
Taumascopio #01

Taumascopio #02

Taumascopio #03

Taumascopio #04
Il taumascopio è un piccolo tubo con le pareti interne ricoperte di specchietti: guardandoci dentro il mondo si frastaglia in immagini astratte e multiformi costituite dal gioco dei riflessi.
Non sapevo niente di questo oggetto, prima che qualcuno me lo regalasse per il compleanno. Anche il web non ne sa nulla.
Forse questo oggetto non esiste.
Forse questo è lo sguardo di un diamante ucciso.
O del suo fantasma.
Il veleno nichilista che anima il regime
di Gustavo Zagrebelsky

El' Lisickij - Il costruttore (1927)
Viviamo un momento politico-costituzionale certamente particolare.
Questo non è in discussione, sia presso i fautori, sia presso i detrattori del regime attuale.
Non sarà fuori luogo precisare che, in questo contesto, la parola regime vale semplicemente a dire - secondo il significato neutro per cui si parla di regime liberale, democratico, autoritario, parlamentare, presidenziale, eccetera - "modo di reggimento politico" e non ha alcun significato valutativo, come ha invece quando ci si chiede, con intenti denigratori espliciti o impliciti, se in Italia c'è "il regime"
Ma che tipo di regime? Questa è la domanda davvero interessante. Alla certezza - viviamo in "un" regime che ha suoi caratteri particolari - non si accompagna però una definizione che dia risposta a quella domanda. Sfugge il carattere fondamentale, il "principio" o (secondo l' immagine di Montesquieu) il ressort, molla o energia spirituale che lo fa vivere secondo la sua essenza. Un concetto semplice, una definizione illuminante, una parola penetrante, sarebbero invece importanti per afferrarne l'intima natura e per prendere posizione.
Le definizioni, per la verità, non mancano, spesso fantasiose e suggestive. Anzi sovrabbondano, a dimostrazione che, forse, nessuna arriva al nocciolo, ma tutte gli girano intorno: autocrazia; signoria moderna; egoarchia; governo padronale o aziendale; dominio mediatico; grande seduzione; regime dell'unto del Signore; populismo o unzione del popolo; videocrazia; plutocrazia, governo demoscopico. Si potrebbe andare avanti. Si noterà che queste espressioni, a parte genericità ed esagerazioni, colgono (se li colgono) aspetti parziali e, soprattutto, sono legate a caratteri e proprietà personali di chi il regime attuale ha incarnato e tuttora incarna.
Ed è una visione riduttiva, come se si trattasse soltanto di un affare di persone; come se, cambiando le persone, potesse cambiare d'un tratto e del tutto la trama della politica. Invece, prassi, mentalità e costumi nuovi si sono introdotti partendo da lontano; sistemi di potere e metodi di governo sono stati istituiti. Un regime non nasce di colpo, va consolidandosi e forse andrà lontano. È un' illusione pensare che ciò che è stato ed è possa poi passare senza lasciare l'orma del suo piede.
La questione che ci interroga è quella di cogliere con un concetto essenziale, comprensivo ed esplicativo di ciò che di oggettivo è venuto a stabilizzarsi e a sedimentare nella vita pubblica e che opera e opererà in noi, attorno a noi e, forse, contro di noi. Se, parlando di regime oggi, è inevitabile che il pensiero corra a ciò che si denomina genericamente "berlusconismo", dobbiamo tenere presente che qui non si tratta di vizi o virtù personali ma di una concezione generale del potere che si irraggia più in là.
Colpisce che tutti i tentativi per arrivare a cogliere un'essenza - giusti o sbagliati che siano - si fermino comunque ai mezzi: denaro, televisione, blandizie e minacce, corruzione, seduzione, confusione del pubblico nel privato e viceversa, impunità, sondaggi, eccetera. Ma tutto ciò in vista di quale fine? Proprio il fine dovrebbe essere ciò che qualifica l'essenza di un regime politico, ciò che gli dà senso e ne rende comprensibile la natura. Se non c' è un fine, è puro potere, potere per il potere, tautologia. Ma qui il fine, distinto dai mezzi, è introvabile. A meno di credere a parole d' ordine tanto generiche da non significare nulla o da poter significare qualunque cosa - libertà, identità nazionale, difesa dell' Occidente, innovazione, sviluppo, o altre cose di questo genere - il fine non si vede affatto, forse perché non c'è. O, più precisamente, il fine c'è ma coincide con i mezzi: è proteggere e potenziare i mezzi.

