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SISIFO ALTROVE

La Poesia e lo Spirito - Alessandro Melis
Alcune poesie pubblicate da
Giovanni Nuscis su
La Poesia e lo Spirito

Via delle Belle Donne - Alessandro Melis
Un omaggio a Jacques Tati
pubblicato da Rita Bonomo su
Via delle Belle Donne

PAROLE PER SISIFO

Bisogna immaginare Sisifo felice.
(Albert Camus)

L'unica cosa che valga la pena di fare, oggi, è l'essere moderni.
(Oscar Wilde)

Nulla è pericoloso quanto l'essere troppo moderni. Si rischia di diventare improvvisamente fuori moda.
(Oscar Wilde)

La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero; è la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza.
(Albert Einstein)

Sono una persona profondamente superficiale.
(Andy Warhol)

Non posso continuare. Devo continuare.
(Samuel Beckett)

La ragione spinta all'estremo è stoltezza; viltà in germoglio diventa, sbocciando, crudeltà; l'eccesso di verità è il contrario del sapere.
(Henrik Ibsen)

RASSEGNA STAMPA

(con didascalie
per la lettura)


Dov'è la Vita
che abbiamo perso
con la vita?
Dov'è la saggezza
che abbiamo perso
con la conoscenza?
Dov'è la conoscenza
che abbiamo perso
con l'informazione?

(T. S. Eliot)




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Data
Si comincia da qua,
luce di stella morta
giunta da un trapassato presente.
Il suo oggi è lo ieri, luce-salma,
memoria di un oltretomba quotidiano.


Dall'interno
La funzione profilattica
del linguaggio politico
consiste nell'impedire un contatto
diretto tra le cose. Grazie allo
sviluppo di nuovi materiali,
il codice è oramai ridotto a un velo
impercettibie (starei per dire inconsutile),
che fa sentire tutto
dove non passa niente.


Cronache
Quanto vasta è la nostra
capacità di perire! E varia.
Il talento di soccombere
ai grandi deragliamenti in Cocincina
e insieme l'arte di spegnersi
durante i terremoti nel Cipango.
Ovunque l'ecatombe svela quanto
sia vocato alla morte l'uomo-faglia,
la zigzagante linea di
frattura
fra tecnica e natura.


Cronaca nera
La vittima è sempre la stessa,
la serial killed.
Cambiano nomi e volti, non la preda,
l'ininterrottamente strattonata
linea sacrificale
all'orizzonte del sangue.


Economia
Ora parlano i numeri,
c'è poco da scherzare.
Questa specie di orario ferroviario
racconta di convogli che vanno
lontano. Anche blindati,
all'occorrenza, perciò
mettiti da una parte
e salutando con la mano sorridi
mentre passano.
Adesso Sheherazade non può più nulla.


Terza pagina
Schiacciata tra finanza e cinema,
ovattata stanza di un borbottare
filologico, flessuosa fascia d'alghe
danzanti nell'acquario recensorio,
sta, attutito spazio, e, diresti, muto
ostensorio, non fosse pel sussurro
di quelle bollicine che salgono,
espulse sillabe d'ossigeno,
da un motore nascosto,
fontana del respiro,
libro-elica.


Cinema
Grotta di Alì Babà,
biglietto apriti-sesamo,
e lo scrigno di luce si spalanca.
C'è un'ora e mezzo circa,
il tempo di rubare una scena,
una voce o un fotogramma.
Ma presto, ché i ladroni stanno tornando,
i critici,
armati fino ai denti di asterischi
per riappropriarsi del loro bottino.


Sport
Oltre il limite,
oltre le giunture,
il corpo del'atleta si tende
e schizza via
nell'aureola del premio,
nel diagramma del record,
nella cartella clinica
sulla tastiera del giaciglio dove
riposa, Doppio immobile e stregato,
il lettore sportivo.


[Envoi]
Dormi ma senti frinire
remote
le rotative
rotanti nell'oscurità
per dare forma
all'aldiquà.



