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La Poesia e lo Spirito - Alessandro Melis
Alcune poesie pubblicate da
Giovanni Nuscis su
La Poesia e lo Spirito

Via delle Belle Donne - Alessandro Melis
Un omaggio a Jacques Tati
pubblicato da Rita Bonomo su
Via delle Belle Donne

PAROLE PER SISIFO

Bisogna immaginare Sisifo felice.
(Albert Camus)

L'unica cosa che valga la pena di fare, oggi, è l'essere moderni.
(Oscar Wilde)

Nulla è pericoloso quanto l'essere troppo moderni. Si rischia di diventare improvvisamente fuori moda.
(Oscar Wilde)

La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero; è la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza.
(Albert Einstein)

Sono una persona profondamente superficiale.
(Andy Warhol)

Non posso continuare. Devo continuare.
(Samuel Beckett)

La ragione spinta all'estremo è stoltezza; viltà in germoglio diventa, sbocciando, crudeltà; l'eccesso di verità è il contrario del sapere.
(Henrik Ibsen)

RASSEGNA STAMPA

(con didascalie
per la lettura)


Dov'è la Vita
che abbiamo perso
con la vita?
Dov'è la saggezza
che abbiamo perso
con la conoscenza?
Dov'è la conoscenza
che abbiamo perso
con l'informazione?

(T. S. Eliot)




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Data
Si comincia da qua,
luce di stella morta
giunta da un trapassato presente.
Il suo oggi è lo ieri, luce-salma,
memoria di un oltretomba quotidiano.


Dall'interno
La funzione profilattica
del linguaggio politico
consiste nell'impedire un contatto
diretto tra le cose. Grazie allo
sviluppo di nuovi materiali,
il codice è oramai ridotto a un velo
impercettibie (starei per dire inconsutile),
che fa sentire tutto
dove non passa niente.


Cronache
Quanto vasta è la nostra
capacità di perire! E varia.
Il talento di soccombere
ai grandi deragliamenti in Cocincina
e insieme l'arte di spegnersi
durante i terremoti nel Cipango.
Ovunque l'ecatombe svela quanto
sia vocato alla morte l'uomo-faglia,
la zigzagante linea di
frattura
fra tecnica e natura.


Cronaca nera
La vittima è sempre la stessa,
la serial killed.
Cambiano nomi e volti, non la preda,
l'ininterrottamente strattonata
linea sacrificale
all'orizzonte del sangue.


Economia
Ora parlano i numeri,
c'è poco da scherzare.
Questa specie di orario ferroviario
racconta di convogli che vanno
lontano. Anche blindati,
all'occorrenza, perciò
mettiti da una parte
e salutando con la mano sorridi
mentre passano.
Adesso Sheherazade non può più nulla.


Terza pagina
Schiacciata tra finanza e cinema,
ovattata stanza di un borbottare
filologico, flessuosa fascia d'alghe
danzanti nell'acquario recensorio,
sta, attutito spazio, e, diresti, muto
ostensorio, non fosse pel sussurro
di quelle bollicine che salgono,
espulse sillabe d'ossigeno,
da un motore nascosto,
fontana del respiro,
libro-elica.


Cinema
Grotta di Alì Babà,
biglietto apriti-sesamo,
e lo scrigno di luce si spalanca.
C'è un'ora e mezzo circa,
il tempo di rubare una scena,
una voce o un fotogramma.
Ma presto, ché i ladroni stanno tornando,
i critici,
armati fino ai denti di asterischi
per riappropriarsi del loro bottino.


Sport
Oltre il limite,
oltre le giunture,
il corpo del'atleta si tende
e schizza via
nell'aureola del premio,
nel diagramma del record,
nella cartella clinica
sulla tastiera del giaciglio dove
riposa, Doppio immobile e stregato,
il lettore sportivo.


[Envoi]
Dormi ma senti frinire
remote
le rotative
rotanti nell'oscurità
per dare forma
all'aldiquà.



Valerio Magrelli
da Didascalie per la lettura
di un giornale
(1999)

NOTA

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ex L.62 7/3/2001.
Testi e immagini sono ad esclusivo uso didattico e senza fini di lucro.
Quando non di proprietà di Alessandro Melis, testi e immagini sono pubblicati in solo ossequio alla personale idea di bellezza e di intelligenza del Melis medesimo.
Qualora gli autori non apprezzassero l'omaggio, o fossero contrari alla pubblicazione, sono pregati di comunicarlo alla segreteria del Teatro (alessandromelis@splinder.com).
I testi o le immagini oggetto di disappunto saranno, seppure a malincuore, rimossi.

