
Libreria "La Pergamena"
Oristano
venerdi 26 ottobre ore 18.30
Errico Buonanno
L'accademia Pessoa
interverrà l'autore
letture di Alessandro Melis
Nella soffitta polverosa di Montevideo, in cui per anni ha perso tempo a ubriacarsi e a plagiare i grandi classici della letteratura universale, lo scrittore fallito Alonso Novarro, presidente dell'accademia per illetterati "Fernando Pessoa", un'associazione segreta di nemici dei romanzi, viene trovato impiccato da Hamete Benengèli, traduttore e nano. Accanto a lui un misterioso scritto in spagnolo nel più perfetto stile ottocentesco: la traduzione del capitolo ventinovesimo dei "Promessi Sposi" di Manzoni, che Manzoni non si è mai sognato di scrivere...
Queste le note di copertina del giallo "L'Accademia Pessoa", scritto da Errico Buonanno ed edito nella collana "Stile Libero" di Einaudi, che verrà presentato venerdì 26 ottobre alle ore 18,30 presso la Libreria La Pergamena di Oristano, in Via Vittorio Emanuele n. 24.
La mattina dello stesso giorno l'autore sarà presente alla 7^ Mostra del Libro in Sardegna di Macomer. Nato a Roma nel 1979, Errico Buonanno è vincitore del Premio Calvino 2003 col suo primo libro "Piccola serenata notturna" (Marsilio, 2003).
Per informazioni ci si può rivolgere alla Libreria La Pergamena telefonando al numero 0783.75058 o scrivendo all'indirizzo di posta elettronica "lapergamena@tiscali.it".

Ah! Le Monde
Mi cade schifato dalla mano
ogni giornale italiano insulta il mio capire
m'opprime di mode, modi
psicologia per conti che devono tornare
leggo Le Monde
difficile trovarlo non lo sciupo
buona motivazione, faticante, in francese
guadagno in comprensione
diffido del facile, gratis tutto per tutti in ogni situazione
si può verificare, ha ragione Federico
- comunicare fa male -
Ah! Le Monde! M'incanta il mondo
m'incatena
diffido di ricette per ogni stagione
mai una colpa propria mai espiazione
la colpa è di, l'ho detto sempre
Le mani nella merda? Io? Le mani nel sacco?
il problema è assoluto, nel relativo è un complotto
al lupo al lupo al lupo! e finalmente viene
s'abbassa la testa, si nasconde la mano
cose ben più importanti
ben più vicino, molto più lontano
(detto per inciso, post scriptum
è amico mio, il lupo, nel regno animale
in bocca al lupo va bene
se campa, non per crepare)
Mesto solenne si diffonde un canto
gracchiato da un altoparlante
vespro tra mare e monte in Cilento
piazza repubblicana
lapidi ai patrioti sui muri delle case
Ah! Le Monde! m'incanta il mondo.
m'incatena
Giovanni Lindo Ferretti
in PGR, Universal Music Italia, 2002

Levo gli ormeggi della notte
e prendo il largo, a bordo
del mio letto.
Ondeggiano le mura della casa
e dentro il sonno
matura il mio naufragio.
* * *
Vado per sogni e il corpo resta vuoto,
cenotafio di carne.
L’io s’infeltrisce, buco nero, centro
di gravità del sonno.
E mentre perdura la vacanza
notturna, senza me io sono solo
la pietra che divento, la radice
quadrata del mio sogno.
* * *
Ora somiglio all’inerzia delle cose.
Immobile
accado, prendo polvere, proietto
sopra le superfici la mia ombra.
Vibra la palpebra, e divento
soprammobile.
Decorativo
inutile.
* * *
Reliquia della notte, appendo al chiodo il sonno, ex voto di un altro po’ di tempo consumato. Lungo la navata, fittume di disegni imbruniti. Resiste nel disordine dei giorni solo il tratto sorprendente, il colore nuovo, l’accidente che devia, che vira al mare aperto.
E mentre scorro l’album dei miei giorni, tutto il calore rincasa, e nel cervello si allestisce il convito, e il corpo si fa freddo e duro, per durare.
