
"Questo libretto di traduzioni non pretende di approfondire alcunché della poesia di Kavafis, un messaggio che resta enigmatico, per i suoi molti strati: si offre semplicemente come, attraverso la sua, con estratti da un corpus sezionato, vettore di poesia, di cosmo poetico, ai tanti cercatori sconosciuti che possono riceverne aiuto (che per essere aiuto vero deve potersi esotericamente chiamare illuminazione).
Tenerlo come un breviario a portata di mano e, se si è in grado, leggere parallelamente il testo kavafiano e la mia versione, che vorrebbe fissarne la piccola sezione tradotta in una sua propria, autonomamente significante, lingua poetica. Entrambe, greco e italiano, siamo lingue di tramonto del Tramonto (l'Occidente), lingue in perdita d'anima, che tra un po' cesseranno di essere comprese, salvo per luoghi comuni. Entrate nel baraccone magico finché siete in tempo o non cisaranno, per voi, che dei gesti, dei gesti di muti o di balbettanti.
S'intende che, per trattenere il poetico del testo, il lavoro del traduttore in versi non è di trasposizione ma di scrupolosa ri-creazione. Tradurre poesia è creare un nuovo verso, una diversa musica. La ricerca stessa di luce dell'autore va rimessa in cammino, proseguita con altre parole. Questo, nel tradurre, io l'ho fatto sempre, imparandolo dai molti anni impiegati a rendere in versi italiani la lingua sacra del Vecchio Testamento.
[...] La presente radunata di scelte non segue nessuna traccia. Ma una traccia non escluderei mi sia stata preparata, in occulto, dal dito solito del Caso, perché ora ci vedo, nel licenziare il libellum, una certa coerenza di struttura (lascio a chi vorrà vedercela di confermarlo per sé), creata forse, più che dai contenuti stessi, dall'energia linguistica stregante dell'artista: questi suoi stichi greci d'Alessandrino sono, per chi abbia a guidarlo nel labirinto il suono, irresistibili. Infatti cominciai a tradurre per primo il Kavafis che più mi attirava, per il suono, per il ritmo, ad impararlo a memoria: testi che ancora, con lacune che ahimé si allargano, posso ripetere a memoria in un neogreco non tralignante."
(Guido Ceronetti, marzo 2004)

Le finestre
Per queste stanze buie giro giro...
E trascino i miei giorni irrigiditi
Cercando le Finestre. Oh conforto,
Se mai una si aprisse!
Ma qui
Non ci sono finestre. O mi è impedito
Trovarle.
Meglio, forse, così; mai uno squarcio.
Tutto potrebbe farsi, se irrompesse
La luminosità, più cupo.
Muterebbero
Tante cose: spunterebbe
Qualche nuova oppressura.
[1903]
La città
Altra terra e altro mare sospiravi.
-Trovare una Città, un supremo approdo,
Da contrapporre a questa, dove incombe
Su ogni mia passione una condanna
Già prima emessa, e sul mio cuore pesa
Come una tomba...
Mi pare essere un morto!
Anima mia, tanto disfacimento
Come puoi contenere? Dovunque io qui posi
Lo sguardo e aggiri gli occhi, in rottami
Anneriti la frantumata vita
Mia, eccola. In questo occupai gli anni:
A mutarla in deserto, a stroncarla.-
Il Luogo insolito, la Sponda ideale
Afferrarli non puoi. Un inseguito
Della città tu sei. Un deambulare
Per trite vie il tuo. Nei ribaditi
Spazi di quel quartiere farti vecchio,
incanutire tra stanze consuete.
Ogni Altrove non è che questa riva,
Questa città. Inutilmente speri
Un altro porto per la tua nave,
Un altro sbocco pr la tua strada.
Come l'hai ridotta a rovina in una minima
Striscia di mondo, non c'è immensità
Che non rifletta della tua vita
Lo strazio che ne hai fatto, irreparabile.
[1910]
Il dio abbandona Antonio
Quando tra musiche incantate udrai
Un bisbigliare di corteo invisibile
A mezzanotte sorgere, e svanire;
Sul tuo destino arreso, le fallite
Tue azioni, la vita tutta
Persa, che immaginavi - non fare
Pianti senza costrutto
E' Alessandria, che parte; tu salutala
Come pronto da tempo, come un forte.