Valerio Magrelli
da Didascalie per la lettura
di un giornale
(1999)

NOTA

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ex L.62 7/3/2001.
Testi e immagini sono ad esclusivo uso didattico e senza fini di lucro.
Quando non di proprietà di Alessandro Melis, testi e immagini sono pubblicati in solo ossequio alla personale idea di bellezza e di intelligenza del Melis medesimo.
Qualora gli autori non apprezzassero l'omaggio, o fossero contrari alla pubblicazione, sono pregati di comunicarlo alla segreteria del Teatro (alessandromelis@splinder.com).
I testi o le immagini oggetto di disappunto saranno, seppure a malincuore, rimossi.

CAMERA VERDE

(in caotica costruzione)


7 novembre 1913 - 4 gennaio 1960
Il mito di Sisifo (1942)



6 febbraio 1932 - 21 ottobre 1984
I 400 colpi (1959)



4 agosto 1899 - 14 giugno 1986
Finzioni (1944)



18 febbraio 1940 - 11 gennaio 1999
Non al denaro, non all'amore,
nè al cielo (1971)




21 marzo 1938 - 27 gennaio 1967
Mi sono innamorato di te (1962)



1 settembre 1937 - 16 marzo 2002
Quattro diversi modi di morire in versi(1974)



4 ottobre 1895 - 1 febbraio 1966
The cameraman (1928)



16 aprile 1889 - 25 dicembre 1977
Luci della città (1931)



22 giugno 1906 - 27 marzo 2002
A qualcuno piace caldo (1959)



1 giugno 1926 - 5 agosto 1962
A qualcuno piace caldo (1959)



13 aprile 1906 - 22 dicembre 1989
Aspettando Godot (1952)



9 ottobre 1907 - 5 novembre 1982
Mio zio (1958)



8 giugno 1903 - 17 dicembre 1987
Fuochi (1935)



21 febbraio 1903 - 25 ottobre 1976
Esercizi di stile (1947)



15 ottobre 1923 - 19 settembre 1985
Le città invisibili (1972)



5 marzo 1922 - 2 novembre 1975
La religione del mio tempo (1961)



24 maggio 1940 - 28 gennaio 1996
Marmi (1984)



4 aprile 1932 - 29 dicembre 1986
Lo specchio (1975)



9 agosto 1902 - 19 aprile 1975
De profundis (1945)



29 aprile 1863 - 29 aprile 1933
Poesie (1935)



13 giugno 1888 - 30 novembre 1935
Mensagem (1934)



3 luglio 1883 - 3 giugno 1924
Il processo (1925)



25 gennaio 1882 - 28 marzo 1841
Orlando (1928)



3 dicembre 1857 - 3 agosto 1924
Cuore di tenebra (1899)



18 gennaio 1863 - 7 agosto 1938
Il lavoro dell'attore su se stesso (1938)





Quel camion pieno di spranghe
di Curzio Maltese

Aveva l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo de' Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico.
"Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane", sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo de' Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi. Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni  e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.

Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero  e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di eseere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico, e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. Basta, basta! Andiamo alla polizia!", dicono le professoresse. Seguo il drappello, che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo: "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!", protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti!". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? E' un reato e voi dovete intervenire."

Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede di essere? Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?", mi dice Laura, di Economia. "Vogliono far passare l'equazione studenti uguale facinorosi di sinistra." La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete neanche dov'è il Senato. Mi sembrava una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finchè non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto."

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "E' contento, eh?", gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso il presidente emerito aveva dato la linea, in un'intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quando ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decia di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene della ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì."

E' quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dallato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano i cordoni di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da Via Agonale. Decido di seguirli, ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".

Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vicequestore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della SApienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra. Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri nn sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti si avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno nè caschi nè bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di Scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.

A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fizccolate, i sit-in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. E' il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo."

Curzio Maltese
La Repubblica, giovedì 30 ottobre 2008


un'idea messa in scena in appunti partigiani
giovedì, 30 ottobre 2008 alle ore 17:04

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[con dedica ai liceali di Sassari]

Non perdona!

C’era un’anima, tra quelle che ancora
dovevano scendere nella vita
- tante, e tutte uguali, povere anime -
un’anima, in cui nella luce degli occhi castani,
nel modesto ciuffo pettinato da un’idea materna
della bellezza maschile,
ardeva il desiderio di morire.