* * *
Mi sogno spesso in ruolo di reperto. Avvolto nel sudario della notte, mi vedo scheletro, decomposto e scarnificato, oltre il vetro azzurrato di una teca, col cartellino e il numero d’inventario. Obitorio dei millenni. Le mummie egizie viste a Torino, nell’infanzia, popolarono a lungo i mie incubi. E forse l’orrore del corpo è stretto parente del timore della museificazione. C’è qualcosa di empio nel pensare che un corpo diventi cosa. Eppure l’umanità è questione risolta dopo un breve ciuffo d’anni. Trascorso un intervallo imprecisato, il corpo diviene reperto. Solo in casi aberranti, reliquia.
* * *
Vado a vedere
la lenta tessitura dello sguardo,
là dove l’occhio ridisegna l’occhio
e il tappeto del sogno
coincide col telaio.
Vedo da vicino l’impostura.
La fibra si confonde con la mano
il nodo con la spola,
io sono il sarto
e sono la figura.
Alessandro Melis
Dal poemetto inedito Beth (2006)

Argumentum Ornithologicum
Chiudo gli occhi e vedo uno stormo di uccelli. La visione dura un secondo o forse meno; non so quanti uccelli ho visti. Era definito o indefinito il loro numero? Il problema implica quello dell'esistenza di Dio. Se Dio esiste, il numero è definito, perchè Dio sa quanti furono gli uccelli. Se Dio non esiste, il numero è indefinito, perchè nessuno poté contarli. In tal caso, ho visto meno di dieci uccelli (per esempio) e più di uno, ma non ne ho visti nove né otto né sette né sei né cinque né quattro né tre né due. Ho visto un numero di uccelli che sta tra il dieci e l'uno, e che non è nove né otto né sette né sei né cinque, eccetera. Codesto numero intero è inconcepibile; ergo Dio esiste.
Jorge Luis Borges, in L'artefice (1960)
in Tutte le Opere - vol. 1, Mondadori, 1984
[Perdonare dio]
La morte di un malvagio toglie senso al mondo:
noi siamo preparati alla morte dei giusti,
alla morte dei giusti, noi siamo abituati,
ma un malvagio che muore è la prova
che, nella sua ingiustizia imperscrutabile,
dio sa essere iniquo anche nell'equità.
Valerio Magrelli,
in Disturbi del sistema binario, Einaudi, 2006
[Ipotesi di empietismo]
Oggi, mentre passeggiavo, ho sentito scuotersi le mie evidenze, le certezze che avevo da tanti anni, le mie emozioni più care, il mio modo di goderne. Qualcosa sollevava in aria il mio piccolo edificio e poi lo ributtava a terra con violenza mentre tutto andava in pezzi... Per un attimo non avevo più niente, tutto distrutto, ma un istante dopo tutto si era ricomposto. Provai a saggiare la mia assoluta sfiducia in Dio: intatta. Continuai la mia passeggiata.
Manlio Sgalambro, da Lettera sull'empietismo
in MicroMega, Almanacco di filosofia, 2/2000
Se non avete mai visto un film di Tati (9 ottobre 1907 - 4 novembre 1982), ecco l’occasione giusta per scoprire la sua inaccessibile perfezione. Se già lo conoscete, saprete che ogni suo film mostra ogni volta qualcosa di nuovo, e questo centenario è l’occasione giusta per tornare a gustare il suo cinema filosofico e lunare.
Per gli amanti della precisione storica, Jacques Tatischeff nasce in famiglia d’origine russa a Le-Pecq (Seine-et-Oise), il 9 ottobre 1907. La sua infanzia è priva di caratteristiche di rilievo, salvo una precoce tendenza allo sviluppo in altezza. Dopo aver praticato con grande disinvoltura innumerevoli sport (boxe, equitazione, tennis, calcio…) pratica il rugby in una squadra di serie A del campionato francese; qui scopre l’innata capacità di generare il riso, intrattenendo i compagni con gag e pantomime. Si trasferisce a Parigi dove esercita, per quindici anni, l'attività di cabarettista specializzandosi in mimica ed acrobazie, con gag ispirate alla vita quotidiana, e ai suoi ritmi nevrotici. Non per caso, giunge al cinema.