Non dire sto sognando, allucinato
E' il mio orecchio... Questo inganno
Tròncalo, speri invano
Come pronto da tempo, come un forte
(Questo è degno di te, che meritasti
Tale città in dono) va' sicuro
Alla finestra e trepidando ascolta,
Senza i rimpianti e le suppliche dei vili
Manda un addio a quella che tu perdi,
Ad Alessandria; dagli incantati
Strumenti e suoni del divino tìaso
Un'estasi verrà, per te, suprema.
[1911]
Mezz'ora
Mio non sei stato, né mai sarai,
Credo. Fu l'altro ieri:
uno sfiorarsi al bar, dirsi qualcosa,
Niente di più; e già la pena provo
Del rimpianto, confesso. Ma c'è talvolta
In noi dell'Arte, di mente tale eccesso
Che un'ombra fuggitiva di piacere
Trasformiamo in sostanza, ne facciamo
Realtà palpabile. Così fu al bar,
L'altro ieri: complice in me una
Ubriacatura misericordiosa,
In rapimento erotico ho vissuto
Per mezz'ora, assoluto...
(Devi averlo capito: sei rimasto
Apposta un po' di più). Ma quanto,
Oh quanto necessario fu il guardarti
Nelle labbra, e il corpo tuo accanto
Avere al mio... Concesso
Non m'avrebbero un tale incanto
Vertigine d'alcool, sogno,
Pur tanto forti, mai...
[1917]

Nel mese di Athir
Decifro a stento l'antica lapide:
SI[GNO]RE GESV CRISTO...
Un PSIC[H]E viene fuori. E poi:
NEL ME[SE] DI ATHIR / LVCIO
SI ADDORMENTO'. Quanto all'età,
Al VIS[SE] si accompagna un Kappa Zeta;
Fu in ben giovane età quel suo
Addormentarsi: ventisette anni.
Tra lo sfacelo mi appare
La sua nascita ALESSANDRINO.
Seguono tre linee a brandelli;
E tuttavia parole come L[A]CRIME
NOSTRE/DOLORE ne ricavo
E ancora LACRIME e PER [N]OI SVOI AMI[CI]
GRANDE LVTTO. E così penetro
L'immensità di amore
Che Lucio suscitò.
Era il mese di Athir:
E Lucio si addormentò.
[1917]
Dalle nove
Dodici e mezza. l'ora è trascorsa in fretta.
La mia lampada è accesa dalle nove.
E siedo qui, senza leggere, né una
Parola dire. Con chi
In una casa tutta solitudine
Parlare?
Il simulacro del corpo mio
Nel suo fiorire, alla lampada è venuto
Quando alle nove l'ho accesa
E mi ha cercato. Le profumate
Camere chiuse mi ha rievocato
Dove indicibili audacie
Del godimento passarono;
E strade che oggi più non riconosco
Ritrovi gremiti ed eccitati non più esistenti
I teatri e i caffè di un tempo
Mi ha negli occhi riacceso
Il simulacro del corpo mio
Nel suo fiorire, è venuto qui,
Di memorie luttuose mi ha coperto:
Le morti dentro casa, le vite perse,
Gli affetti dei miei cari, i sentimenti
Dei morti, che mai ebbero
Un qualche peso
Dodici e mezza. Le ore come passano.
Dodici e mezza. Quanto passare d'anni.
[1918]
Malinconia di Iason di Cleandro
poeta in Commagène (595 d.C.)
Oh l'orribile squarcio di coltello!
Il mio corpo, la mia figura invecchiano!
Non ho la forza di soffrirlo. E a te ricorro,
Che a volte medichi, Arte di Poesia;
Stordiscimi
Per mezzo dell'Immagine sonora,
Tanto dolore
Oh l'orribile squarcio di coltello!
I tuoi rimedi, subito, Poesia:
Darò un poco, alla piaga, di torpore.
