Voce al porcile
Ho portato le mie ossa cave di clarino
a vegliare il cadavere dell’anno.
Non ho perduto il conto, ed ho sgranato
intera la paura
nel dieci-nove-otto
ho trangugiato pura la mia attesa, ho atteso il botto
sette-sei-cinque-quattro
ho recitato
il ruolo fino in fondo
fino all’ultimo secondo
scacco matto
tre-due-uno
ancora uno scalino
aprimi la porta, in quante vite è marcio
questo mio sangue di vino?
Eccomi sopra al tempo, che combatto
me con me stesso, con le tre parole
che a volte, solo a volte, mi regalo.
E tu, là sotto, che non vedi lacrime,
non pensarlo per te, neppure un attimo,
questo giullare monco del suo meglio.
Come un monaco in chiostro
canto il mio vespro sopra il palcoscenico:
non sono meno solo perché siete
alveare
che ronza ad ignorare
questo mio pianto d’alcool e d’inchiostro
dedicato al silenzio
che San Nicola non mi sa portare.
E poi l’anno è venuto, ed è puntuale.
Come ogni anno scoppia ancora un altro carnevale
e s’alza, piano, la piena del voler dimenticare.
Tu versami nel bicchiere una Corona di spine:
se il mio pensare è un pianto che non vedi,
vorrei volermi come tu mi vuoi.
Continuo. Non mi fermo. La piazza è levigata.
Come una pugnalata
vi strino due frammenti dal mio inferno,
ma voi, giù nel rumore,
parassiti del mio dolore
non vedete la voce che si scava
una fossa di terra chiara:
se esiste l’Assassino, che mi spari ora
mi decervelli con la Voce in cuore
un suo proiettile d’oro.
Ma milioni di belve non fanno un coro.
Cosa altro posso fare?
Cantare un branco natale?
Povere belve al macello, avete ragione:
il piantobar si lasci ai giorni che verranno
sia gioia, per l’ultimo dell’anno!
E allora eseguo esatto il compito d’istrione.
Nascondervi lo scannatoio: questo è scritto
oggi sul mio copione.
Guidarvi al nulla senza mai domarvi
è il dolce morire dell’attore.
Che bella serata ch’è stata
che bella serata passata.
Ma, cari parassiti del mio orrore,
io stesso non so dire quanto è nero
l’odio che nutre tutto questo amore.
inedito - dedicato a V.C.