CAMERA VERDE

(in caotica costruzione)


7 novembre 1913 - 4 gennaio 1960
Il mito di Sisifo (1942)



6 febbraio 1932 - 21 ottobre 1984
I 400 colpi (1959)



4 agosto 1899 - 14 giugno 1986
Finzioni (1944)



18 febbraio 1940 - 11 gennaio 1999
Non al denaro, non all'amore,
nè al cielo (1971)




21 marzo 1938 - 27 gennaio 1967
Mi sono innamorato di te (1962)



1 settembre 1937 - 16 marzo 2002
Quattro diversi modi di morire in versi(1974)



4 ottobre 1895 - 1 febbraio 1966
The cameraman (1928)



16 aprile 1889 - 25 dicembre 1977
Luci della città (1931)



22 giugno 1906 - 27 marzo 2002
A qualcuno piace caldo (1959)



1 giugno 1926 - 5 agosto 1962
A qualcuno piace caldo (1959)



13 aprile 1906 - 22 dicembre 1989
Aspettando Godot (1952)



9 ottobre 1907 - 5 novembre 1982
Mio zio (1958)



8 giugno 1903 - 17 dicembre 1987
Fuochi (1935)



21 febbraio 1903 - 25 ottobre 1976
Esercizi di stile (1947)



15 ottobre 1923 - 19 settembre 1985
Le città invisibili (1972)



5 marzo 1922 - 2 novembre 1975
La religione del mio tempo (1961)



24 maggio 1940 - 28 gennaio 1996
Marmi (1984)



4 aprile 1932 - 29 dicembre 1986
Lo specchio (1975)



9 agosto 1902 - 19 aprile 1975
De profundis (1945)



29 aprile 1863 - 29 aprile 1933
Poesie (1935)



13 giugno 1888 - 30 novembre 1935
Mensagem (1934)



3 luglio 1883 - 3 giugno 1924
Il processo (1925)



25 gennaio 1882 - 28 marzo 1841
Orlando (1928)



3 dicembre 1857 - 3 agosto 1924
Cuore di tenebra (1899)



18 gennaio 1863 - 7 agosto 1938
Il lavoro dell'attore su se stesso (1938)





L’artista è il creatore di cose belle.
Rivelare l’arte senza rivelare l’artista è il fine dell’arte.
Chi può incarnare in una forma nuova, o in una materia diversa, le proprie sensazioni della bellezza, è un critico.
Tanto la suprema quanto la infima forma di critica sono una specie di autobiografia.
Coloro che scorgono cattive intenzioni nelle belle cose, sono corrotti, senza essere interessanti. Questo è un difetto.
Quanti scorgono buone intenzioni nelle belle cose, sono spiriti raffinati. Per essi c’è speranza.
Eletti son gli uomini ai quali le belle cose richiamano soltanto la Bellezza.
Non esistono libri morali o immorali come la maggioranza crede. I libri sono scritti bene, o scritti male. Questo è tutto.
L’avversione del secolo decimonono per il Realismo è la rabbia di Calibano che vede riflesso il proprio viso in uno specchio. L’antipatia del secolo decimonono per il Romanticismo è la rabbia di Calibano che non riconosce il proprio viso quando è riflesso in uno specchio.
La vita morale dell’uomo è materia d’arte, ma la moralità artistica consiste nell’uso perfetto di un imperfetto strumento.
Nessun artista aspira a provare alcunché. Perfino la verità può essere provata.
L’artista non ha preferenze etiche. Una preferenza etica di tal genere costituirebbe per un artista un manierismo stilistico imperdonabile.
Il pensiero e il linguaggio sono per l’artista gli strumenti di un’arte.
Il vizio e la virtù sono per l’artista materia d’arte.
Dal punto di vista formale l’arte suprema è quella del musicista. Dal punto di vista del pathos, tipico è il mestiere dell’attore.
Ogni arte è nel tempo stesso realistica e simbolica.
Chi varca i limiti di tale apparenza lo fa a suo rischio e pericolo.
Chi intende il simbolo lo intende a suo rischio.
L’arte in verità non rispecchia la vita, ma lo spettatore.
Il contrasto delle opinioni suscitate da un’opera d’arte indica che l’opera è nuova, complessa, vitale.
Quando i critici dissentono tra loro, l’artista è d’accordo con se stesso.
Possiamo indulgere verso un uomo che ha fatto qualcosa di utile, purché non l’ammiri. Ma chi ha fatto una cosa inutile può essere scusato solo se egli l’ammira enormemente.
Tutta l’arte è completamente inutile.

Oscar Wilde (Prefazione a “Il ritratto di Dorian Gray”, 1891)
(e Paolo Fresu, ad Oristano, 1 luglio 2009, foto di AM)

* * *

bonus track (per farci del bene):
lascia ch'io pianga (G. F. Haendel)

Paolo Fresu
(tromba)
Roberto Cipelli (piano)
Tino Tracanna (sax)


un'idea messa in scena in wilde oscar, fresu paolo
giovedì, 02 luglio 2009 alle ore 11:49