[1921]
Konstantinos Kavafis
da Un'ombra fuggitiva di piacere, a cura di Guido Ceronetti
Milano, Adelphi, 2004

IL BESTEMMIATORE
(sdraiato sul suo lettino, col bisturi piantato proprio nel centro delle intenzioni):
E allora prepariamoci all’ennesima autopsia,
per quanto la putredine sia un gusto già sentito
e il bisturi già un gioco arrugginito.
Che venga pure il tetano,
io sono vaccinato
e comunque prima o dopo si muore.
IL CACCIATORE
(arriva ex machina, canticchia; ha la gabbietta nella mano destra; la lanterna emana una luce sinistra):
Ho catturato una lucciola,
ma la lanterna la acceca.
Guarda: la lucciola impreca
e non sa quanto è bianca
la forza che spreca.
IL BESTEMMIATORE
(alza appena gli occhi, con indifferenza ostentata, poi torna al suo lavoro, con la voce rotta, e una rabbia che somiglia al pianto):
Sisì, c'è ancora vita sotto i vermi!
Si tralascino le croste:
l’accidia in cancrena
cresce dentro il brodo di coltura
negli anni. Sono pochi. Ma che importa?
È colpa delle muffe che coltivo
in provetta,
con centrifuga cura, fino a scegliere
l'emozione più adatta, la più oscura:
che sia rigogliosa
l’innata vocazione all’inazione!
IL CACCIATORE
(posa un piede a terra, e prende a saltellare, continuando la salmodia):
Guarda la lucetta, la lucina:
non si rassegna, la poverina.
Guarda la lucina, la lucetta
come balbetta.
IL BESTEMMIATORE
(fa finta di non sentire, e armeggiando nella polpa putrida, si schizza in faccia un lembo canceroso di ricordo):
“Pensieri di vecchio”, dico, non v’è dubbio
(così mi hai detto ieri, amico,
e me lo sono rimproverato
di sentirmi sempre un passo indietro).
(si ripulisce il volto, sospira, guarda verso l’alto. Potrebbe gridare):
E invece è pur sempre giovinezza
l’urlo piantato in gola, al pomeriggio,
mentre guardo il soffitto, ipotizzando,
e dilapido il tempo immaginando
le meraviglie che so pensare e che non faccio.
IL CACCIATORE
(guardando la flebile luce nella gabbietta, smette di cantare. Voce neutra):
È luce vera la tua piccola luce verde
perché è bianca, perché è forte, perché è blu.
Pensai: fossi vecchio, forse sopporterai.
Che ne pensi? Pensavo. Penso. Penserò.
Ma c’è da riconoscere, per poco che valga che tu creda,
che la voce non trema.
Quanta luce di cieco,
quanto spreco!
Eco.
IL BESTEMMIATORE
(stufo del gioco, puntando il bisturi verso il cielo):
E io ti sto in faccia, e ti odio
e odio questo spreco di forza
mentre impreco
come se pregassi, ma ostento questo rifiutarmi
ad ogni tua pretesa di salvarmi
- non lo voglio il tuo aiuto,
dopo che tu mi ha i messo i vermi addosso,
che misero gioco che ti sei inventato! -
Ed è ancora un altro verme
che formicola e scava
in questa mela che sono.
IL CACCIATORE
(tornando a canticchiare):
Mela del bene non si mangia
me l’ha detto il serpente.
Mela del male melamarcia
me l’ha detto un parente.
Se mi dici bene
male ti rispondo
semi dici male
semino il male nel mondo.
IL BESTEMMIATORE
(spazientito, getta lontano il bisturi e corre a prendere i suoi libri):
E io semi non ne ho, che non ne voglio:
L’amore è un frutto marcio, un farmaco
che si compra già scaduto. Vedi? Sta scritto.
E guarda questa muffa, qui, nella provetta: è la prova.
Vedi la forma tortile della ferita? La venatura storta?
La forma asimmetrica del foglio?
La casa nuova che crolla? Il segnale che manca?
Non c’è campo.
Non c’è scampo
al buio.
IL CACCIATORE
(risalendo sulla machina, e scomparendo nel cielo):
Continua ad agitarsi e non s’illumina:
un giorno questa lucciola la spengo.
Ma non ora, non ora,
per ora che vada in buonora:
mi diverte la lucciola se impreca
se non sa quanto è bianca
la forza che spreca.
Alessandro Melis - inedito