La vide subito, colui
che non perdona.

La prese, la chiamò vicino a sé,
e, come un artigiano,
lassù nei mondi che precedono la vita,
le impose le mani sul capo
e pronunciò la maledizione.

Era un’anima candida e pulita,
come un ragazzetto alla prima comunione,
saggio della saggezza dei suoi dieci anni,
vestito di bianco, di una stoffa
scelta dall’idea materna della grazia maschile,
con negli occhi tiepidi il desiderio di morire.

Ah, la vide subito, colui
che non perdona.

Vide l’infinita capacità di obbedire
e l’infinita capacità di ribellarsi:
la chiamò a sé, e operò su lei
- che lo guardava fiduciosa
come un agnello guarda il suo giusto carnefice -
la consacrazione a rovescio, mentre
nel suo sguardo cadeva
la luce, e saliva un’ombra di pietà.

«Tu scenderai nel mondo,
e sarai candido e gentile, equilibrato e fedele,
avrai un’infinita capacità di obbedire
e un’infinita capacità di ribellarti.
Sarai puro.
Perciò ti maledico.»

Vedo ancora il suo sguardo
pieno di pietà - e del leggero orrore
che si prova per colui che la incute,
- lo sguardo con cui si segue
chi va, senza saperlo, a morire,
e, per una necessità che domina chi sa e chi non sa,
non gli si dice nulla -
vedo ancora il suo sguardo,
mentre mi allontanavo
- dall’Eternità - verso la mia culla.


un'idea messa in scena in pasolini pier paolo
mercoledì, 29 ottobre 2008 alle ore 20:06

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  MG

 

  AM

 

  AM

 

  AM

 

  AM

 

  MG

 

* * *

Nota: Stencil significa, a norma di dizionario Shenker, “stampino, decorazione, marchio”. Maschera negativa, superficie traforata, come certi centrini di carta che ritagliavamo da bambini, gioco di forme, forma di gioco e talvolta d’arte. Si prende un foglio (per esempio di cartoncino, o di polietilene) e si tagliano via alcune sezioni, corrispondenti alle forme che si vogliono stampare. Sull’immagine negativa così ottenuta si applica il pigmento, il colore passa attraverso i buchi, e la forma si impressiona sulla superficie retrostante. Semplice, come ogni invenzione geniale.
Il principale limite dello stencil (ma anche il suo intrinseco fascino di immagine ottenuta con pochi tratti, sintetici e pregnanti) è il fatto che non permette la creazione di figure isolate all'interno dell'immagine: si deve ricorrere infatti all'uso dei cosiddetti ponti, che colleghino la figura isolata al resto della maschera. Ogni stencil permette inoltre di creare un negativo monocromo, quindi per realizzare immagini a più colori è necessaria una maschera per ogni colore, da applicare successivamente e con esattezza sulla stessa superficie.
La tecnica dello stencil, essendo molto economica e veloce, nasce a scopo industriale e militare per identificare e catalogare oggetti, o per produrre cartelli o insegne, e si diffonde anche per uso decorativo, per esempio come ornamento nei muri interni delle abitazioni. Ma oggi lo stencil è soprattutto lo strumento fondamentale della street art, l’arte notturna dei writer, in cui è indispensabile la velocità di esecuzione (essendo spesso questa pratica illegale) oltre alla possibilità di riproduzione pressoché illimitata.
Forma d’arte specificamente urbana, lo stencil si caratterizza per l’espressione sintetica - spesso violentemente ironica - di un’idea, un concetto, un’intuizione sempre caratterizzata da un profondo impegno di sensibilizzazione sociale. Opera d’arte politica per eccellenza, si muove notturna, pronuncia lo scontento, irride il potere. Che la teme, e ovviamente la proibisce. Quasi sempre la distrugge, passandoci sopra una mano di bianco.
Ma gli stencil riappaiono ovunque, dai capolavori dettagliatissimi e policromi realizzati da artisti ormai celebri (è il caso delle splendide opere di Banksy), fino ai modesti stencil monocromi che ormai si scorgono perfino sui muri delle più spente città di provincia. Muri che parlano, ovunque, la lingua amara del disagio, della rabbia e del sarcasmo.

