[no, non mi vergogno, di tutta questa irresoluta nostalgia]
materiali videomusicali in deliberato disordine
a cura di Paolo Siracusano
Il teatro, come sanno i suoi cinque sporadici lettori, mette in scena solitamente senza preamboli, prelevando frammenti dal vasto disordine dei suoi amori. Tuttavia, l'eccezionalità dell’occasione necessita una nota preventiva.
La ‘rapsodia’ che segue, prima di una serie innumerabile (forse saranno poche, forse decine, forse chissà), è nata da un incontro ritrovato e dalla casualità (casualità?) che si nasconde nelle pieghe morbide della corrispondenza elettronica. Gli accostamenti musicali (forse casuali forse no) e l’ironia con cui sono raccontati sono un regalo del mio amico Paolo Siracusano.
Succede di scambiarsi idee e racconti, con gli amici.
E succede di pensare, poi, che quelle idee meritino di essere condivise.
Ai miei cinque lettori, buona lettura, buon ascolto, buona visione.

Da dove cominciare?
Il cosmo mi sembra un buon trampolino di lancio.
Più o meno coeva a 2001 Odissea nello Spazio è Space Oddity (1969) di David Bowie:
La musica pop crea un personaggio (Major Tom) che esiste solo nello spazio cosmico ed esiste solo in quanto vi si perda. Complici gli acidi lisergici e l'estetica anni '70, le manopole dei mixer sono i tasti di comando dell'astronave che esce dal controllo del “ground control”.
Molti anni dopo, Bowie canterà Ashes to Ashes [1980, dall’album Scary Monsters (and Super Creeps)], in cui seppellisce e rinnega la sua maschera, causa, come spesso accade per le maschere, di fraintendimenti suoi (e di qui la rabbia: “you'd better not mess with Major Tom”) e degli altri (e di qui la dolcezza e la compassione):
Bowie-pagliaccio richiama involontariamente la marionetta di Totò in Totò a colori, mentre in alcuni fotogrammi si scorgono anticipazioni di Matrix. A suo modo apocalittica la scena finale in cui Bowie parla con la mamma sulla spiaggia.
Come si possa poi passare dallo spazio cosmico a Carmen Consoli, è domanda da porre a Natalie Merchant (evidente ispiratrice - nello stile del canto - della cantantessa catanese), qui impegnata in una struggente cover di Space Oddity (1999):
Nondimeno, Bowie David, molti anni dopo ancora, nello spazio vi torna, grazie alle tecniche e agli strumenti offerti dagli anni '90. L'album è Outside (1995), in cui il personaggio creato (complici le magie di Brian Eno) è una specie di detective, Nathan Adler, precipitato in un incubo cronenberghiano di carne e macchine.
Ancora una volta, lo spazio è isolamento e perdita dell'innocenza.
Ecco qui la rilettura di Hello Spaceboy dei Pet Shop Boys (1997, che citano di nuovo Space Oddity):
Già nel 1991, d’altra parte, la voce algida e quasi computerizzata dei Pet Shop Boys smitizza e forse rivalorizza Where the streets have no name degli U2 (1987, dall’album The Joshua Tree), epica ma ormai forse retorica nella versione originale, mischiandola a Can't take my eyes off you (1967) celebre hit della dance americana:
2008: alle prese con la tecnica del mash-up, gli italiani La Differenza danno una versione epocale - forse epocale è troppo, forse no - di Bandiera Bianca (1981, Franco Battiato, dall’album La voce del padrone), sulle note di Precious dei Depeche Mode (2005, dall’album Play the Angel):
(continua)
rapsodie (1) - about the cosmos
rapsodie (2) - angeli su Berlino
rapsodie (3) - via da Berlino
rapsodie (4) - litri e litri di corallo
rapsodie (5) - elettrochoc

Programma per una poesia
(Alvaro Mutis, 1952)
parte seconda
Le bestie
Create le bestie! Inventate la loro storia. Affilate i loro grandi artigli. Temperate i loro becchi curvi e tenaci. Date loro un itinerario calcolato e sicuro.
Ah, chi non conserva un bestiario per arricchire determinati momenti e affinché serva come compagnia in futuro!