"Confusion è la parola della nostra epoca. Si va troppo in fretta. Ci dicono tutto quello che dobbiamo fare. Organizzano le nostre vacanze. La gente è triste. Nessuno fischietta più per strada (...) sarà sciocco, ma mi piacciono le persone che fischiettano per strada ed io stesso lo faccio. Credo che il giorno in cui non potrò più fischiettare per strada sarà una cosa gravissima."
Qui è la radice comica di tutti i suoi film, qui il punto di partenza per la creazione del personaggio di Monsieur Hulot, uomo stralunato ed impassibile, maschera tragicomica di magra essenzialità: impermeabile, cappello, pantaloni un po' corti e immancabili pipa e ombrello. Hulot è “straniero” nella macchina del mondo, borbotta senza parlare, cammina senza capire, il suo sguardo incredulo davanti al meccanismo incomprensibile della modernità è un punto di domanda lasciato senza risposta. Il bersaglio della sua satira, mai crudele, sempre un po’ amara, è la Francia del dopoguerra, ossessionata dalla modernizzazione.
Nel primo lungometraggio Jour de fête (Giorno di festa, 1949), Tati è un postino che, nel tentativo di essere efficiente come i colleghi americani visti in un documentario, semina un enorme scompiglio nella comunità. Hulot non è ancora nato, ma già la comicità di Tati nasce dall’ossessione della modernità. Il film fu un successo strepitoso: fu accostato ai maestri del neorealismo italiano, e le fanfare proclamarono la rinascita del cinema francese.
Quattro anni dopo ne Les vacances de Monsieur Hulot (Le vacanze di monsieur Hulot, 1953), Tati inventa il suo personaggio, protagonista, in una località balneare di una divertente serie di disavventure. I temi di Tati ci sono già tutti: il ridicolo dei costumi moderni, l’incomunicabilità radicale fra le persone, l’occhio privilegiato dell’infanzia.
Nel 1956 fonda la sua casa di produzione, la Spectra Films, e due anni dopo realizza Mon oncle (Mio zio, 1958), surreale satira dell’abitare ultramoderno, tra fontane automatiche e cucine misteriosamente dotate d’identità elettromagnetica. Personaggi memorabili la madre igienista, la vicina americana dai cappelli/scultura. E soprattutto la casa, sublime parodia dell’architettura razionalista. Premiato con l'Oscar come Miglior Film Straniero e con il Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes.
Passano nove anni prima che Tati riesca a realizzare l'audace Playtime (Play Time - Tempo di divertimento, 1967); lavoro dalla genesi omerica, il progetto prevede la costruzione alla periferia di Parigi di una vera e propria città, con strade asfaltate e impianti funzionanti, uffici dalle enormi vetrate, interni labirintici e grigi. Un mondo ostile, una Parigi dove la tour Eiffel compare solo riflessa sui vetri, e ogni segno della civiltà europea sembra scomparire dietro la freddezza di un universo di acciaio e vetro, di macchine da scrivere e feste alcoliche in cui anche un mambo assume cadenze industriali. Megalomania e poesia, dove ogni inquadratura è trattata come un quadro, e l’occhio è obbligato a perdersi nei particolari più minuti. Girato sull’enorme formato di settanta millimetri, il film è un vero e proprio tour de force per lo spettatore, obbligato ad osservare ogni angolo dell’inquadratura, su cui infiniti punti d’attenzione producono meccanismi comici di grandissima complessità. Ovviamente fu un fiasco. Scrive Truffaut, in estasi: "Un film che viene da un altro pianeta... l'Europa del 1968 filmata da un Lumière marziano". Tati, perseguitato dai debiti contratti durante una produzione tanto faraonica, è costretto a vendere i diritti di tutti i film precedenti all'asta per una cifra irrisoria.
In Trafic (Monsieur Hulot nel caos del traffico, 1971); borbottante parole incomprensibili, stralunato più che mai, il cineasta ci propone Hulot ormai perduto in un mondo che non riesce più ad appartenergli. La sua casa di produzione fallisce.
Ultimo lavoro, Parade (Il circo di Tati, 1974), girato per la tv svedese e poi trasferito in pellicola per il cinema, è una raccolta di tutte le sue pantomime sotto il tendone di un circo. I suoi capelli bianchi sono di una tenerezza struggente.