Le foto degli stencil di Lisbona sono di Michele Greco e di Alessandro Melis.



un'idea messa in scena in appunti partigiani, con immagini mie
sabato, 25 ottobre 2008 alle ore 00:32

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di Marco Diana

Poche ore fa sono state evocate storie, cantate vite, soffiate morti fino all'ultima candela.
Fumo.
Fumo di forme vaghe che si arricciano su un giovane volto e spiraleggiano nell'invecchiare del tempo e nel riaffiorare dei ricordi.
Mi imbarcai l'undici ottobre 2008. Mi imbarcai...
Quando salii sul mare? Quando decisi di partire?
Oggi? Ieri? Due vite fa?
Su questa barca il tempo pagaia come vuole. In avanti, d'intorno, in verticale sopra o sotto le onde. Su questa barca che ho imparato ad amare e a temere ho capito:

il tempo è

qualcosa che

fa un po' ciò che vuole.

Secondo i suoi umori, sulla linea delle sue inquietudini e delle sue simpatie.
Il tempo è un essere bizzarro, proprio come questa barca, nave, spettro di vetro e ferro chiamato Ana. Ana la balena.

“Bianca balena, onda fesa o rivo di sangue abissale”

sospira un'onda con bave di naufrago avvitate ai denti.

“Volgi la schiena all'est. Volgi, volgi la schiena”

Volgo la schiena? La volgerò, sì la volgo, la volsi. Volsi la schiena all'est e... e scusate se ogni tanto inciampo ma il sole ha giocato a lungo sui miei occhi tenuti aperti in orrore d'attesa da dita di sale e l'oceano mi ha calpestato i piedi per poi ferirmi le tempie a calci.
Complici i granchi che mi appinzavano allo scafo.
Fermo, inchiodato con chiodi vivi e corde d'antenne e moschettoni di chele, sorrido.
Non posso farne a meno, sorrido.
E come gli altri imbarcatisi con me quell'undici di ottobre di un fumoso 2008, osservo, attendo e ascolto.

“Griot è colui che ha il dono della parola...”

È la voce del capitano Capraro, Annamaria Capraro, quella che mi porta il vento.

“... e Savina...”

Chi è Savina?

“... è un griot”

Ah, Savina è un griot. Savina ha il dono della parola... è un griot.
Ma cosa sono questi colori che piovono dalle stelle?
Bianco della chiatta, bianco del sale che mi rode, bianca è la Bestia del mare.
Nero. Nera è la mia pelle e il cielo che le dà luce, nero è lo sguardo dei fratelli qui accanto e nera è la maschera di Melis Bilal che bacia gli alluci alla notte.

Alessandro “Bilal” Melis

Rosso. Non solo il sangue volge al rosso nei miei ricordi. Farfalle di labbra sussurrano battiti volando con me e con me volgendo

le spalle all'est.

* * *

“Accanto al presente e alla sua ipocrisia, Savina, il griot,
non racconta ma evoca, suona”

Suona? Sì, sento la musica.

“Canta la sua kora surreali ipotesi di coesistenza”

Sono in viaggio. Siamo in viaggio. Uguali, diversi, ipotesi di naufragi, isole di coesistenza.
Il fratello Fedele accompagna la kora col suo canto metafisico.
Gianfranco Fedele, il respiro del mare fra le dita.

“Il griot ha dato voce e dignità a undici uomini”

Dignità.
Vogliamo parlare della mia dignità? La dignità di chi ascolta immobile su questa balena di ferro, di chi ancora può scuotersi il sale di dosso. E non lo fa. Non del tutto.
Ti prego Savina, ora che so chi sei, canta un po' per me, canta per noi.

