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SISIFO ALTROVE

La Poesia e lo Spirito - Alessandro Melis
Alcune poesie pubblicate da
Giovanni Nuscis su
La Poesia e lo Spirito

Via delle Belle Donne - Alessandro Melis
Un omaggio a Jacques Tati
pubblicato da Rita Bonomo su
Via delle Belle Donne

PAROLE PER SISIFO

Bisogna immaginare Sisifo felice.
(Albert Camus)

L'unica cosa che valga la pena di fare, oggi, è l'essere moderni.
(Oscar Wilde)

Nulla è pericoloso quanto l'essere troppo moderni. Si rischia di diventare improvvisamente fuori moda.
(Oscar Wilde)

La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero; è la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza.
(Albert Einstein)

Sono una persona profondamente superficiale.
(Andy Warhol)

Non posso continuare. Devo continuare.
(Samuel Beckett)

La ragione spinta all'estremo è stoltezza; viltà in germoglio diventa, sbocciando, crudeltà; l'eccesso di verità è il contrario del sapere.
(Henrik Ibsen)

RASSEGNA STAMPA

(con didascalie
per la lettura)


Dov'è la Vita
che abbiamo perso
con la vita?
Dov'è la saggezza
che abbiamo perso
con la conoscenza?
Dov'è la conoscenza
che abbiamo perso
con l'informazione?

(T. S. Eliot)




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La stampa - home page
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Il manifesto - home page
Il sole 24ore - home page
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Le Monde - home page
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Data
Si comincia da qua,
luce di stella morta
giunta da un trapassato presente.
Il suo oggi è lo ieri, luce-salma,
memoria di un oltretomba quotidiano.


Dall'interno
La funzione profilattica
del linguaggio politico
consiste nell'impedire un contatto
diretto tra le cose. Grazie allo
sviluppo di nuovi materiali,
il codice è oramai ridotto a un velo
impercettibie (starei per dire inconsutile),
che fa sentire tutto
dove non passa niente.


Cronache
Quanto vasta è la nostra
capacità di perire! E varia.
Il talento di soccombere
ai grandi deragliamenti in Cocincina
e insieme l'arte di spegnersi
durante i terremoti nel Cipango.
Ovunque l'ecatombe svela quanto
sia vocato alla morte l'uomo-faglia,
la zigzagante linea di
frattura
fra tecnica e natura.


Cronaca nera
La vittima è sempre la stessa,
la serial killed.
Cambiano nomi e volti, non la preda,
l'ininterrottamente strattonata
linea sacrificale
all'orizzonte del sangue.


Economia
Ora parlano i numeri,
c'è poco da scherzare.
Questa specie di orario ferroviario
racconta di convogli che vanno
lontano. Anche blindati,
all'occorrenza, perciò
mettiti da una parte
e salutando con la mano sorridi
mentre passano.
Adesso Sheherazade non può più nulla.


Terza pagina
Schiacciata tra finanza e cinema,
ovattata stanza di un borbottare
filologico, flessuosa fascia d'alghe
danzanti nell'acquario recensorio,
sta, attutito spazio, e, diresti, muto
ostensorio, non fosse pel sussurro
di quelle bollicine che salgono,
espulse sillabe d'ossigeno,
da un motore nascosto,
fontana del respiro,
libro-elica.


Cinema
Grotta di Alì Babà,
biglietto apriti-sesamo,
e lo scrigno di luce si spalanca.
C'è un'ora e mezzo circa,
il tempo di rubare una scena,
una voce o un fotogramma.
Ma presto, ché i ladroni stanno tornando,
i critici,
armati fino ai denti di asterischi
per riappropriarsi del loro bottino.


Sport
Oltre il limite,
oltre le giunture,
il corpo del'atleta si tende
e schizza via
nell'aureola del premio,
nel diagramma del record,
nella cartella clinica
sulla tastiera del giaciglio dove
riposa, Doppio immobile e stregato,
il lettore sportivo.


[Envoi]
Dormi ma senti frinire
remote
le rotative
rotanti nell'oscurità
per dare forma
all'aldiquà.