Tra il 1977 e l'82 lavora alla realizzazione del nuovo film Confusion, che non riuscirà a realizzare.
La storia è quella di sempre, degli artisti grandi e sfortunati, geniali ed incompresi. Ma è un fatto che davanti ai film di Jacques Tati si resta rapiti davanti ad una comicità che è spesso vera poesia. Fatta di gag imprevedibili, di suoni e posture innaturali, di cose che si trasformano imprevedibilmente in altre cose. La comicità come una forma di visione del mondo. Un modo di mostrarci che vivere è davvero un mestiere ridicolo.
Alla fine, si può anche moridere.
"Monsieur Hulot e la cucina moderna"
da J. Tati - Mon Oncle (1958)

"Una grande attrattiva del Kaiserpanorama consisteva nel fatto che era indifferente dove si cominciasse il giro delle vedute di terre lontane. Infatti, poiché la struttura con dinnanzi le sedie era di forma circolare, ciascuna veduta scorreva davanti a tutte le postazioni, e da queste, attraverso una doppia finestra, si osservava la sua sbiadita lontananza […]. La musica, che rende così stancante viaggiare con il film, nel Kaiserpanorama non esisteva. Mi sembrava che le fosse superiore un effetto insignificante, anzi addirittura fastidioso. Era uno scampanellio che risonava pochi secondi prima che l’immagine si spostasse con uno scatto per lasciar posto inizialmente a un vuoto e poi all’immagine successiva. E ogni volta che echeggiava, le montagne dalla vetta ai piedi, le città con tutte le loro lucenti finestre, le stazioni con il loro fumo giallo, i vigneti fin nella più minuscola foglia, risultavano permeati dal dolore dell’addio. […] Lo struggimento che provocavano poteva essere un richiamo verso casa e non verso l’ignoto. Così, davanti al trasparente della città di Aix, un pomeriggio cercai di convincermi di avere un tempo giocato sul lastrico, scortato dai vecchi platani, del Cours Mirabeau. […] Nei fiordi e sotto le palme da cocco, ritrovavo la stessa luce che di sera illuminava il mio scrittoio mentre facevo i compiti. […] Sembrava che avrei quasi potuto percepire il vento e le campane, se solo avessi prestato maggiore attenzione."
Walter Benjamin, Kaiserpanorama
in Infanzia berlinese intorno al millenovecento, Torino, Einaudi, 2001
Era primavera, viaggiavo con una Pizia e un Musico, e Torino era piena di luce, una specie di Parigi minore. Il Kaiserpanorama ci aspettava al primo piano del Museo Nazionale del Cinema, un’esperienza che da sola avrebbe giustificato il viaggio.
Siamo stati a lungo seduti davanti alle macchinette, come bambini davanti a un gioco nuovo. Poi, più guardavo, e più sentivo crescere l’entusiasmo e la tristezza, senza capire bene perché. E allora ho continuato a guardare, schiacciando con tranquilla compulsione i tasti di avanzamento, perché sono ossessionato dall’idea di capire, e perché la foto stereoscopica mi avvinceva di una mostruosità che sentivo di dover contemplare con lentezza. Alla fine ho compreso: mi attraeva con tanta disperata perversione perché restituiva alla fotografia tutta la sua originaria perfezione imbalsamatoria.
Siamo circondati di fotografie. E non dico soltanto dei nostri album di famiglia, o dei tristi quadretti d’infanzia che tutti abbiamo in qualche angolo di casa. Dico delle foto sui pacchi di biscotti, a colazione, con le famigliole felici, o nelle riviste politiche che leggiamo per il gusto di indignarci, dico dei manifesti giganti che grandeggiano sugli incroci delle nostre città, ci distraggono mentre guidiamo e ci fanno rischiare continui tamponamenti, o dei cadaveri spalancati sulle prime pagine dei giornali, o delle belle immagini scelte dagli editori per miniare le copertine dei libri. Ne vediamo centinaia ogni giorno, e, abituati alla loro fissità bidimensionale, abbiamo imparato a non riconoscere l’orribile forza metaforica del movimento raggelato.