Max Ernst - Rèves et hallucinations (1926)
Una constatazione davvero sbalorditiva: un'aberrazione contro-natura, una volta che la politica sia intesa come rapporto tra mezzi e fini, rapporto necessario affinché il governo delle società sia dotato di senso e il potere e la sua pretesa d'essere riconosciuto come legittimo possano giustificarsi su qualcosa di diverso dallo stesso puro potere. A parte forse l' autore della massima "il potere logora chi non ce l'ha", nessuno, nemmeno il Principe machiavelliano, ha mai attribuito al potere un valore in sé e per sé stesso. «Il fine giustifica i mezzi» è uno dei motti del machiavellismo politico; ma che succede se «i mezzi giustificano i mezzi»? È la crisi della ragion politica, o della politica tout court. È il trionfo della "ragione strumentale" nella politica. Siamo di fronte a qualcosa di incomprensibile, inafferrabile, incontrollabile, qualcosa all' occorrenza capace di tutto, come in effetti vediamo accadere sotto i nostri occhi: un giorno dialogo, un altro scomuniche; un giorno benevolenza, un altro minacce; un giorno legalità, un altro illegalità; ciò che è detto un giorno è contraddetto il giorno dopo. La coerenza non riguarda i fini ma i mezzi, cioè i mezzi come fini: si tratta di operare, non importa come e con quale coerenza, allo scopo di incrementare risorse, influenza, consenso. Il politico adatto a questa corruzione della vita pubblica è l'uomo senza passato e senza radici, che sa spiegare le vele al vento del momento; oppure l'uomo che crede di avere un passato da dimenticare, anzi da rinnegare, per presentarsi anch' egli come uomo nuovo. È colui che proclama la fine delle distinzioni che obbligherebbero a stare o di qua o di là. Così, si può fingere di essere contemporaneamente di destra e di sinistra o di stare in un "centro" senza contorni; si può avere un' idea, ma anche un' altra contraria; ci si può presentare come imprenditori e operai; si può essere atei o agnostici ma dire che, comunque, "si è alla ricerca"; si può dare esempio pubblico della più ampia libertà nei rapporti sessuali e farsi paladini della famiglia fondata sul santo matrimonio; si può essere amico del nemico del proprio amico, eccetera, eccetera. Insomma: il "politico" di successo, in questo regime, è il profittatore, è l'uomo "di circostanza" in ogni senso dell'espressione, è colui che "crede" in tutto e nel suo contrario.
Questo tipo di politico conosce un solo criterio di legittimità del suo potere, lo stare a galla ed espandere la sua influenza. Il suo fallimento non sta nella mancata realizzazione di un qualche progetto politico. Se egli vive di potere che cresce, anche una piccola battuta d' arresto può essere l' inizio della sua fine. Non sarà più creduto. Per questo ogni indecisione, obbiettivo mancato o fallimento deve essere nascosto o mascherato e propagandato come un successo.
La corruzione e la mistificazione della dura realtà dei fatti e della loro verità è nell'essenza di questo regime. Il rapporto col mondo esterno corre il rischio di essere "disturbato". L'uomo di potere, di questo tipo di potere, non vede di fronte a sé alcuna natura esterna, poiché diventa ai suoi occhi egli stesso natura (naturalmente, lo si sarà compreso, si sta parlando di "tipo ideale", cioè di un modello che, nella sua perfezione, esiste solo in teoria).
Abbiamo iniziato queste considerazioni col proposito di cercare una definizione che, in una parola, condensi tutto questo. L' abbiamo trovata? Forse sì. Non ci voleva tanto: nichilismo, inteso come trasformazione dei fatti e delle idee in nulla, scetticismo circa tutto ciò che supera l'ambito (sia esso pure un ambito smisurato) del proprio interesse.
Chi conosce la storia di questo concetto sa di quale veleno, potenzialmente totalitario, esso abbia mostrato d' essere intriso. Ciò che, invece, si fa fatica a comprendere è come chi tuona tutti i giorni contro il famigerato "relativismo" non abbia nessun ritegno, addirittura, a tendergli la mano.
Gustavo Zagrebelsky
La Repubblica, 9 febbraio 2009
Gustavo Zagrebelsky, giurista, già professore ordinario di Diritto Costituzionale presso l'Università degli studi di Torino, giudice costituzionale (1995-2004), Presidente della Corte Costituzionale (28 gennaio-13 settembre 2004), è attualmente docente di Giustizia Costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Torino.
Ne Il diritto mite, (Einaudi, 1992), propone una teoria del diritto che si basa sulla distinzione weberiana tra diritto formale e diritto materiale e introduce quello che sarà la base del suo lucido e vivace pensiero giuridico: una visione dualistica del diritto diviso in lex e ius, che mette in evidenza l’impossibilità, nonché il pericolo, di prendere in considerazione soltanto uno dei due aspetti, ignorando l’altro.
Nel 1995 pubblica il saggio Il crucifige e la democrazia (Einaudi), in cui, attraverso una personale “revisione” del processo a Gesù, esprime una teoria della democrazia, come fine e non solo come mezzo, in grado di proporre un modello di pensiero «che non presuma di possedere la verità e la giustizia, ma nemmeno ne consideri insensata la ricerca». Proseguendo l’analisi intorno al tema della giustiia, scrive con Carlo Maria Martini La domanda di giustizia (Einaudi, 1996), una meditazione in forma di dialogo che incrocia la visione laica con quella religiosa.
Principi e voti (Einaudi, 2005) è un libro sulla Corte Costituzionale il cui ruolo è di proteggere la repubblica limitando la mera quantità della democrazia per preservarne la qualità, contro la degenerazione democratica che può verificarsi nella concomitanza di una maggioranza irresponsabile. La funzione dei giudici costituzionali è di difendere i principî della convivenza contro la divisione e di diffondere il "bisogno di costituzione" contro la tentazione di fare della materia costituzionale un campo di sopraffazione della maggioranza sulla minoranza.
Negli ultimi anni è ripetutamente intervenuto nel dibattito pubblico italiano avversando le posizioni politiche e culturali dei cosiddetti atei devoti, affrontando in particolare i temi della laicità dello Stato e dello spirito concordatario: molti di questi saggi sono raccolti nel volume Contro l'etica della verità, Laterza, 2008, il cui titolo intende suggerire - per contrasto - il favore dell’autore nei confronti di un’etica del dubbio. Il concetto fondamentale sul quale si basa la democrazia moderna: è la tolleranza che, nell’età dei lumi ha ridimensionato il valore assoluto del dogma in quello relativo di opinione.
Collabora con i più importanti i quotidiani italiani (La Repubblica, La Stampa), ed è socio corrispondente dell'Accademia nazionale dei Lincei.
Dal febbraio 2008 è presidente onorario dell'associazione Libertà e Giustizia.
(AM, dal web)