Valerio Magrelli
da Didascalie per la lettura
di un giornale
(1999)

NOTA

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ex L.62 7/3/2001.
Testi e immagini sono ad esclusivo uso didattico e senza fini di lucro.
Quando non di proprietà di Alessandro Melis, testi e immagini sono pubblicati in solo ossequio alla personale idea di bellezza e di intelligenza del Melis medesimo.
Qualora gli autori non apprezzassero l'omaggio, o fossero contrari alla pubblicazione, sono pregati di comunicarlo alla segreteria del Teatro (alessandromelis@splinder.com).
I testi o le immagini oggetto di disappunto saranno, seppure a malincuore, rimossi.

CAMERA VERDE

(in caotica costruzione)


7 novembre 1913 - 4 gennaio 1960
Il mito di Sisifo (1942)



6 febbraio 1932 - 21 ottobre 1984
I 400 colpi (1959)



4 agosto 1899 - 14 giugno 1986
Finzioni (1944)



18 febbraio 1940 - 11 gennaio 1999
Non al denaro, non all'amore,
nè al cielo (1971)




21 marzo 1938 - 27 gennaio 1967
Mi sono innamorato di te (1962)



1 settembre 1937 - 16 marzo 2002
Quattro diversi modi di morire in versi(1974)



4 ottobre 1895 - 1 febbraio 1966
The cameraman (1928)



16 aprile 1889 - 25 dicembre 1977
Luci della città (1931)



22 giugno 1906 - 27 marzo 2002
A qualcuno piace caldo (1959)



1 giugno 1926 - 5 agosto 1962
A qualcuno piace caldo (1959)



13 aprile 1906 - 22 dicembre 1989
Aspettando Godot (1952)



9 ottobre 1907 - 5 novembre 1982
Mio zio (1958)



8 giugno 1903 - 17 dicembre 1987
Fuochi (1935)



21 febbraio 1903 - 25 ottobre 1976
Esercizi di stile (1947)



15 ottobre 1923 - 19 settembre 1985
Le città invisibili (1972)



5 marzo 1922 - 2 novembre 1975
La religione del mio tempo (1961)



24 maggio 1940 - 28 gennaio 1996
Marmi (1984)



4 aprile 1932 - 29 dicembre 1986
Lo specchio (1975)



9 agosto 1902 - 19 aprile 1975
De profundis (1945)



29 aprile 1863 - 29 aprile 1933
Poesie (1935)



13 giugno 1888 - 30 novembre 1935
Mensagem (1934)



3 luglio 1883 - 3 giugno 1924
Il processo (1925)



25 gennaio 1882 - 28 marzo 1841
Orlando (1928)



3 dicembre 1857 - 3 agosto 1924
Cuore di tenebra (1899)



18 gennaio 1863 - 7 agosto 1938
Il lavoro dell'attore su se stesso (1938)






Wanda Wulz, Io+gatto (1932)

Wanda Wulz nasce a Trieste il 25 luglio 1903.
Le notizie biografiche non dicono che per lei e per la sorella Marion, nei lunghi e ventosi pomeriggi dell’inverno, il primo giocattolo deve essere stata la macchina fotografica. L’obiettivo come binocolo d’esplorazione. La pellicola, a pezzi, per farci collane. Frattanto Carlo Wulz, accoglieva i clienti, in piedi dietro il banco dello studio fondato da suo padre, il nonno di Wanda e Marion, nel 1868.


Carlo Wulz, Marion e Wanda (s.d.) - Wanda Wulz, Ritratto di donna (anni '20)

Poi accade che i padri abbandonino i figli. Nel 1928, Wanda e Marion ereditano lo studio.
Nei primi anni di attività professionale, le sorelle Wulz producono soprattutto ritratti, ma Wanda comincia a provare una nervosa avversione per i cappelli di paglia e le passamanerie. Forse è la bora, che le porta in casa la stortura buona dell’avanguardia.
Nell’aprile 1932, Wanda partecipa alla mostra fotografica futurista allestita a Trieste. Marinetti si entusiasma (di un entusiasmo virile e patriottico) e la invita a partecipare ad altre mostre. Qui Wanda esporrà fotodinamiche (foto a lunga esposizione, che consentono di rappresentare l’illusione del movimento) e fotoplastiche (sovrapposizioni di due o più pose, che consentono di rendere un concetto figurativo spesso antinaturalistico ed astratto).