Estendiamo il dominio delle bestie. Che comincino ad entrare nelle città, che costruiscano il loro rifugio negli edifici bombardati, nelle fogne straripate, nelle torri inutili che commemorano date dimenticate. Entriamo nel regno delle bestie. Dal loro prestigio dipende la nostra vita. Loro apriranno le nostre migliori ferite.
I viaggi
È doveroso lanciarsi alla scoperta di nuove città. Ci attendono razze generose. I pigmei meticolosi. I grassocci e imberbi indiani della selva, asessuati e bianchi come i serpenti delle paludi. Gli abitanti delle piane più alte del mondo, stupiti dinanzi al fremito della neve. I deboli abitanti delle distese ghiacciate. Le guide delle greggi. Coloro che vivono in mezzo al mare da tanti secoli e che nessuno conosce perché viaggiano sempre in direzione contraria alla nostra. Da loro dipende l’ultima goccia di splendore.
Restano ancora da scoprire luoghi importanti della Terra: i grandi condotti da cui respira l’oceano, le spiagge dove muoiono i fiumi che non vanno da nessuna parte, i boschi dove nasce il legno di cui è fatta la gola dei grilli, il posto dove vanno a morire le farfalle scure dalle grandi ali lanute con il colore acre dell’erba secca del peccato.
Bisogna cercare e inventare di nuovo. Resta ancora tempo. Ben poco, è vero, ma è doveroso approfittarne.
Il desiderio
Bisogna inventare una nuova solitudine per il desiderio. Una vasta solitudine di rive esili dove possa spandersi a suo piacimento il suono rauco del desiderio. Apriamo di nuovo tutte le vene del piacere. Che saltino alti gli zampilli, non importa in quale direzione. Nulla è stato ancora fatto. Quando avevamo percorso un tratto, qualcuno si fermò nel cammino per riordinare le sue vesti e tutti si fermarono dietro di lui. Proseguiamo la marcia. Ci sono alvei secchi dove possono ancora scorrere acque magnifiche.
Ricordate le bestie di cui parlavamo. Loro possono aiutarci prima che sia tardi e torni la charanga a intorbidire il cielo con la sua musica stridente.
Fine
Il fischio sordo di un treno che attraversa regioni notturne. Il fumo lento delle fabbriche che sale fino al cielo color mela. Le prime luci che raffreddano stranamente le strade. L’ora in cui si desidera camminare fino a cadere esausti sul bordo della notte. Il viaggiatore sonnolento in cerca di un albergo a buon mercato. I colpi delle finestre che si chiudono con uno strepito di cristalli trattenuti dalla pasta oleosa dell’estate. Un urlo che affoga nella gola lasciando un sapore amaro in bocca molto simile a quello dell’ira o del desiderio intenso. Le lavagne dell’aula con parole oscene che le ombre cancelleranno. Tutta questa crosta vaga del mondo annega la musica che dal cavo profondo della notte sembrava avvicinarsi per immergerci nella sua materia potente.
Nulla accade.

Programma per una poesia
(Alvaro Mutis, 1952)
parte prima
Finita la charanga, i musicisti raccolgono assonnati gli strumenti e approfittano dell’ultima luce del pomeriggio per mettere in ordine i loro spartiti.
Prima di perdersi nell’oscurità delle strade, gli spettatori danno la loro opinione sul concerto. Alcuni si esprimono con deliberata e scrupolosa chiarezza. Si trova chi riferisce della vicenda con un fervore giovanile conservato accuratamente tutto il pomeriggio, per farlo brillare in quel momento con un fuoco d’artificio al crepuscolo. Altri opinano con terribile certezza e convinzione, lasciando tuttavia intravedere nella voce frammenti del grande sipario d’apatia sul quale proiettano tutti i loro gesti, tutte le loro parole.
La piazza resta vuota, immensa nell’oscurità senza rive. L’acqua di una fontana sottolinea l’attesa e l’ansietà che con lenta nitidezza vanno impossessandosi di tutto l’ambiente.
Da lontano si comincia a sentire la musica barbara che si avvicina. Dal cavo più profondo della notte sorge questo suono planetario e ruggente che strappa dal più nascosto dell’anima le radici palpitanti di passioni dimenticate.
Qualcosa inizia.
