stata portata avanti dalla classe operaia che dava ciò che poteva dei suoi piccoli risparmi: 5 dollari, e 10 dollari, e 20 dollari per la causa.
È cresciuta tra i giovani che hanno rifiutato il mito dell'apatia della loro generazione, che hanno lasciato le loro case e le loro famiglie per lavori che offrivano uno stipendio basso e poche ore di sonno.
È cresciuta tra i meno giovani che coraggiosamente hanno affrontato il freddo pungente e il caldo soffocante per bussare alle porte di perfetti estranei, e tra i milioni di americani che si sono offerti volontari, si sono organizzati e hanno dimostrato che dopo due secoli un governo fatto dal popolo per il popolo non è scomparso dalla faccia della terra.
Questa è la vostra vittoria.

E so che non lo avete fatto solo per vincere un'elezione. E so che non lo avete fatto per me. Lo avete fatto perché capite la gravità del lavoro che c'è da fare. Anche se stanotte festeggiamo, sappiamo che le sfide che ci porterà il domani saranno le più importanti dei nostri tempi: due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria degli ultimi anni.
Anche se stiamo qua stanotte, sappiamo che ci sono Americani coraggiosi che si svegliano nel deserto dell'Iraq e nelle montagne dell'Afghanistan e rischiano le loro vite per noi.
Ci sono genitori che restano svegli dopo che i figli sono andati a letto, e si chiedono con quale denaro potranno estinguere l’ipoteca sulla casa, pagare il conto del dottore, o risparmiare abbastanza per l’istruzione dei figli.
C'è una nuova energia da conquistare, nuovi lavori da creare, nuove scuole da costruire, e placare minacce, ristabilire alleanze.
La strada di fronte a noi sarà lunga. La nostra risalita sarà ripida. Possiamo non arrivarci in un solo anno o in un solo mandato. Ma, America, non sono mai stato così fiducioso come lo sono ora che siamo arrivati fin qui.
Vi prometto, noi, noi come popolo, ci arriveremo. Ci saranno regressi e false partenze. Molti non saranno d'accordo con ogni decisione che prenderò da presidente. E sappiamo che il governo non può risolvere tutti i problemi.
Ma sarò sempre onesto con voi nei riguardi delle sfide che affronteremo. Vi ascolterò, soprattutto quando non saremo d'accordo. E soprattutto, chiedo a voi di unirvi nel ricostruire questa nazione, nel solo modo in cui si è operato in America per 221 anni: ostacolo dopo ostacolo, mattone dopo mattone, mano callosa su mano callosa.
Quello che è iniziato 21 mesi fa nel pieno dell’inverno non può finire in questa notte d’autunno.
La vittoria da sola non è il cambiamento che cerchiamo. E' solo la possibilità per poter mettere in atto quel cambiamento. E non può avvenire se torniamo indietro, sulla vecchia strada. Non può avvenire senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, un nuovo spirito di sacrificio.
E allora mettiamo in atto un nuovo spirito di patriottismo: la responsabilità, per cui ognuno di noi si persuade a darsi da fare, a lavorare ancora più duramente, e ad occuparsi non solo di se stesso, ma degli altri.