Wanda Wulz, Jazz Band (anni '20)

L’avventura futurista dura poco. Alla fine degli anni ’30, Wanda torna allo studio. Ma non perde il gusto eccentrico della curiosità, il mezzo principale, e unico non meccanico, di ogni buon fotografo.
Wanda muore a Trieste il 16 aprile 1984, senza eredi. L’immenso patrimonio fotografico di tre generazioni di Wulz è acquistato dagli archivi Alinari di Firenze.


Wanda Wulz, Ginnastica per lattanti (1934 ca.)

* * *

Nota: Le foto più note di Wanda sono quelle del periodo futurista, in particolare la fotoplastica Io+gatto (1932). È un capolavoro d’avanguardia. A una memoria disattenta può capitare di scambiarla per una foto di Man Ray. Che Wanda Wulz ci perdoni, dai campi elisi dei fotografi.


un'idea messa in scena in paradossi dello sguardo, wulz wanda
lunedì, 17 novembre 2008 alle ore 12:59

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un'idea messa in scena in maschere/personae
domenica, 16 novembre 2008 alle ore 15:19

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La libreria Mondadori di Nuoro
in collaborazione con il Museo d’Arte di Nuoro

 organizza

“TRAMANDO”
incontri con l'autore

 
[foto di Man Ray]

MAN  di Nuoro ore diciotto e trenta minuti
al numero quindici di via Satta

 tredici novembre > Simone Ragazzoni

 quattordici novembre > Savina Dolores Massa e la Compagnia Hanife Ana

 diciannove novembre > Serena Sinigaglia

 ventisei novembre > Rossella Milone

quattro dicembre >Margherita Oggero

 undici dicembre > Tiziano Scarpa

 


un'idea messa in scena in in libreria, hanife ana, massa savina dolores
giovedì, 13 novembre 2008 alle ore 16:32

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Salve, Chicago.
Se lì fuori c'è ancora qualcuno che dubita del fatto che l'America sia il luogo dove ogni cosa è possibile, che si chiede se il sogno dei nostri fondatori sia ancora vivo, che ancora dubita del potere della nostra democrazia, questa notte è la vostra risposta.
È la risposta data dalle code che si sono formate attorno a scuole e chiese, code così numerose mai viste da questa nazione, code di persone che hanno aspettato 3 o 4 ore, alcune per la prima volta nella loro vita, perché hanno creduto che questa volta doveva essere differente, che le loro voci avrebbero potuto fare la differenza.
È la risposta data da giovani e anziani, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, omosessuali, eterosessuali, disabili e non disabili. Americani, che hanno lanciato un messaggio al mondo: non siamo mai stati una mera collezione di individui o una collezione di stati rossi e stati blu.
Siamo, e saremo sempre, gli Stati Uniti d'America.
È la risposta che obbliga chi è stato indotto per troppo tempo ad essere cinico, timoroso, dubbioso su ciò che possiamo ottenere a mettere le proprie mani sull’arco della storia e a tenderlo ancora una volta  verso la speranza di un giorno migliore.
C’è voluto molto tempo per tornare, ma stanotte, grazie a ciò che abbiamo fatto in questa data, in queste elezioni in questo momento preciso, il cambiamento è giunto in America.
[…]

Non dimenticherò mai a chi in realtà appartiene questa vittoria. Appartiene a voi. Appartiene a voi.
Non sono mai stato il candidato appropriato per questo ruolo. Non siamo partiti con molto denaro o approvazione. La nostra campagna non è passata nelle sale di Washington. E' iniziata nei cortili di Des Molines, nei salotti del Concord e tra i portici di Charleston. E' stata portata avanti dalla classe operaia che dava ciò che poteva dei suoi piccoli risparmi: 5 dollari, e 10 dollari, e 20 dollari per la causa.
È cresciuta tra i giovani che hanno rifiutato il mito dell'apatia della loro generazione, che hanno lasciato le loro case e le loro famiglie per lavori che offrivano uno stipendio basso e poche ore di sonno.
È cresciuta tra i meno giovani che coraggiosamente hanno affrontato il freddo pungente e il caldo soffocante per bussare alle porte di perfetti estranei, e tra i milioni di americani che si sono offerti volontari, si sono organizzati e hanno dimostrato che dopo due secoli un governo fatto dal popolo per il popolo non è scomparso dalla faccia della terra.
Questa è la vostra vittoria.