Programma
Tutto è già stato fatto. Hanno suonato tutte le musiche possibili. Sono stati provati tutti gli strumenti nel loro meschino ruolo di solisti. La grande, disordinata e tiepida notte che ci assale va ricevuta con un canto che abbia molto della sua essenza, intessuto con i fili che si tendono fino alla più esile linea del giorno che muore, con i fili più tesi e lunghi, con i più antichi, con quelli che portano ancora con sé, come i cavi del telegrafo quando piove, il fresco messaggio mattutino ormai dimenticato già da tanto tempo.
Cerchiamo le parole più antiche, le forme più fresche e accurate del linguaggio, con loro va pronunciato l’ultimo atto. Con loro daremo l’addio a un mondo che sprofonda nel caos definitivo ed estraneo del futuro.
Tingiamo tuttavia quelle parole con l’ombra proficua e magnifica del caos. Non del piccolo caos domestico usato sinora per spaventare i poeti-bambini. Non degli incubi ad hoc prodotti in serie per tentare ingenuamente di vaccinarci contro il disordine venturo.
No. Ungiamoci con la specie disordinata in cui ci immergeremo domani.
Come i faraoni, è necessario avere le più belle parole pronte sulle labbra, affinché ci accompagnino nel viaggio attraverso il mondo delle tenebre. Che avrebbero fatto loro con le untuose formule quotidiane in un istante così terribile ed eterno? Le avrebbero soppesate inutilmente ritardando la marcia e spogliandola di grandezza.
Per prevenire qualsiasi possibilità che ciò accada a noi ora, è bene mettere a nudo la vera essenza di alcuni elementi usati fino ad oggi con fiducia eccessiva e racchiusi per fare ciò in formule ingenue che si ripetono nei mercati.
La morte
Non inventiamo le sue acque. Né tentiamo di indovinare goffamente i suoi alvei deliziosi, le sue glorie nascoste. A nulla serve fingere familiarità con lei. Riconduciamola alla sua antica e vera presenza. Veneriamola con le preghiere antiche e torneranno in vista le sue rotte complicate, tornerà a incantarci il suo folto groviglio di città cieche dove il silenzio sviluppa le sue liquide spezie. I grandi uccelli saranno di nuovo presenti sulle nostre teste e le loro ombre fugaci spegneranno soavemente i nostri occhi. Con il volto nudo, la pelle serrata alle ossa fondamentali che sostennero i lineamenti, la fiducia nella morte tornerà per rallegrare i nostri giorni.
L’odio
Di tutte le bende con cui abbiamo tentato di curare le sue ferite facciamo un mucchio sudicio al nostro fianco. Che vibrino le labbra nude della piaga al sole purificatore di mezzogiorno. Che i venti squarcino la pelle e si portino via brandelli del nostro essere nel loro disordinato viaggio tra le distese. Seminiamo l’alto fiore palpitante dell’odio. Spargiamo ai quattro venti il suo seme. Con il raccolto tra le braccia entreremo per le prime porte di porticati bianchi.
Non più le falsificazioni dell’odio: l’odio per l’ingiustizia, l’odio per gli uomini, l’odio per le forme, l’odio per la libertà, non ci hanno consentito di vedere la grande maschera purificatrice dell’odio vero, dell’odio che sigilla i denti e lascia gli occhi fissi nel nulla, dove andremo a perderci un giorno. Lui darà le migliori voci per il canto, le parole che serviranno per sostenere alla sommità la sua architettura perenne.
L’uomo
Della sua goffaggine essenziale, dei suoi gesti vani e consumati, dei suoi desideri equivoci e tenaci, del suo «da nessuna parte», del suo censurato anelito di comunicare, dei suoi viaggi continui e ridicoli, del suo alzare le spalle come una scimmia affamata, del suo riso convenzionale e timoroso, della sua poverissima litania di passioni, dei suoi salti preparati e senza rischio, delle sue viscere tiepide e sterili, di tutta questa piccola armonia domestica, il canto deve fare il proprio motivo principale.
Non temete lo sforzo. Attraverso i secoli c’è chi è riuscito felicemente. Non importa perdersi per quello, diventare estranei, allontanarsi dal cammino e sedersi a guardare il passaggio delle truppe con uno sguardo spesso di alcol. Non importa.