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Portami nel luogo più triste di Lisbona, ho chiesto a una studentessa della capitale portoghese quando si è offerta di farmi girare la città.
Ogni città ha la sua dose di tristezza. [...] La tristezza di Lisbona è la tristezza dell'impero perduto. Questa è la città da cui diversi navigatori salparono alla conquista del mondo. Oggi è una città che conta mezzo milione di abitanti, considerata di secondo ordine in un continente che non domina più il mondo. È questa la tristezza che descrive il grande poeta portoghese Fernando Pessoa: «Aggiustiamo il passato / come si aggiusta un vestito / Nell'inquietudine che la quiete deve portare nelle nostre vite / Quando tutto ciò che facciamo è pensare a ciò / che eravamo, e fuori / c'è solo la notte».
È risaputo che la poesia è la forma espressiva che meglio comunica la tristezza. Quindi non c'è da meravigliarsi che la città più triste d'Europa che io abbia mai visto abbia anche compiuto lo sforzo più donchisciottesco in cui io mi sia imbattuto negli ultimi anni.
A Lisbona ho incontrato un giovane di nome Changuito, che lo scorso novembre ha aperto una libreria che si chiama Poesia Incompleta, interamente dedicata alla poesia. La libreria consta di due stanze e un giardino; nelle due stanze ci sono scaffali pieni di libri di poesia e, dietro i libri, scatoloni pieni di volumi di poesia non catalogati.
Il negozio non vende nessun altro tipo di libri: niente fiction, non fiction, niente cd, niente giochi, caffè, vino, musica dal vivo, nulla, nessun happening. È un negozio che si frequenta solo se si ama la poesia, ci si siede all'interno o nel giardino e si leggono libri che Changuito e la sua fidanzata comprano durante i loro viaggi in giro per il mondo.
Per me una libreria, che si trovi a Bombay, Roma o New York, passa l'esame in base alla sua sezione di poesia. È da quel reparto che si può capire se il proprietario è lì per passione o per avidità di ricchezza. La maggior parte delle grandi catene di librerie americane relegano la poesia nel retro o nel seminterrato del negozio, come se fosse un segreto colpevole. La poesia non porta soldi a nessuno; è un dono. Da questo punto di vista, la libreria di Changuito è un vero tesoro, un concentrato di doni. Mi ha fatto piacere vedere, ad esempio, sul sito Internet del negozio (poesia-incompleta.blogspot.com), il miglior libro di poesia indiana in lingua inglese degli ultimi anni: "Jeuri" di Arun Kolatkar. È la sola libreria interamente dedicata alla poesia che io abbia mai visto.
Ma chi legge poesia di questi tempi? Tutti noi. Ogni volta che ascoltiamo musica pop, ascoltiamo il testo, un'elegante condensazione di esperienza dentro il linguaggio. Dio ci parla esclusivamente in versi. Quando ci rechiamo in chiesa o in una moschea o in un tempio, le scritture che ascoltiamo o gli inni che cantiamo sono tutti scritti in metri. La poesia ci plasma più di quanto immaginiamo e siamo pronti a riconoscere.
La studentessa cui ho dato l'incarico di portarmi nel luogo più triste di Lisbona mi ha accompagnato, com'era prevedibile, in un piccolo ristorante dove suonano il fado, quella musica esclusivamente triste che parla di perdita. Ma la libreria Poesia Incompleta è un luogo ancora più triste - e non intendo una tristezza nel senso tragico del termine. Il negozio è pieno di saudade, la tristezza nostalgica - quella che lo scrittore turco Orhan Pamuk chiama "huzun", o malinconia, «uno stato d'animo che in definitiva afferma e nega la vita contemporaneamente». Quando ci penso ora, l'impresa impossibile di Changuito nel centro di quella dolorosa città, mi rende inesplicabilmente felice.

Suketu Mehta
(L'Espresso, 25 giugno 2009)

traduzione di Rosalba Fruscalzo


un'idea messa in scena in frammenti di assurdo
martedì, 30 giugno 2009 alle ore 15:34

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materiali videomusicali in deliberato disordine
a cura di Paolo Siracusano

Un posto lontanissimo da Berlino è il fondo del mare.
Vi scende, in uno degli album più importanti della storia (Rock Bottom, 1974), Robert Wyatt. Cade tre volte Robert: ubriaco da un balcone durante una festa, al centro dell’amore per Alfreda Benge, sua attuale compagna, e nelle profondità dell’acqua.
Wyatt era stato fondatore dei Soft Machine (che hanno realizzato, per gli estimatori, il fondamentale Third, 1970, un avvicinamento tra jazz e rock dalla parte del rock, abbastanza speculare a quello tentato, dalla parte del jazz, da Miles Davis con Bitches Brew, sempre nel 1970) e dei Matching Mole. Dice oggi che la sua vita, a partire da quella caduta, che lo ha costretto a un’immobilità parziale, è decisamente migliorata.
Rock Bottom è un disco che segna il passaggio tra due cicli di vite, l’abbandono dello sperimentalismo che travolge le forme, l’approdo a una forma che non rinuncia a nessuno sperimentalismo.
Primo capitolo di questa irripetibile discesa, nell’amore, nel mare e nelle possibilità di una canzone è, appunto, Sea Song (qui in una recente realizzazione live con Annie Whitehead):