La profondità tridimensionale della stereoscopia ci obbliga ad un rinnovato stupore. Concepita per dare un senso di verità vitale alle immagini fisse, ottiene un risultato imprevisto e ben più clamoroso: unisce la vita e la morte, riuscendo nel miracolo impossibile di negarle entrambe.
Nel Kaiserpanorama di Torino ho visto una bandiera, le cui pieghe avevano una carnalità inspiegabile, gonfie di un vento che nel prossimo istante avrebbe preso a fischiare; ho visto sorrisi paralizzati, di cui indovinavo la piena tensione dei tendini e un accenno di tremito; ho visto un brindisi nuziale, in cui la trasparenza del cristallo prefigurava il tintinnio e la risata, l’ubriachezza e il canto; ho visto una donna africana dai piedi enormi, che sfiorava gioielli di legno adagiati sul petto, e una geisha in equilibrio sulla vertigine di un ventaglio. Avrei potuto toccarli, allungando la mano, e invece non potevo, e tutto rimaneva immobile e perenne, immerso in un silenzio spaventoso e atemporale. Vita in morte e morte in vita, l’orribile verità di queste stasi mi obbligava a guardarle, ossessivamente, come oggetti di perversione. È un sintomo, uno dei tanti, di un’inguarita malattia: l’attrazione per ogni forma d’arte che riesca a contemplare la morte da vicino, senza farla scappare.

Lentamente, non lo nego, si può riuscire ad abituarsi. Fingere che si tratti di pura rappresentazione, dimenticarsi che il calice, il velo della sposa, la carta del ventaglio siano ormai decomposti insieme alla mano che li sfiorava. Divenendo abitudine, anche la stereoscopia può tornare ad essere spettacolo, finzione, uno dei tanti parenti del teatro.
Ma questo non può accadere con l’ultima delle serie stereoscopiche di Torino, la più sconvolgente.
Chiusa in un loculo rosso luminescente, la macchinetta qui propone una successione di foto “erotiche”, un tempo offerte all’occhio eccitato dello spettatore pagante. Ma ecco: le macchie brune sulla carta fotografica intaccano questi corpi di donna come tumori o principi di decomposizione, e subito le membra, perduto ogni magnetismo carnale, divengono oggetti macabri, cadaveri ingenuamente lascivi che ammiccano, quasi virginali, da un oltremondo che nulla ha di erotico. Perché sesso e morte rifiutano di starsi accanto: il nulla della morte, sottrattivo, entropico, senza ritorno, toglie a questi corpi ogni arma di seduzione. Fin qui niente di difficile, è il normale effetto di una foto d’epoca. Ma la terza dimensione dona a questi corpi vivi e decomposti una verità morbida e spaventosa, statuaria e tattile. La stereoscopia mostra una vita nel suo “morirsi”, la contempla per sempre, la preserva facendo vibrare l’antitesi davanti ai nostri occhi. Enfatizza il nostro fantasioso talento del morire, ci impone di guardarlo, nella sua irremovibile crudeltà, nel suo assurdo orrore.
Per nostra fortuna il Kaiserpanorama, relitto di un’epoca industriosa e incosciente, resta chiuso nei libri, o nei musei.
A.
Nuovi altari da ora, l'altra sostanza -
così il commosso annuncio si dischiara
quando con le promesse io mi curo -
da me soltanto cercherò la pietra
tanto s'è fatta avara la vigilia
lungo le rive d'acqua che non viene.
Io me ne andrò dove l'aria concede
alla mia vela di terra il soffio
con cui ci si confessa d'un dolore,
quello che muove le povere parole
e le pavesa a festa, o le tormenta.
Ecco, vado a trovar la pietra dura
della mia della tua pena,
considera la quiete terminata,
credimi infine: conviene la sponda del mattino, e salva -
ma che un battito abbia forza d'arrestarsi
e ammirare rapito il cuore buio.
Anche se è mia fortuna dare frutti
che sono belli della propria fine
io me lo giuro sul nome delle cose,
quel tuono breve in cui vanno a tremare,
che alla miniera della mia fatica
strapperò scaglie più vere dell'oro
per consegnarmi le mani ferite,
il loro suono esatto, un cielo
non astratto a cui tenermi.
Silvia Bre, Canto privato
da Le barricate misteriose, Torino, Einaudi, 2001