E so che non lo avete fatto solo per vincere un'elezione. E so che non lo avete fatto per me. Lo avete fatto perché capite la gravità del lavoro che c'è da fare. Anche se stanotte festeggiamo, sappiamo che le sfide che ci porterà il domani saranno le più importanti dei nostri tempi: due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria degli ultimi anni.
Anche se stiamo qua stanotte, sappiamo che ci sono Americani coraggiosi che si svegliano nel deserto dell'Iraq e nelle montagne dell'Afghanistan e rischiano le loro vite per noi.
Ci sono genitori che restano svegli dopo che i figli sono andati a letto, e si chiedono con quale denaro potranno estinguere l’ipoteca sulla casa, pagare il conto del dottore, o risparmiare abbastanza per l’istruzione dei figli.
C'è una nuova energia da conquistare, nuovi lavori da creare, nuove scuole da costruire, e placare minacce, ristabilire alleanze.
La strada di fronte a noi sarà lunga. La nostra risalita sarà ripida. Possiamo non arrivarci in un solo anno o in un solo mandato. Ma, America, non sono mai stato così fiducioso come lo sono ora che siamo arrivati fin qui.
Vi prometto, noi, noi come popolo, ci arriveremo. Ci saranno regressi e false partenze. Molti non saranno d'accordo con ogni decisione che prenderò da presidente. E sappiamo che il governo non può risolvere tutti i problemi.
Ma sarò sempre onesto con voi nei riguardi delle sfide che affronteremo. Vi ascolterò, soprattutto quando non saremo d'accordo. E soprattutto, chiedo a voi di unirvi nel ricostruire questa nazione, nel solo modo in cui si è operato in America per 221 anni: ostacolo dopo ostacolo, mattone dopo mattone, mano callosa su mano callosa.
Quello che è iniziato 21 mesi fa nel pieno dell’inverno non può finire in questa notte d’autunno.
La vittoria da sola non è il cambiamento che cerchiamo. E' solo la possibilità per poter mettere in atto quel cambiamento. E non può avvenire se torniamo indietro, sulla vecchia strada. Non può avvenire senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, un nuovo spirito di sacrificio.
E allora mettiamo in atto un nuovo spirito di patriottismo: la responsabilità, per cui ognuno di noi si persuade a darsi da fare, a lavorare ancora più duramente, e ad occuparsi non solo di se stesso, ma degli altri.

E a quegli americani il cui supporto non mi sono guadagnato: non avrò avuto il vostro voto stasera, ma sento le vostre voci. Ho bisogno del vostro aiuto, e sarò anche il vostro presidente.
E a tutti coloro che stanotte ci guardano al di là delle nostre sponde, dai parlamenti e dai palazzi, e a coloro che si accalcano attorno alle radio negli angoli dimenticati del mondo: le nostre storie sono singole, ma il nostro destino è condiviso, e un nuovo inizio della leadership americana è a portata di mano.
E a coloro che vogliono distruggere il mondo: vi sconfiggeremo. E a coloro che cercano pace e sicurezza: vi supporteremo. E a tutti coloro che si sono chiesti se la luce dell'America brilla ancora luminosa: stasera vi abbiamo provato che la vera forza della nostra nazione non è nelle nostre braccia o nell'abbondanza delle nostre risorse, ma nel potere duraturo dei nostri ideali: democrazia, libertà, possibilità e ostinata speranza.
Questo è il vero talento dell’America: che l'America sa cambiare. Che la nostra unione è perfettibile. Ciò che già abbiamo conquistato ci dà la speranza di ciò che possiamo e dobbiamo conquistare domani.