Con una certa plausibilità, si è sostenuto che se si dovessero mettere 5 dischi in una sonda spaziale, in rappresentanza del genere umano, uno di questi sarebbe Creuza de mä (1984) di Fabrizio De Andrè.
Come è noto, De Andrè scelse il genovese come idioma sintetico di ogni lingua mediterranea, collegando tutti i popoli di costa attraverso una rete di suoni e simboli che si è rivelata essere perfetta metafora del mare.
Prova della sua ecletticità è invece questa collaborazione occitana con i Troubaires de Coumboscuro, Mis amour (reperibile nell'album del gruppo piemontese, A toun souléi, 1995):

In labirinti di grotte di corallo (in labyrinths of coral caves) scendono invece i Pink Floyd con Echoes (da Meddle, 1971), qui eseguita da David Gilmour e, soprattutto, da Richard Wright, in una delle sue ultime esibizioni:

La produzione memorabile dei Pink Floyd è sterminata, e sarebbe ingiusto tacere le prodigiose qualità liriche e compositive di Roger Waters (meno riconosciute le ultime, senza considerare però che Animals, 1977, e The Wall, 1979, gli appartengono quasi interamente anche sotto il profilo musicale).
Per averne un esempio, basti ascoltare Brain Damage (da The dark side of the moon, 1973), qui in una sorprendente versione acustica:

A partire dalla scissione (1983, The final cut), per cantare la parte di Waters nella famosissima Comfortably numb, Gilmour si è avvalso, tra gli altri (Wright, Bowie, Geldof), anche di Robert Wyatt.
Nell'ultimo album di Wyatt, Comicopera (2007), si trova invece la cover di questa canzone dei CSI, Del mondo (da Ko de mondo, 1994):

È una delle poche che Giovanni Lindo Ferretti ancora esegue. È, dunque, insieme, la testimonianza di un momento storico irripetibile (la nascita, crescita e fine dei CSI) e un prezioso filo conduttore per provare a comprendere la figura di Ferretti, oggi molto controversa.

Iniziato a scendere con Sea Song, Robert Wyatt, sempre in Rock Bottom, raggiunge la profondità assoluta con la coppia di canzoni Alifib/Alifie (entrambe racchiudono il diminutivo di Alfreda Benge).
Il suono delle parole sotto il mare non è più quello che siamo abituati a sentire: il senso sembra disperdersi, eppure, forse, è la canzone d’amore che usa le parole più appropriate e più vere.
Ecco Alifib (di cui esiste una cover, di Saro Cosentino, Morgan e Franco Battiato nell’album tributo The different you, 1998) in una versione live minima e immensa:

R: “Not nit not nit no not
Nit nit foley bololey
Alifi my larder
Alifi my larder
I can't forsake you or
Forsqueak you
Alifi my larder
Alifi my larder
Confiscate or make you
Late you you
Alifi my larder Alifi my larder
Not nit not nit no not
Nit nit foley bololey
Burlybunch, the water mole
Hellyplop and fingerhole
Not a wossit bundy, see ?
For jangle and bojangle
Trip trip
Pip pippy pippy pip pip landerim
Alifi my larder
Alifi my larder

(continua)

rapsodie (1) - about the cosmos
rapsodie (2) - angeli su Berlino
rapsodie (3) - via da Berlino
rapsodie (4) - litri e litri di corallo


un'idea messa in scena in rapsodie
venerdì, 12 giugno 2009 alle ore 12:13

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Volle il compromesso, ma furono in molti a rispondergli no
di Stefano Malatesta