“Così è stato, mio Ombroso”

Ombroso? Sei tu Capitano coraggioso? Sei tu Capraro? No, non ho percepito la tua voce.
La tua, Capitano, è un fiore di passione. Io ho appena udito il frutto della necessità, l'urlo di una lunga apnea.
Ma allora è una voce quella che mi vibra dentro o l'ombra dei miei folli pensieri? O forse l'eco della dolce e malinconica kora?
Se pizzichi le corde giuste della kora, ho idea, il suono persiste e si amplifica sulla scia di questa rotta impazzita.
Ma che vedo?

"Traliccio", di Veronica Paretta

Un traliccio in mezzo al mare e resse di uomini sotto il velo dell'acqua contendersi un loculo in seconda fila.
E ancora banconote in motorino (e senza casco) scippare il tempo a giovani scheletri, aliquote IVA fuggire a branchi e la pinna del fiscalista Fiori inseguirle con zanne di poesia.

“Fiori... Antonio...”

Ancora quella voce d'apnea.

“Voglio cuscini di parole, che li foderi Nuscis,
e Fiori in carne e ossa... sulla mia isola
non più deserta”

E sul mare ritardi in colonna, traffici in disordinate file e i funzionari del Ministero della Complicazione sempre al lavoro.
Che vedo? Una donna sulle onde Capitano Capraro, donna in mare! Donna in mare!!

“Veronica, che fai scalza sul mare? Ti bagnerai i piedi!”
“Dipingo. Cancello il superfluo e scarabocchio l'essenziale a tratti”

Ma che fai Capitano? La lasci lì sul mare?

“Lasciamola fare, la riprenderemo al ritorno”

Torneremo?

“Osserva”

Osservo.
Il traliccio, gli uomini in seconda fila con la bara sottobraccio, banconote in motorino e aliquote IVA, tutto scompare in un velo bianco.
Veronica, pittrice scalza, restituisce alla natura il candore della semplicità.

"Bianco", di Veronica Paretta

Veronica Paretta, giovane artista, si fa linea, tratto indeciso, punto nel bianco e... non credo torneremo a prenderla.
Non torneremo.

* * *

Fedele, apri le dita e riprendi a respirare musica. Rendi la rotta di questo viaggio nel delirio meno aleatoria.
E tu, Melis Bilal, è inutile che mi guardi con quegli occhi da montone. Morirai, è scritto nelle stelle, e io non farò niente per salvarti.

Ma potrò piangerti o cantarti.

Capitano, ti imploro, fammi scendere da questa balena bianca e lascia che Veronica mi cancelli.
Perché superfluo è lo stupore sullo scafo di Ana. Ma la commozione... la commozione saprà lavarmi di dosso il sale e sul mare io, scarabocchio nel bianco, piangerò la mia dignità.
Savina, griot, continua a cantare con voce d'apnea. Ti prego.

Marco Diana
(www.paesedombre.org)

* * *

Nota dell'autore: Per rendere più comprensibile il testo alcuni suggerimenti. Il “Nuscis” citato è il poeta Giovanni Nuscis (www.giovanninuscis.splinder.com) e il fiscalista Fiori è il poeta (e fiscalista) Antonio Fiori. Per il resto il brano è incomprensibile anche all'autore. Buona fortuna.





un'idea messa in scena in hanife ana, massa savina dolores, diana marco
martedì, 14 ottobre 2008 alle ore 13:21

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Suonino le trombe, si innaffino i gerani ai balconi,
si vestano a festa i bambini:

  
LIBRERIA MESSAGGERIE SARDE
Piazza Castello 11 - Sassari
  
Sabato 11 Ottobre 2008,
ore 18.30 della sera
  
AnnaMaria Capraro
 presenta
 
“Undici”
di Savina Dolores Massa

ed. Il Maestrale
finalista Premio Calvino 2007




 

animazione (ed anima) di
Hanife Ana
compagnia di musici, teatranti e sognatori perduti
 
una scrittrice e poetessa > Savina Dolores Massa
uno scrittore e teatrante > Alessandro Melis
un musicista eclettico > Gianfranco Fedele
 
 
Con la partecipazione straordinaria, Signori,
dell'Associazione Culturale
Verba Manent

e della pittrice
Veronica Paretta
con le sue immaginazioni sulla tela





un'idea messa in scena in hanife ana, massa savina dolores
venerdì, 10 ottobre 2008 alle ore 12:22

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19 settembre 2008.
Lisboa, Mae d'Agua.

