L’artista conosce l’origine.
L’ignoto scultore ha visto che la sua opera deve prendere avvio dalla carne. Non lo spaventa l’irrapresentabile dio incarnato. Lo terrorizza non essere all’altezza di quel dolore. L’impensabile orrore di un dio che rinuncia alle altezze, si incarna e muore ha bisogno di sangue, di carne trafitta maciullata illividita. Ha bisogno di un eccesso di supplizio, di una pittura crudele, spinta fino all’estetica del macello. La sola che dia verità alla violenza della morte di dio.
Studia i suppliziati. Frequenta gogne, torture, impiccagioni. Analizza le tensioni dei corpi mutili. Visita ospedali e lebbrosari. Apprende i colori delle tumefazioni: ha visto che la sua opera deve prendere avvio dalla carne.
Non lo atterrisce la lezione di anatomia: disseziona cadaveri, contempla cancrene. Il suo deve essere un dio colto un attimo prima del crollo, nell’istante in cui la carne decide di cedere alla chimica, e già s’indovina sulla pelle la sfumatura verde del nulla.
Ora ha studiato, si crede pronto. I taccuini colmi di schizzi si ammucchiano ovunque nella bottega immobile. Non ha neppure la forza di scegliere il legno. Comprende che ciò che manca è la visione, l’immedesimazione impossibile nell’Idea che s’inabissa. Quale può essere lo sguardo di un dio che cade? Come si rappresenta la vertigine dell’Alto che s’incarna per morire?
Sfugge l’incognito. Incomincia a scolpire dai piedi. Spavaldi, dichiarati, verticali. Un precipizio abissale. Come se i piedi del Messia si lanciassero dai cieli per conficcarsi sulla terra. E radicare unghie divine come semi dell’albero della vita.
Poi pianta il chiodo con violenza esasperata. Il legno quasi sanguina. Un artista è sempre tentato di vendicarsi di dio. Dipinge con voluttà segreta il sangue livido che cola lungo il piede. Per redimere dio in un’immagine, l’artista deve assumere su di sé ogni peccato del mondo: quel chiodo sarà forse il centro arcano a cui appendere la propria salvezza.

Ama il ginocchio di dio come si concupiscono le carni in vendita. Lo scolpisce con una tenerezza da amante: è impuro baciarlo, ma la lussuria è vizio che l’arte non ignora. Egli desidera il corpo di dio: non ci sarebbe altro motivo per cui scolpirlo. È questo il solo suo modo di genuflettersi. E nessuno si accorgerà che, sotto il panneggio con cui ha protetto il pudore di dio, lui ha saputo immaginarne la forma perfetta del sesso.
È enorme il ventre di dio: la risalita del corpo divino è fuga verticale quanto il mistero della caduta di dio nella carne. Disegnare il corpo di dio - ora chiaramente lo distingue - è il suo modo di ascendere. Solo che lui si arrampica. L’impossibilità di definire le forme del torso divino, l’accontentarsi di una forma muscolare inadeguata sono forse immagini assurdamente perfette della resa di fronte al mistero. Il corpo di dio non si rappresenta.
Il corpo di dio si trafigge, si sanguina.
Apre il costato di dio con un ampio occhio cieco, le cui palpebre semichiuse sanno soltanto fingere una forma di costola. Il terzo occhio di dio piange un’acqua livida di sangue, il cui percorso verticale ribadisce la sua inspiegabile vocazione al precipizio.
Interrompe il lavoro più per debolezza d’intelletto che per fiacchezza di membra. Le braccia non riescono, per rifiuto di dio. L’ostinazione di dio pretende arti inchiodati all’abbraccio del mondo, cifra di un dolore amante, incomprensibile e mutilato.
Le braccia non riescono. Insiste. Combatte con dio. Ma scolpisce soltanto braccia e mani d’uomo inchiodato.
Contempla il proprio fallimento. Non sono quelle le mani di dio. Non sono quelli i ferri che lo inchiodarono a una tortura che fosse anche un dono.
Ora ha visto che non può bastarsi. Noi immaginiamo dio a nostra somiglianza. Ciascuno a misura della propria grandezza. A lui non è dato vedere il volto di dio.
Scolpisce, come se piangesse, una cascata furiosa di capelli barbarici, luridi, fradici di sangue. Disegna labbra di viola acceso e denti di smalto. Decide che il naso di dio deve essere lungo e precipite quanto le sconfitte. Nel vibrare sulla fronte il foro per la corona di spine ha forse la visione di un proiettile. Esausto, disegna per ultimi gli occhi, semichiusi sull’orlo di un delirio senile. Cadendo dalla scala che forse lo ha ucciso, scorge che le ali di dio hanno la vertigine di una vecchiaia innumere.
***
Dal suo silenzio dio non sopporta di sé un’immagine incompiuta. Ma ha tempo infinito, inesaurita pazienza. E strumenti che l’arte degli uomini ignora. Attende che il corpo dell’ignoto scultore sia polvere mischiata alla terra. Poi, dio dei tremori, devasta quella terra per potersi specchiare.
Abbatte case e castelli, uccide - ma non se ne avvede - uomini, alberi e bestie. È divina la sua equità: tutto accomuna nella distruzione, non è clemente neppure con le sue chiese. Neppure con sé.
Si amputa. Si strappa le braccia. Solo l’assenza soffre accogliendo. Solo mani caduche possono offrire la carezza mutila che si addice a dio. Solo assenti i chiodi dichiarano la loro muta presenza carnefice.
Si scava le carni. Si adunghia le membra. Misterioso artefice della putrefazione della propria immagine, strappa brandelli di sé.
Si stacca la mandibola. Prende a pugni la terra per il gusto di devastarsi il volto. Perché il dio cadente urli d’un grido inguardabile, come non sostenesse l’indicibile crollo del divenire uomo, e morirne.
Finalmente perdendosi, appeso a quell’unico indicibile chiodo, dio grida l’orrore del proprio sfracello. Si strappa i capelli, con furore di prefica, in lutto di sé.
Da sotto le polveri, nel silenzio dei morti, dio contempla il proprio ritratto, finalmente compiuto. Mutilo, decomposto, urlante. A misura di tempi senza resurrezione.
Nota: I tempi e i luoghi della scrittura non sarebbero necessari: le righe seguenti sono scritte per puro gusto d'incoerenza programmatica.
Il crocifisso di cui qui si dice si trova nel Duomo di Gemona del Friuli, che fu devastato dai terremoti del 6 maggio e del 15 settembre 1976, e che il sisma ha lasciato storto, in piedi a stento su colonne sghembe. Io ci sono entrato ignaro e pieno di noia - avevo in testa pioggia, sonno limaccioso, frantumi di Tagliamento intravisti attraverso i piloni grigi di un’autostrada - ma il crocifisso mi ha costretto ad una attenzione elettrizzata. Alla fine, questa scultura quattrocentesca mutilata è l’unica cosa che ho visto, pensato, fotografato in quel giorno di viaggio, ed è tornata più volte a turbarmi l’immaginazione. Qualcuno, forse, troverà lievemente perverso questo mio rapimento.
Testo e foto di Alessandro Melis
(Gemona del Friuli, 9 agosto 2007
Oristano, 21 marzo 2008)