Una volta Enrico Berlinguer ha raccontato a Vittorio Gorresio come nacque l'idea del compromesso storico. Nell'autunno del 1973, il segretario del Pci era rimasto ferito in un incidente automobilistico: immobilizzato nella sua camera da letto leggeva, meditava i casi del Cile, del golpe di Pinochet, faceva paragoni con la situazione italiana. Da queste riflessioni trasse la conclusione che in un paese capitalistico d'Occidente la sinistra, con una risicata maggioranza parlamentare, non sarebbe stata in grado di governare con tranquillità, tanto meno di aprire la strada al socialismo. Ci voleva altro, alleanze più larghe con tutti gli strati e con tutti i ceti che contavano nel paese.
La definizione "compromesso storico" che piacque assai poco a Longo e a numerosi altri dirigenti del Pci, fu ripresa dal "compromesso regio", un' espressione adoperata da Guido Dorso per spiegare il senso ultimo del Risorgimento italiano. Si è variamente disquisito se la strategia del compromesso appartenesse più a Bufalini che a Berlinguer, quando e come abbia influito il gruppo dei cattolici comunisti ispirati da Franco Rodano.
Gli storicisti possono affermare, con buon fondamento, che l'attenzione del Pci verso i cattolici, risale per li rami. Antonio Gramsci, nel 1920, aveva già detto che "in Italia, a Roma c'è il Vaticano, c'è il papa: lo stato liberale ha saputo trovare un sistema di equilibrio con la potenza spirituale della chiesa. Lo stato operaio dovrà anch'esso trovare un sistema di equilibrio". Togliatti, fino dal suo ritorno dall'Urss fece navigare il partito in un'Italia cattolica e borghese, attraverso compromessi ricorrenti. In questo Berlinguer è stato il delfino e l'erede naturale, l'uomo della linea rossa mediana, perchè ce n'erano delle altre. Di suo ha aggiunto una certa tendenza all'austerità, a un cattolicesimo vissuto come sacrificio. Da ragazzo, nel 1947, aveva esortato le giovani comuniste a modellarsi la personalità su Irma Bandiera, (la partigiana) e su Maria Goretti, la santa, secondo la tradizione italiana. Più tardi in qualche maniera difese, anche contro la moglie, cattolica, l'operato di Pio XII durante il fascismo.
Ma il compromesso storico era anche cosa diversa e superiore a una semplice eredità: era un compromesso più compromesso degli altri, il momento, storico appunto, dell'entrata nell' area di governo. E sembrava basarsi su due presupposti: che l'Italia fosse ancora saldamente, profondamente cattolica, come negli anni cinquanta, ai tempi di Togliatti; che la Dc fosse disposta in concreto a quest'alleanza, per lei così innaturale, a una cessione, anche se parziale, dei suoi poteri, a uno svuotamento dall'interno da parte di quello che fino a poco prima era stato il suo primo avversario politico. Il tempo si è incaricato di dimostrare che i due presupposti erano sbagliati o mal concepiti. La vittoria della battaglia per il divorzio, condotta dal Pci con estrema cautela fino all' ultimo momento, rivelò un'Italia diversa da quella immaginata alle Botteghe Oscure. La Dc non si fece svuotare e tenne a distanza i comunisti dai luoghi di potere.
Queste incomprensioni e il fallimento della strategia possono essere ricondotti a numerose cause, a seconda della tecnica storiografica che si adopera. Ma c'è anche una forte componente personale, che risale allo stesso Berlinguer. La battuta di Pajetta, "si iscrisse fin da ragazzo alla direzione del partito", è stata ripetuta infinite volte. Ma contiene un' illuminazione sulla struttura mentale e sulla carriera del segretario del Pci. Berlinguer è entrato nel comitato centrale e nella direzione a 27 anni, è stato segretario giovanile del partito e presidente della gioventù mondiale democratica, ha diretto la sezione organizzativa del Pci, è stato segretario regionale del Lazio e poi vicesegretario e segretario generale. Ma parlamentare solo nel 1968, a 46 anni. Come dire, una vita nel partito, il giovane studioso, capace, paziente, riservato, che piaceva a Togliatti e a Longo, allevato per diventare il massimo dirigente all'interno di quella organizzazione un po' speciale, almeno fino a qualche tempo fa, che era il partito comunista italiano: come un fiore di serra. Molti altri dirigenti, Amendola, Pajetta, più anziani, hanno anche loro vissuto una vita per il partito. Ma insieme a esperienze diverse e traumatiche come il carcere, l'esilio, la resistenza. Berlinguer ha spesso dato a molti l'impressione che fosse un uomo esclusivamente di testa, che calasse dall'alto le sue categorie mentali, elaborate nel suo studio o nella camera da letto: inadeguate per afferrare il grande circo Barnum della realtà italiana. Innumerevoli altri uomini politici, democristiani, socialisti, hanno avuto e continuano ad avere troppo le mani in pasta, fino allo sprofondamento. Lui forse le ha infilate troppo poco. Di qui il senso di austerità, di probità, ma anche di diversità e di anomalia, di segno naturalmente positivo, ma anche negativo. Inoltre queste categorie mentali hanno ovviamente risentito del clima culturale del partito comunista.
Norberto Bobbio ha detto che i comunisti italiani sono socialisti e non lo sanno. Ma quest'essere socialisti è arrivato in ritardo, come in ritardo sono arrivate numerose, giuste scelte che il Pci, guidato da Berlinguer, ha fatto negli ultimi quindici anni. Quando il segretario del Pci, nel giugno 1969, andò a Mosca, quasi un anno dopo l'invasione della Cecoslovacchia, disse di "respingere il concetto che possa esservi un modello di società socialista unico e valido per tutte le situazioni". Era un gesto coraggioso, "nominare il diavolo pluralista nel santuario del dio monolitismo". Ma per i democratici di tutt'Europa, forse poco pensosi della storia del Pci, si trattava di verità lapalissiane, che arrivavano attraverso una marcia troppo lunga. Di nuovo, c'è stato bisogno dello stato di assedio in Polonia per far ricordare a Berlinguer che "una fase si chiude. La spinta propulsiva che ha avuto origine nella Rivoluzione d'Ottobre si è oramai andata esaurendo... è necessario quindi che avanzi un nuovo socialismo fondato sui valori della libertà e della democrazia". Però queste erano cose che diceva Giorgio Amendola nel lontano 1964, quando sulle colonne di "Rinascita" invitava comunisti e socialisti a ridiscutere insieme il proprio passato. Salvo poi ad essere il più duro di tutti e il più "stalinista" nell'accusare e nel far radiare dal partito il gruppo del Manifesto. Se la vittoria "storica" del capitalismo, come oggi spiega "Rinascita", fosse stata avvertita con qualche anticipo, se si fosse fatto qualche convegno in meno sull' operaismo alle Frattocchie e più studi sulle "Joint ventures" e sulle interrelazioni e interdipendenze del mercato occidentale... Ma Berlinguer non è Willi Brandt, e l'Italia non è la Germania o l'Inghilterra, senza nemmeno scomodare Max Weber.
Inoltre, il segretario del Pci, che qualcuno ha descritto come un leader incontrastato, soprattutto dopo la grande vittoria del 20 giugno 1976, ha sempre cercato o dovuto mediare tra le diverse tendenze: prima tra Ingrao e Amendola, poi tra Ingrao e Napolitano, ora tra le variegate posizioni che sono emerse dopo il rilancio dell'alternativa e lo strappo con Mosca. Anche al momento della crisi del Manifesto, Berlinguer cercò di muoversi con delicatezza, di sanare in qualche modo le cause del conflitto: senza successo. Ma mediando mediando, agendo "sull'uno e sull'altro terreno", come ha detto l'anno scorso, al 16 congresso del partito comunista, Berlinguer non sembra essere riuscito a trovare la sintesi, l'idea-forza che trascina. Forse perchè la situazione italiana è quella che è, ingovernabile per definizione, stravolta dagli incoercibili giochi di partito. Forse perchè la mediazione non può esistere e la terza via è solo un'illusione, l'alternativa un miraggio e quelle categorie, di cui si parlava prima, vanno bene per i saggi scritti, non per razionalizzare il Rigoletto continuo che è la realtà italiana.