* * *

Se mai si dovesse catalogare il mondo tra i generi, il suo principale ingrediente stilistico sarebbe senza dubbio l'acqua. Se le cose stanno diversamente, sarà perché nemmeno l'Onnipotente deve avere molte alternative, o perchè il pensiero stesso ha la trama dell'acqua. Come del resto la scrittura; come le emozioni, come il sangue. [...]
E se noi siamo parzialmente sinonimi dell'acqua, che è totalmente sinonimo del tempo, il sentimento che proviamo verso questo posto migliora il futuro, contribuisce [...] a quell'Atlantico del tempo che immagazzina i nostri riflessi per quando noi saremo scomparsi da un pezzo. Da questi riflessi, come da gualcite fotografie color seppia, il tempo riuscirà forse a comporre, come se si trattasse di un collage, una migliore versione del futuro, migliore di quanto sarebbe senza di loro.

* * *

L'occhio è il più autonomo dei nostri organi. Lo è perchè gli oggetti della sua attenzione si trovano inevitabilmente all'esterno. L'occhio non vede mai se stesso, se non in uno specchio. E' l'ultimo a chiudere quando il corpo è colpito da paralisi, o è morto. L'occhio continua a registrare la realtà anche quando non vi è ragione apparente per farlo, e in tutte le circostanze. Ci si domanda perchè, e la risposta è: perchè l'ambiente è ostile. La vista è lo strumento di adattamento a un ambiente che rimane ostile  anche quando si è arrivati al massimo grado di adattamento. [...] In breve, l'occhio è sempre in cerca di sicurezza. Questo spiega la predilezione dell'occhio per l'arte [...] Questo spiega l'appetito dell'occhio per la bellezza, e l'esistenza stessa della bellezza. Perchè la bellezza è sollievo, dal momento che la bellezza è innocua, è sicura. Non minaccia di ucciderti, non ti fa soffrire. [...] Quanto più inutili sono i dati, tanto più l'immagine è messa a fuoco. Ci si domanda perché, e la risposta è: perché la bellezza è sempre esterna, la bellezza è un'eccezione alla regola. Ed è questo - la sua ubicazione e la sua singolarità - che imprime all'occhio le più pazze oscillazioni o ne fa un cavaliere errante. Perché la bellezza è là dove l'occhio riposa - nella bellezza l'occhio ha la sua pace, per parafrasare Dante. Il senso estetico è gemello dell'istinto di conservazione ed è più attendibile dell'etica. L'occhio - principale strumento dell'estetica - è assolutamente autonomo. Nella sua autonomia è inferiore soltanto a una lacrima.

Josif Brodskij
da Fondamenta degli Incurabili, 1991

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Nota: Mae d'Agua è il nome di una grande cisterna della città di Lisbona, dove fluiscono le acque dell'Aqueduto das Aguas Livres (1731-1748), grandiosa opera d'ingegneria idralulica, lungo 25 km e sostenuto da 127 archi in pietra.


un'idea messa in scena in acqua, occhio, brodskij josif
mercoledì, 08 ottobre 2008 alle ore 17:46

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8 luglio, sulla nave. Appena partito, desidero già la solitudine. Il ritorno.
Ho guardato un filo di lampadine, un faro che si allontanava. Poi ho visto polpacci. Una sinfonia flaccida di muscoli avvizziti e vene varicose. È così difficile concentrarsi, oggi.
 
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 8 luglio 2008, ore 11.08
sulla nave
 
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9 luglio, Roma, di sera. “Anche lei è una poetessa”. Io detesto il nome di poeta. La poesia non è contemporanea. 
L’illusione feroce di potersi nascondere. Non c’è niente di originale nell’essere un altro uomo. Siamo dannatamente prevedibili. Tanto vale dir tutto. È disonesto giocare a nascondino col lettore.
Anche perché io non ho lettori.
 
Come è ignara di sé, l’ovvietà.
 