E a quegli americani il cui supporto non mi sono guadagnato: non avrò avuto il vostro voto stasera, ma sento le vostre voci. Ho bisogno del vostro aiuto, e sarò anche il vostro presidente.
E a tutti coloro che stanotte ci guardano al di là delle nostre sponde, dai parlamenti e dai palazzi, e a coloro che si accalcano attorno alle radio negli angoli dimenticati del mondo: le nostre storie sono singole, ma il nostro destino è condiviso, e un nuovo inizio della leadership americana è a portata di mano.
E a coloro che vogliono distruggere il mondo: vi sconfiggeremo. E a coloro che cercano pace e sicurezza: vi supporteremo. E a tutti coloro che si sono chiesti se la luce dell'America brilla ancora luminosa: stasera vi abbiamo provato che la vera forza della nostra nazione non è nelle nostre braccia o nell'abbondanza delle nostre risorse, ma nel potere duraturo dei nostri ideali: democrazia, libertà, possibilità e ostinata speranza.
Questo è il vero talento dell’America: che l'America sa cambiare. Che la nostra unione è perfettibile. Ciò che già abbiamo conquistato ci dà la speranza di ciò che possiamo e dobbiamo conquistare domani.
Queste elezioni hanno dentro di sé molti primati e molte storie che verranno raccontate per generazioni. Ma ce n’è una nella mia mente, stasera, e riguarda una donna che ha votato ad Atlanta. È una donna tra gli altri milioni di persone che hanno voluto far sentire la loro voce in queste elezioni, ma con una piccola differenza: Ann Nixon Cooper ha 106 anni.
E' nata una generazione dopo la schiavitù, al tempo in cui non c'erano macchine sulle strade o aerei nel cielo, quando qualcuno come lei non poteva votare per due ragioni: perché era una donna e per il colore della sua pelle.
E stasera penso a tutto ciò che ha visto durante il suo secolo di vita in America: l’angoscia e la speranza, la lotta per la sopravvivenza e il progresso; tutte le volte in cui ci veniva detto che non avremmo potuto farcela, e il popolo che ha insistito con quel suo credo americano: Sì, possiamo.
In un tempo in cui le voci delle donne venivano zittite e le loro speranze ignorate, lei ha vissuto per vedere le donne alzarsi e gridare, e prendere in mano la scheda elettorale. Sì, possiamo
Quando c’era solo disperazione e depressione in tutto il paese, lei vide una nazione vincere la propria paura con il New Deal: nuovi posti di lavoro, un nuovo senso del progetto comune: Sì, possiamo.
Quando le bombe cadevano sui nostri porti e la tirannia minacciava il mondo, lei era lì per testimoniare che una generazione si ergeva verso la grandezza, e la democrazia era salva. Sì, possiamo.
C’era per vedere gli autobus di Montgomery, gli idranti di Birmingham, il corteo di Selma, e un predicatore di Atlanta che disse al suo popolo “We shall overcome”. Sì, possiamo.
Un uomo è andato sulla luna, un muro è caduto a Berlino, un intero mondo è stato interconnesso dalla nostra scienza e dall'immaginazione.
E quest'anno, in queste elezioni, ha messo il suo dito su uno schermo e ha registrato il suo voto, perché dopo 106 anni in America, tra ore buie e tempi migliori, lei sa come l'America può cambiare: Sì, possiamo.

America, siamo andati lontano. Abbiamo visto molto. Ma c’è ancora molto da fare. Perciò stanotte chiediamoci: se i nostri figli vivranno per vedere il prossimo secolo, se le mie figlie saranno così fortunate da vivere quanto Ann Nixon Cooper, quale cambiamento vedranno? Quali progressi avremo compiuto?
Questa è la nostra possibilità per rispondere a quella chiamata. Questo è il nostro momento.
Questo è il nostro tempo, il tempo di rimettere la gente al lavoro, di aprire le porte a possibilità per i nostri figli, di far tornare prosperità e portare avanti la causa della pace; di ribadire il sogno americano e ribadire la nostra verità fondamentale: che tra tanti, noi siamo una cosa unica; che se respiriamo, speriamo.
E dove ci scontriamo con cinismo e dubbi e con coloro che ci dicono che non ce la possiamo fare, noi rispondiamo loro che un credo senza fine crea lo spirito di una nazione: Sì, possiamo.
Grazie a voi, che Dio vi benedica. E che Dio benedica gli Stati Uniti d'America.
Barack Obama
Chicago, 4 novembre 2008
(testo originale raccolto e tradotto da AM)
* * *
Nota: Il teatro è molto, forse troppo, abituato a diffidare. Il teatro ritiene che se si ha carisma e la capacità di scrivere [o farsi scrivere] discorsi che tocchino le giuste corde emotive non sia troppo difficile farsi osannare dalle folle, specie se educate da un secolo abbondante di estetica ollivudiana, vale a dire ottocentesca e romantica. Però.
Però il teatro è rimasto sveglio tutta la notte, vincendo la sua naturale allergia per vespe, mentane e affini, con la coscienza che diceva vai a dormire e la coscienza [una delle altre] che diceva resta, forse stai guardando la storia. Scritta con la s piccola, perchè al teatro ripugnano le maiuscole, sono ollivudiane, vale a dire ottocentesce e romantiche. Dettagli.
Alla fine il teatro è rimasto fino alle sei e mezzo della mattina ad osservare distrattamente il litigio delle sue coscienze, e ad aspettare il discorso che qui sopra riporta. E deve confessare che, malgrado tutte le sue resistenze, su certi passaggi ha avvertito una dolcezza infantile salirgli dallo stomaco agli occhi, a ondate.
Noi europei non capiremo mai fino in fondo perchè ogni politico americano deve parlare così. Semplice, retorico, emotivo. Eppure mai, da questa parte dell'Atlantico, abbiamo sentito scandire con tanta forza parole come sacrificio, responsabilità, speranza. Mi sono commosso, e la mia anima logica non smette di rimproverarmi. Forse era il sonno, le dico. Forse era un sogno.

Quel camion pieno di spranghe
di Curzio Maltese
Aveva l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo de' Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico.
"Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane", sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo de' Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi. Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.
Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di eseere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico, e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. Basta, basta! Andiamo alla polizia!", dicono le professoresse. Seguo il drappello, che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo: "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!", protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti!". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? E' un reato e voi dovete intervenire."

Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede di essere? Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?", mi dice Laura, di Economia. "Vogliono far passare l'equazione studenti uguale facinorosi di sinistra." La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete neanche dov'è il Senato. Mi sembrava una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finchè non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto."
Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "E' contento, eh?", gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso il presidente emerito aveva dato la linea, in un'intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quando ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decia di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene della ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì."

E' quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dallato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano i cordoni di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da Via Agonale. Decido di seguirli, ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".
Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vicequestore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della SApienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra. Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri nn sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti si avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno nè caschi nè bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di Scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.

A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fizccolate, i sit-in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. E' il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo."
Curzio Maltese
La Repubblica, giovedì 30 ottobre 2008
MG
AM
AM
AM
AM
MG
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Nota: Stencil significa, a norma di dizionario Shenker, “stampino, decorazione, marchio”. Maschera negativa, superficie traforata, come certi centrini di carta che ritagliavamo da bambini, gioco di forme, forma di gioco e talvolta d’arte. Si prende un foglio (per esempio di cartoncino, o di polietilene) e si tagliano via alcune sezioni, corrispondenti alle forme che si vogliono stampare. Sull’immagine negativa così ottenuta si applica il pigmento, il colore passa attraverso i buchi, e la forma si impressiona sulla superficie retrostante. Semplice, come ogni invenzione geniale.
Il principale limite dello stencil (ma anche il suo intrinseco fascino di immagine ottenuta con pochi tratti, sintetici e pregnanti) è il fatto che non permette la creazione di figure isolate all'interno dell'immagine: si deve ricorrere infatti all'uso dei cosiddetti ponti, che colleghino la figura isolata al resto della maschera. Ogni stencil permette inoltre di creare un negativo monocromo, quindi per realizzare immagini a più colori è necessaria una maschera per ogni colore, da applicare successivamente e con esattezza sulla stessa superficie.
La tecnica dello stencil, essendo molto economica e veloce, nasce a scopo industriale e militare per identificare e catalogare oggetti, o per produrre cartelli o insegne, e si diffonde anche per uso decorativo, per esempio come ornamento nei muri interni delle abitazioni. Ma oggi lo stencil è soprattutto lo strumento fondamentale della street art, l’arte notturna dei writer, in cui è indispensabile la velocità di esecuzione (essendo spesso questa pratica illegale) oltre alla possibilità di riproduzione pressoché illimitata.
Forma d’arte specificamente urbana, lo stencil si caratterizza per l’espressione sintetica - spesso violentemente ironica - di un’idea, un concetto, un’intuizione sempre caratterizzata da un profondo impegno di sensibilizzazione sociale. Opera d’arte politica per eccellenza, si muove notturna, pronuncia lo scontento, irride il potere. Che la teme, e ovviamente la proibisce. Quasi sempre la distrugge, passandoci sopra una mano di bianco.
Ma gli stencil riappaiono ovunque, dai capolavori dettagliatissimi e policromi realizzati da artisti ormai celebri (è il caso delle splendide opere di Banksy), fino ai modesti stencil monocromi che ormai si scorgono perfino sui muri delle più spente città di provincia. Muri che parlano, ovunque, la lingua amara del disagio, della rabbia e del sarcasmo.
Le foto degli stencil di Lisbona sono di Michele Greco e di Alessandro Melis.

Art. 1.
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 2.
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art. 4.
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Art. 5.
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.
Art. 6.
La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.
Art. 7.
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
Art. 8.
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.
Art. 9.
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Art. 10.
L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.
Art. 11.
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Art. 12
La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.
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Nota
Visto che si deve festeggiare, io metto qui, uno in fila all'altro, i "Principi Fondamentali" con cui si apre la Costituzione Italiana. Così, giusto per sentirne un'altra volta il suono.
Di ognuno mi resta sulla lingua l'amaro malinconico delle parole belle e vuote - lavoro, solidarietà, dignità ed eguaglianza, diritto e dovere, autonomia, minoranza, laicità e pluralismo (non sono scritti così, ma quello vogliono dire), cultura, scienza, natura e arte, accoglienza dello straniero, ripudio della guerra.
La bandiera. Ecco mi sbagliavo, almeno un articolo lo rispettiamo.
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P. S.
«Nella vita di ogni popolo democratico c'è un passaggio assai pericoloso, quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente dell'abitudine alla libertà. Arriva un momento in cui gli uomini non riescono più a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti.
Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell' ordine è già schiava in fondo al cuore e da un momento all' alto può presentarsi l' uomo destinato ad asservirla.
Non è raro vedere pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o distratta e che agiscono in mezzo all'universale immobilità cambiando le leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi.
Non si può fare a meno di rimanere stupefatti di vedere in quali mani indegne possa cadere anche un grande popolo».
Alexis de Tocqueville, La Democrazia in America, 1840