La Repubblica, 9 giugno 1984

Nota: il teatro vuole ricordare, ma senza agiografie. Ha trovato questo articolo antico, scritto due giorni prima dell'addio, che racconta, ricorda, analizza. E profetizza.
Il teatro ricorda, come si ricordano i momenti dell'infanzia. Le facce svuotate di chi allora si chiamava "compagno". La morte vista e rivista in televisione. Lo sconforto e il lutto.
Oggi tutto è diverso. Oggi tutto è rimasto uguale.
Berlinguer se ne partì di giugno, l'undici, con tutti i suoi sogni e tutti i suoi errori. E noi dove andremo a cercare nuovi sogni, in mezzo a tutti questi orrori?


un'idea messa in scena in appunti partigiani
giovedì, 11 giugno 2009 alle ore 18:53

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C'è chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l'etimologia. Altri invece pensano che la parola provenga dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L'incertezza delle due interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che né coll'una né coll'altra si riesce a dare un preciso senso alla parola.
Naturalmente nessuno si darebbe la pena di studiare la questione, se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. Sembra, dapprima, una specie di rocchetto da refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo; si tratta però soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra loro e di qualità e colore più diversi. Non è soltanto un rocchetto, perchè dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi ad angolo retto un'altra. Per mezzo di quest'ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall'altra, quest'arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che quest'oggetto abbia avuto un tempo una qualche forma razionale e che ora si sia rotto. Ma non sembra che sia così; almeno non se ne ha alcun indizio; in nessun punto si vedono aggiunte o rotture, che dian appiglio a una simile supposizione; l'insieme appare privo di senso ma, a suo modo, completo. E non c'è del resto da aggiungere qualche notizia più precisa, poichè l'Odradek è mobilissimo e non si lascia prendere.
Si trattiene a volta a volta nei solai, per le scale, nei corridoi o nell'atrio. A volte scompare per mesi interi; probabilmente si è trasferito in altre case; ma ritorna poi infallibilmente in casa nostra.
A volte, uscendo di casa, a vederlo così appoggiato alla ringhiera della scala, viene voglia di rivolgergli la parola. Naturalmente non gli si possono rivolgere domande difficili, lo si tratta piuttosto - e la sua minuscola consistenza ci spinge da sola a farlo - come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek» risponde lui. «E dove abiti?» «Non ho fissa dimora» dice allora ridendo; ma è una risata come la può emetter solo un essere privo di polmoni. È un suono simile al frusciar di foglie cadute. E qui la conversazione di solito è finita. Del resto anche queste risposte non sempre si ottengono; spesso se ne sta a lungo silenzioso, come il legno di cui sembra fatto.
E mi domando invano cosa avverrà di lui. Può morire? Tutto quel che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività e in conseguenza di ciò si è logorato; ma non è questo il caso di Odradek. Potrebbe dunque darsi che un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l'idea ch'egli possa anche soppravvivermi quasi mi addolora.

Franz Kafka, Il cruccio del padre di famiglia
in
Un medico di campagna (1914-1917)
trad. it. di Ervino Pocar

l'immagine è un quadro di Carmen Cicero,
Odradek (1959), olio su tela (Collection of the Guggenheim Museum).