Nella piazza delle carni macellate, a mezzanotte,
il sole asciuga ancora le parole sempre
estenuate sempre
preferibili al silenzio,
se il silenzio è superficie strabica di sguardi
se affila i coltelli come specchi
se gli occhi
sono clamori di insulti scorticati.
Sarò sincero, non l’avrei voluto
un gioco che prevedesse anche il duello
di parole coltello al facile massacro
della difficile grazia di un parlare complicato.
Ma se insincero ti è parso il disegno del non volersi incendiare,
falsa la paura di incrinare una parola di cristallo,
allora porterò come un’offerta
le mie ossa cave nella piazza dei pazzi roghi,
e ci soffierò dentro con ogni forza, fino a farne
fragile controcanto dei tuoi fuochi.
Avrò suoni di carminio e di notturno
nell’incertezza folle dell’azzardo,
e sentirò sulla lingua il gusto cieco dell’invasato
che guarda con terrore la vittoria
che desidera amara la disfatta,
non sceglie e continua la sua danza.
Perché non la vorrei questa battaglia, questo spreco
di amore che si esprime nello sputo,
nel mostrarsi le schiene ad unghie chiuse,
nell’urlarsi in silenzio d’abbandono
l’impietoso rifiuto.
Ma poi tramonta il sole, a mezzanotte,
e sulla piazza delle carni macellate
il buio si fa bianco, mentre avvampa
sotto la fiamma ancora poca brace.
Forse è stato ardere non innocuo di rabbie nate altrove.
Forse scheggiarsi di pietre dure
per farsi belle prima di invecchiare.