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 10 luglio 2008, ore 18.10
Roma, via dei Fori Imperiali
 
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Questa mattina ho letto Rebora.
Metto qui qualche verso di brutale perfezione, che ben si adatta al mio stare.
 
forse altrove sei bella, o primavera:
non qui, dove uno sdraia
passi d’argilla e per le reni vuoto
scivola il senso e gonfia la ventraia,
mentre l’anima giace pietra al fondo
d’una gora, e si contrae
l’idea nel tempo che vien già divelto
con nausea intorno alle cose.
Oh, se avvelenati denti
mi saettassero fuor della bocca
per morder cuore e cervello su te,
mentre la gola rugghiasse a sterminio
il terrore del mal che m’infosca
e drizzasser le mani ogni nocca
in artigli selvaggi a squarciare
Dio e i scellerati buoni!
giù gli sguardi con terrore, voi
tronfi bastardi della primavera…
 
da Primavera (Sanguineti, II, pp. 698-700):
 
* * *
 
Il fato di ciascun è dentro al mio,
come nell’occhio lo sguardo;
e, argomentando, tacito m’avvio
per la notte che stringe le cortine
sul lacrimar dell’ombre
per forme indefinite
al flaccido baglior ch’estenuato
da fanale a fanale sbadiglia
in una pausa senza fine.
O stanchi di sognar, oggi dormite:
tutto, domani, ricomincerà.
 
da Sera estiva (Sanguineti, II, p. 702)
 
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 10 luglio 2008, ore 16.54
Roma, San Paolo fuori le mura, porticato
 
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12 luglio, sulla nave. Ieri in giro per Roma. S. Pietro in Vaticano, un eloquente esempio di basilica pornografica. L’assenza assoluta del sacro. Due turisti giapponesi, alla base di una statua barocca, ne imitavano la postura, per realizzare un simpatico souvenir fotografico del viaggio, versione postmoderna del valore emulativo della santità.
La nervatura michelangiolesca dell’edificio scompare sotto le incrostazioni decorative, allo stesso modo in cui il turismo religioso fa scomparire il sacro, ma non - o non solo - per incrostazione, piuttosto per sostituzione e ridondanza.
La differenza tra il sacro e la religione è la stessa che sussiste tra l’eros e la pornografia: si opera per selezione banalizzante e per ripetizione meccanica.
 
* * *
 
Le tombe dei papi.
La sacra necrofilia.
Cadaveri gossip.
 
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"...ti coprirà d'un velo bianco ..."
[11 luglio 2008, ore 14.22. Roma, basilica di San Pietro, da qualche parte]
 
* * *
 
Roma nel caldo. L’inadeguatezza del corpo. Ipotensione e fotofobia.
Eppure intuisco quanto questa luce potrebbe nutrirmi. Il corpo è chiuso, l’identità rattrappita nella concentrazione sublime e perversa di un solo punto.
Un’identità ridotta a supernova di densità immensa. Non sono ancora pronto per l’esplosione, ma sento - mi illudo - che non sia lontana.
 
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11 luglio 2008, ore 16.15.
Roma, piazza di Spagna
 
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Passeggiata romana. Roma è qui, in questo puttaneggiare del finto sacro sopra le bancarelle: riproduzioni di monumenti in resina, rosari e immaginette dai colori ollivudiani, calendari con giovani preti/topmodel sorridenti, pattume negli angoli dei vicoli, fontane barocche dove la luce assume aure di miracolo, frantumi di cinecittà - la dolce vita vacanze romane - e in mezzo a cumuli informi di ristoranti turistici e negozi di plastiche varie, la bottega di un barbiere, con la sua aria inadeguata e musicale, frammento di Roma vera, fuori scala, fuori misura. Quasi stona, la verità, in mezzo alla finzione del cinema cinema cinema.
Nella bottega del barbiere scompare la Roma smisurata, e la città diviene un divino infinito cigolare di forbici, una ciocca che cade sul pavimento povero di finto marmo, un roco ridere di chissà quale saporosa oscenità.
 