 


un'idea messa in scena in kafka franz, frammenti di assurdo
martedì, 09 giugno 2009 alle ore 12:45

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I sogni del mattino: quando
il sole già regna,
in una maturità
che sa solo il venditore ambulante,
che da molte ore cammina per le strade
con una barba di malato
sulle grinze della sua povera gioventù:
quando il sole regna
su reami di verdure già calde, su tende
stanche, su folle
i cui panni sanno già oscuramente di miseria
- e già centinaia di tram sono andati e tornati
per le rotaie dei viali che circondano la città,
inesprimibilmente profumati,

i sogni delle dieci del mattino,
nel dormente, solo,
come un pellegrino nella sua cuccia,
uno sconosciuto cadavere
- appaiono in lucidi caratteri greci,
e, nella semplice sacralità di due tre sillabe,
piene, appunto, del biancore del sole trionfante -
divinano una realtà,
maturata nel profondo e ora già matura, come il sole,
a essere goduta, o a fare paura.

Cosa mi dice il sogno mattutino?
«il mare, con lente ondate, grandiose, di grani azzurri,
si abbatte, lavorando con furore uterino,
irriducibile,
e quasi felice - perché dà felicità
il verificare anche l’atto più atroce del destino -
sgretola la tua isola, che ormai
è ridotta a pochi metri di terra...»

Aiuto, avanza la solitudine!

Non importa se so che l’ho voluta, come un re.

Nel sonno, in me, un bambino muto si spaventa,
e chiede pietà, si affanna a correre ai ripari,
con un’agitazione
che «la virtù dismaga», povera creatura.
Lo atterisce l’idea
di essere solo
come un cadavere in fondo alla terra.

Addio, dignità, nel sogno, sia pur mattutino!
Chi deve piangere piange,
chi deve aggrapparsi alle falde delle vesti altrui,
si aggrappa, e le tira, e le tira,
perché si voltino quelle facce colore del fango,
e lo guardino negli occhi terrorizzati
per informarsi della sua tragedia,
per capire quanto sia spaventoso il suo stato!

Il biancore del sole, su tutto,
come un fantasma che la storia
preme sulle palpebre
col peso dei marmi barocchi o romanici...

Ho voluto la mia solitudine.
Per un processo mostruoso
che forse potrebbe rivelare
solo un sogno fatto dentro un sogno...

E, intanto, sono solo.
Perduto nel passato.
(Perché l’uomo ha un periodo solo, nella sua vita.)

[…]

È giunta l’ora dell’esilio,
forse: l’ora in cui un antico avrebbe dato realtà
alle realtà,
e la solitudine maturata intorno a lui,
avrebbe avuto la forma della solitudine.

E io invece - come nel sogno -
mi accanisco a darmi illusioni, penose,
di lombrico paralizzato da forze incomprensibili:
«ma no! ma no! è solo un sogno!
la realtà
è fuori, nel sole trionfante,
nei viali e nei caffè vuoti,
nella suprema afonia della dieci del mattino,
un giorno come tutti gli altri, con la sua croce!»

[…]

Così mi desto,
ancora una volta:
e mi vesto, mi metto al tavolo di lavoro.
La luce del sole è già più matura,
i venditori ambulanti più lontani,
più acre, nei mercati del mondo, il tepore della verdura,
lungo viali dall’inesprimibile profumo,
sulle sponde di mari, ai piedi di vulcani.
Tutto il mondo è al lavoro, nella sua epoca futura.

Ma quel qualcosa di «bianco»
che a lettere greche
mi presentò, irrevocabile, il sogno conoscitore,
mi rimane addosso - vestito,
al tavolo da lavoro.
Marmo, cera, o calce
nelle palpebre, agli angoli degli occhi:
il biancore gioiosamente romanico,
perdutamente barocco, del sole nel sonno.

Di quel biancore fu il sole vero,
di quel biancore furono i muri delle fabbriche,
di quel biancore
fu la stessa polvere (nei pomeriggi secchi, quando
il giorno prima è un poco piovuto),
di quel biancore furono gli stracci di lana,
le giacchette bige e i calzoni sfilacciati
degli operai
che avrebbero potuto essere ancora partigiani:
di quel biancore
fu la calura della nuova primavera,
oppressa dal ricordo di altre primavere
sepolte da secoli
in quegli stessi sobborghi e paesi,
- e pronte, Dio!,
pronte a rinascere,
su quei muretti, su quelle strade.

Su quei muretti, su quelle strade,
imbevuti di strano profumo,
dove fiorivano rossi nel tepore
i meli, i ciliegi: e il loro colore rosso
aveva una brunitura, come
se fosse immerso in un’aria di caldo temporale,
un rosso quasi marrone, ciliegie come prugne,
pometti come susine, che occhieggiavano,
tra le brune, intense
trame del fogliame, calmo, quasi la primavera
non avesse fretta,
volesse godersi quel tepore in cui fiatava il mondo,
ardente, nella vecchia speranza, d’una nuova speranza.