Michael Nelson Tjakamarra - The eight Dreamings - c1946
In principio la Terra era una pianura sconfinata e tenebrosa, separata dal cielo e dal grigio mare salato, avvolta in un crepuscolo indistinto. Non c'erano né Sole né Luna né Stelle. Tuttavia, molto lontano, vivevano gli Abitanti del Cielo: esseri spensierati e indifferenti, dalle fattezze umane ma con zampe da emù, e capelli dorati lucenti come ragnatele al tramonto; erano senza età e perennemente giovani, poiché esistevano da sempre nel loro verde Paradiso lussureggiante al di là delle Nuvole occidentali.
Sulla superficie della Terra si vedevano soltanto le buche che un giorno sarebbero diventate i pozzi. Non c'erano né animali né piante, ma molli masse di materia concentrate intorno alle buche: grumi di minestra primordiale, silenziosi, ciechi, senza respiro né veglia né sonno: ciascuno aveva in sé l'essenza della vita o la possibilità di diventare umano.
Ma sotto la crosta della Terra brillavano le costellazioni, il Sole splendeva, la Luna cresceva e calava, e giacevano nel sonno tutte le forme di vita: il fiore scarlatto di un pisello del deserto, l'iridescenza di un'ala di farfalla, i vibranti baffi bianchi di Vecchio Uomo Canguro - assopiti come i semi del deserto che devono aspettare un acquazzone di passaggio.
Il mattino del Primo Giorno, al Sole venne una gran voglia di nascere. (Quella sera le Stelle e la Luna lo avrebbero imitato). Il Sole squarciò improvvisamente la superficie e inondò la Terra di luce dorata, riscaldando le buche in cui dormiva ogni Antenato.
Questi Uomini dei Tempi Antichi, diversamente dagli Abitanti del Cielo, non erano mai stati giovani. Erano vecchi zoppi e stremati dalla barba grigia e le membra nodose, e per tutti i secoli avevano dormito in solitudine. Accadde così che quel primo mattino ogni Antenato dormiente sentisse il calore del Sole premere sulle proprie palpebre e il proprio corpo che generava dei figli. L'Uomo Serpente sentì i serpenti strisciargli fuori dall'ombelico. L'Uomo Cacatua sentì le piume. L'Uomo Bruco sentì una contorsione, la Formica del Miele un prurito, il Caprifoglio sentì schiudersi foglie e fiori. L'Uomo Bandicoot sentì piccoli bandicoot che fremevano sotto le sue ascelle. Ogni «essere vivente», ciascuno nel suo diverso luogo di nascita, salì a raggiungere la luce del giorno.
In fondo alle loro buche (che ora si stavano riempiendo d'acqua) gli Antenati distesero una gamba, poi l'altra. Scrollarono le spalle e piegarono le braccia. Si alzarono facendo forza contro il fango. Le loro palpebre si aprirono di schianto: videro i figli che giocavano al sole.
Il fango si staccò dalle loro cosce, come la placenta di un neonato. Poi, come fosse il primo vagito, ogni Antenato aprì la bocca e gridò: «Io sono!». «Sono il Serpente… il Cacatua… la Formica del Miele… il Caprifoglio…». E questo primo «Io sono!», questo primordiale «dare nome», fu considerato, da allora e per sempre, il distico più sacro e segreto del Canto dell'Antenato.
Ogni Uomo del Tempo Antico (che ora si crogiolava al sole) mosse un passo col piede sinistro e gridò un secondo nome. Mosse un passo col piede destro e gridò un terzo nome. Diede nome al pozzo, ai canneti, agli eucalipti: si volse a destra e a sinistra, chiamò tutte le cose alla vita e coi loro nomi intessé dei versi.
Gli Uomini del Tempo Antico percorsero tutto il mondo cantando: cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune di sabbia. Andarono a caccia, mangiarono, fecero l'amore, danzarono, uccisero: in ogni punto delle loro piste lasciarono una scia di musica.
Avvolsero il mondo intero in una rete di canto; e infine, quando ebbero cantato la Terra, si sentirono stanchi. Di nuovo sentirono nelle membra la gelida immobilità dei secoli. Alcuni sprofondarono nel terreno, lì dov'erano. Altri strisciarono dentro le grotte. Altri ancora tornarono lentamente alle loro «Dimore Eterne», ai pozzi ancestrali che li avevano generati.
Tutti tornarono «dentro».
Bruce Chatwin
da Le Vie dei Canti
Adelphi, 1988
Nota: Nel suo Le vie dei canti (The Songlines, 1987), Chatwin racconta in forma di saggio-diario le indagini svolte in Australia sulla tradizione aborigena dei canti rituali. I Canti aborigeni, tramandati di generazione in generazione come conoscenza iniziatica e segreta, sono contemporaneamente rappresentazione di miti della creazione (narrazione degli eventi dell'epoca ancestrale del "dreamtime", da cui ogni cosa è originata) e mappe del territorio. Gli Antenati del Tempo del Sogno hanno infatti creato il mondo pronunciando i nomi delle cose, cantandone la poesia. Le Vie dei Canti sono le tracce del loro cammino poetico primigenio, percorsi rituali che attraversano a migliaia l'intero continente; ogni Canto è la rappresentazione musicale e poetica delle caratteristiche geografico-topografiche di un tratto di Via. Ogni Via attraversa decine di territori e di linguaggi diversi, ma si canta sulla stessa melodia. Nessuno può conoscere un Canto nella sua interezza.