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 un barbiere
[11 luglio 2008, ore 17.06, da qualche parte, a Roma]
 
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La roma svenduta tra piazzadispagna, fontanaditrevi e piazzanavona, già stadio di Diocleziano. Roma pornografica. Selezione banalizzante e ripetizione meccanica.
Ma poi c'è il pantheon, un altro luogo dove Roma, malgrado tutto, riesce a dirsi, respirata.
In questa macchina per produrre dio, questo marchingegno a metà tra la sfera degli stregoni e l’obiettivo fotografico puntato verso il cielo, dio sorge dalla macchina nel ruolo che più ama: la clownerie sublime dell’artista di varietà. Cilindro e bastone, alla ribalta, sotto l’occhio di bue.
 
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 ex machina
[11 luglio 2008, ore 17.13. Roma, pantheon]
 
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L’erotismo smisurato della folla d’estate, dell’abito succinto, del corpo esposto all’incanto del desiderio. Non c’è passante che non possa pensarsi come amore. Ovunque l’estasi prepotente della carne: l’abbondanza che non attende altro che traboccare.
 
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Un saluto, sull’ultimo vagone della metropolitana.
Lei dentro, lui fuori.
Sono stato lo sguardo di quel saluto, la tristezza carnale del commiato, le dita ostinate nella carezza inadeguata, nel cercare un ultimo sfiorarsi sotto la maglietta, mentre quasi si chiude, a tagliar via, la folle porta meccanica del treno.
 
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 10 luglio 2008, ore 16.45.
Roma, san Paolo fuori le mura
 
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Ieri l’altro. San Paolo fuorilemura La quiete sacra. Un’austerità resistente. Musica buia. Aria d’incenso. E un canto. Forse qui sopravvive il sacro. Forse resiste, grazie a quel santo crudele, con la spada in pugno, ‘predicatore di verità, dottore delle genti’.
Fuori, sul piazzale, Roma smisura di luce, di colori aggressivi e d’ombre nette.
 
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 il re di spade
[10 luglio 2008, ore 16.56. Roma, san Paolo fuori le mura, porticato]
 
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Forimperiali, ovvero il fascino della rovina.
Qualcosa resiste della vecchia attrazione (non dirò antica, perché in essa non sopravvive alcunché di poetico), ma è solo nostalgia di ciò che ero. E soprattutto nostalgia di ciò che non sono stato.
 
* * *
 
[Poi il viaggio finisce, e restano gli ultimi frantumi del ricordo. Ho visto navi posate a galleggiare sopra a un bordo, ho visto rubinetti rossi e nodi, un salvagente, una ringhiera bianca, una scialuppa, ho scritto un diario della navigazione in cui la solitudine e gli spazi bianchi tra le parole mi sono sembrati più esatti delle parole stesse, e poi ho visto pane e voci, lanciate a nutrire gabbiani senza grazia. E il volto di un cuoco che chiudeva gli occhi e si voltava, per non vedere la terra dove il viaggio finisce.]
 
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 un cuoco
[12 luglio 2008, ore 18.10, sulla nave]
 
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Al termine del viaggio, breve nota confusa sull’eros, il sacro, e la rivolta.
 
Il residuo del ricordo è Roma barocca di corpi, statue di carne, agili e perfette, come pronte allo slancio, allo scatto, al volteggio. Macchine muscolari colte nell’attimo che precede la danza, l’urlo liberante, il vorticante scandalo del sesso.
Assurda è l’attrazione che ci chiama ai corpi, assurdo il desiderio bambino di avere ciò che non si può essere: ma ogni atto che ci spinge fuori di noi - ogni vero desiderio - è una mancanza erotica. Per questo il sacro è la più alta forma di erotismo: eros destinato a rimanere desiderio e privazione. Vale a dire nostalgia.
Nostra rivolta monca, urlo dolorante contro la Mente che ci ha voluti individui, manchevoli di tutto, sublime forma di nostalgia, l’eros è l’anima di un impossibile ritorno a tutto ciò che non siamo.
 
 
Testo e foto di A.M.
Roma, 8-12 luglio - Oristano 1 settembre 2008
 
 
 

un'idea messa in scena in viaggi, con parole mie
giovedì, 02 ottobre 2008 alle ore 01:24

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