Queste elezioni hanno dentro di sé molti primati e molte storie che verranno raccontate per generazioni. Ma ce n’è una nella mia mente, stasera, e riguarda una donna che ha votato ad Atlanta. È una donna tra gli altri milioni di persone che hanno voluto far sentire la loro voce in queste elezioni, ma con una piccola differenza: Ann Nixon Cooper ha 106 anni.
E' nata una generazione dopo la schiavitù, al tempo in cui non c'erano macchine sulle strade o aerei nel cielo, quando qualcuno come lei non poteva votare per due ragioni: perché era una donna e per il colore della sua pelle.
E stasera penso a tutto ciò che ha visto durante il suo secolo di vita in America: l’angoscia e la speranza, la lotta per la sopravvivenza e il progresso; tutte le volte in cui ci veniva detto che non avremmo potuto farcela, e il popolo che ha insistito con quel suo credo americano: Sì, possiamo.
In un tempo in cui le voci delle donne venivano zittite e le loro speranze ignorate, lei ha vissuto per vedere le donne alzarsi e gridare, e prendere in mano la scheda elettorale. Sì, possiamo
Quando c’era solo disperazione e depressione in tutto il paese, lei vide una nazione vincere la propria paura con il New Deal: nuovi posti di lavoro, un nuovo senso del progetto comune: Sì, possiamo.
Quando le bombe cadevano sui nostri porti e la tirannia minacciava il mondo, lei era lì per testimoniare che una generazione si ergeva verso la grandezza, e la democrazia era salva. Sì, possiamo.
C’era per vedere gli autobus di Montgomery, gli idranti di Birmingham, il corteo di Selma, e un predicatore di Atlanta che disse al suo popolo “We shall overcome”. Sì, possiamo.
Un uomo è andato sulla luna, un muro è caduto a Berlino, un intero mondo è stato interconnesso dalla nostra scienza e dall'immaginazione.
E quest'anno, in queste elezioni, ha messo il suo dito su uno schermo e ha registrato il suo voto, perché dopo 106 anni in America, tra ore buie e tempi migliori, lei sa come l'America può cambiare: Sì, possiamo.

America, siamo andati lontano. Abbiamo visto molto. Ma c’è ancora molto da fare. Perciò stanotte chiediamoci: se i nostri figli vivranno per vedere il prossimo secolo, se le mie figlie saranno così fortunate da vivere quanto Ann Nixon Cooper, quale cambiamento vedranno? Quali progressi avremo compiuto?
Questa è la nostra possibilità per rispondere a quella chiamata. Questo è il nostro momento.
Questo è il nostro tempo, il tempo di rimettere la gente al lavoro, di aprire le porte a possibilità per i nostri figli, di far tornare prosperità e portare avanti la causa della pace; di ribadire il sogno americano e ribadire la nostra verità fondamentale: che tra tanti, noi siamo una cosa unica; che se respiriamo, speriamo.
E dove ci scontriamo con cinismo e dubbi e con coloro che ci dicono che non ce la possiamo fare, noi rispondiamo loro che un credo senza fine crea lo spirito di una nazione: Sì, possiamo.

Grazie a voi, che Dio vi benedica. E che Dio benedica gli Stati Uniti d'America.

Barack Obama
Chicago, 4 novembre 2008
(testo originale raccolto e tradotto da AM)

* * *

 

Nota: Il teatro è molto, forse troppo, abituato a diffidare. Il teatro ritiene che se si ha carisma e la capacità di scrivere [o farsi scrivere] discorsi che tocchino le giuste corde emotive non sia troppo difficile farsi osannare dalle folle, specie se educate da un secolo abbondante di estetica ollivudiana, vale a dire ottocentesca e romantica. Però.
Però il teatro è rimasto sveglio tutta la notte, vincendo la sua naturale allergia per vespe, mentane e affini, con la coscienza che diceva vai a dormire e la coscienza [una delle altre] che diceva resta, forse stai guardando la storia. Scritta con la s piccola, perchè al teatro ripugnano le maiuscole, sono ollivudiane, vale a dire ottocentesce e romantiche. Dettagli.
Alla fine il teatro è rimasto fino alle sei e mezzo della mattina ad osservare distrattamente il litigio delle sue coscienze, e ad aspettare il discorso che qui sopra riporta. E deve confessare che, malgrado tutte le sue resistenze, su certi passaggi ha avvertito una dolcezza infantile salirgli dallo stomaco agli occhi, a ondate.
Noi europei non capiremo mai fino in fondo perchè ogni politico americano deve parlare così. Semplice, retorico, emotivo. Eppure mai, da questa parte dell'Atlantico, abbiamo sentito scandire con tanta forza parole come sacrificio, responsabilità, speranza. Mi sono commosso, e la mia anima logica non smette di rimproverarmi. Forse era il sonno, le dico. Forse era un sogno.


un'idea messa in scena in appunti partigiani
mercoledì, 05 novembre 2008 alle ore 17:05

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IV
AL PRINCIPE

                                Se torna il sole, se discende la sera,
                                          se la notte ha un sapore di notti future,
                                se un pomeriggio di pioggia sembra tornare
                                          da tempi troppo amati e mai avuti del tutto,
                                io non sono più felice, né di goderne né di soffrirne:
                                          non sento più, davanti a me, tutta la vita...
                                Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
                                          ore e ore di solitudine sono il solo modo
                                perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono
                                          vizio, libertà, per dare stile al caos.
                                Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte
                                         che viene avanti, al tramonto della gioventù.
                                Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano
                                         che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.

* * *

XII
A UN PAPA

                                Pochi giorni prima che tu morissi, la morte
                                          aveva messo gli occhi su un tuo coetaneo:
                                a vent'anni, tu eri studente, lui manovale,
                                          tu nobile, ricco, lui un ragazzaccio plebeo:
                                ma gli stessi giorni hanno dorato su voi
                                          la vecchia Roma, che stava tornando così nuova.
                                Ho veduto le sue spoglie, povero Zucchetto.
                                          Girava di notte ubriaco, intorno ai Mercati,
                                e un tram che veniva da San Paolo l'ha travolto
                                          e trascinato un pezzo pei binari tra i platani:
                                per qualche ora restò lì, sotto le ruote:
                                          un po' di gente si radunò intorno a guardarlo,
                                in silenzio: era tardi, c'erano pochi passanti.
                                          Uno degli uomini che esistono perchè esisti tu,
                                un vecchio poliziotto sbracato come un guappo,
                                          a chi s'accostava troppo gridava: «Fuori dai coglioni!»
                                Poi venne l'automobile d'un ospedale a caricarlo:
                                          la gente se ne andò, restò qualche brandello qua e là,
                                e la padrona di un bar notturno, più avanti,
                                          che lo conosceva, disse a un nuovo venuto
                                che Zucchetto era andato sotto un tram, era finito.
                                          Pochi giorni dopo finivi tu: Zucchetto era uno
                                della tua grande greggia romana ed umana,
                                          un povero ubriacone, senza famiglia e senza letto,
                                che girava di notte, vivendo chissà come.
                                          Tu non ne sapevi niente: come non sapevi niente
                                di altri mille e mille cristi come lui.
                                          Forse io sono feroce a chiedermi per che ragione
                                la gente come Zucchetto fosse indegna del tuo amore.
                                          Ci sono posti infami, dove madri e bambini
                                vivono in una polvere antica, in un fango d'altre epoche.
                                          Proprio non lontano da dove tu sei vissuto,
                                in vista della bella cupola di San Pietro,
                                          c'è uno di questi posti, il Gelsomino...
                                Un monte tagliato a metà da una cava, e sotto,
                                          tra una marana e una fila di nuovi palazzi,
                                un mucchio di misere costruzioni, non case ma porcili.
                                          Bastava soltanto un tuo gesto, una parola,
                                perché quei tuoi figli avessero una casa:
                                          tu non hai fatto un gesto, non hai detto una parola.
                                Non ti si chiedeva di perdonare Marx! Un'onda
                                          immensa che si rifrange da millenni di vita
                                ti separava da lui, dalla sua religione:
                                          ma nella tua religione non si parla di pietà?
                                Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato,
                                          davanti ai tuoi occhi, son vissuti in stabbi e porcili.
                                Lo sapevi, peccare non significa fare il male:
                                          non fare il bene, questo significa peccare.
                                Quanto bene tu potevi fare! E non l'hai fatto:
                                          non c'è stato un peccatore più grande di te.

 

Pier Paolo Pasolini
da
Umiliato e offeso. Epigrammi (1958)
in La religione del mio tempo, Milano, 1961


un'idea messa in scena in pasolini pier paolo
martedì, 04 novembre 2008 alle ore 01:08

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