E su tutto, lo sventolio,
l’umile, pigro sventolio
delle bandiere rosse, Dio!, belle bandiere
degli anni Quaranta!
A sventolare una sull’altra, in una folla di tela
povera, rosseggiante, di un rosso vero,
che traspariva con la fulgida miseria
delle coperte di seta, dei bucati delle famiglie operaie
- e col fuoco delle ciliegie, dei pomi, violetto
per l’umidità, sanguigno per un po’ di sole che lo colpiva,
ardente rosso affastellato e tremante,
nella tenerezza eroica d’un’immortale stagione!

 

Pier Paolo Pasolini
da
Le belle bandiere
in Poesia in forma di Rosa (1964)

[l'immagine è un concept di Michele Porsia e Alessandro Melis per il 25 aprile 2006]


un'idea messa in scena in pasolini pier paolo, appunti partigiani
domenica, 07 giugno 2009 alle ore 13:06

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materiali videomusicali in deliberato disordine
a cura di Paolo Siracusano

Da Berlino transita anche David Bowie e, con lui, il rock che sarebbe stato dopo. La cosiddetta trilogia berlinese è composta da Low (1977), Heroes (1977), Lodger (1979). Ma, già nel 1973, nel concept-album Berlin, Lou Reed ambienta disfacimenti coniugali in un interno. Molti lo considerano il suo capolavoro, ben più dell’icon(oclast)a Transformer, di appena un anno precedente.
Ecco Berlin, in versione live con John Cale dei Velvet Underground:

Lou Reed (con altri, tra cui Diamanda Galas e Franco Battiato) sostiene che Antony Hegarty (leader del gruppo newyorkese Antony and the Johnsons) sia un genio e ascoltarlo un’esperienza indimenticabile.
C’è da credergli, per come interpreta la sua Frankenstein (da Hope there's someone, EP 2005, adattata in italiano da Franco Battiato col titolo Del suo veloce volo, e cantata in duetto con lo stesso Antony in Fleurs 2, 2008):

Nel 2007, Reed torna metaforicamente a Berlino, nel documentario/concerto Berlin di Julian Schnabel. Tra i musicisti coinvolti nel progetto, Antony Hegarty.
Lou Reed, visibilmente commosso, ha centomila rughe: provoca deferenza nelle sequoie, mentre Antony è inarrivabile quando sussurra: what do you think I’d see/if I could walk away from me. Da The Velvet Underground (1969), Candy Says:

A Berlino tornano, dopo esservi nati da CCCP, Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti, per terminare, con un aspro litigio (e con CoDex, nel 2000), il loro sodalizio. Di qualche anno prima è invece Nessuno fece nulla, dei CSI, (rintracciabile in Noi non ci saremo, vol. II, 2002).

Ai loro albori, i CCCP li salmodiavano in Live in Pankow (Ortodossia, 1984, poi in Live in Punkow, 1996): per andare, e tornare, via da Berlino, il treno dei Kraftwerk è forse l’unico possibile (da Trans Europe Express, 1977):

(continua)

rapsodie (1) - about the cosmos
rapsodie (2) - angeli su Berlino
rapsodie (3) - via da Berlino
rapsodie (4) - litri e litri di corallo


un'idea messa in scena in rapsodie
sabato, 23 maggio 2009 alle ore 12:12

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"...magari qualcuno penserà di imbalsamarla, la Memoria, e di esporla in un museo, in una teca di silenzio. Una prospettiva così mi fa orrore, Kora, quanto la fine della mia voce di griot che muore.
E' il pensiero più insopportabile che ho: non aver potuto tramandare la fetta del mio sapere a nessuno è un torto che faccio all'Umanità. Una biblioteca immensa si dissolverà, stanotte, tra i vapori oceanici.
E io
non posso
farci
niente."

dal romanzo "Undici"
di Savina Dolores Massa
Nuoro, il Maestrale, 2008


un'idea messa in scena in hanife ana, massa savina dolores
giovedì, 21 maggio 2009 alle ore 00:09

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17 maggio 2009
Giornata mondiale contro l'omofobia

Pierre Seel nasce ad Haguenau, una città della francese Alsazia, troppo, troppo vicina alla Germania, il 16 agosto del 1923. La sua è una tranquilla famiglia cattolica. Nessuno ha mai sentito parlare di lui, fino al 1982.
Gli uomini come Pierre Seel devono vivere così. Ci si nasconde, si tace. Si vive a verità condizionata. Finché un giorno accade qualcosa.
“Qualcosa” fu, per Pierre Seel, sentire il suo vescovo, il vescovo di Strasburgo, pronunciare una frase che lo consegnava, con tutta la porpora, l’anello e il pastorale, agli annali della storia della vergogna: “gli omosessuali sono dei malati”, scandì il vescovo Elchinger in una imprecisata mattina, o pomeriggio, o sera di esatta compiaciuta idiozia.
Allora non ci si può più nascondere, forse questo ha pensato Pierre Seel.
Allora arriva il momento del grido, composto certo, ma che si senta.
Nel 1982 esce nelle librerie francesi l’autobiografia “Io, Pierre Seel. Deportato omosessuale”, subito tradotta in tedesco e in inglese con il significativo sottotitolo “La liberazione era per gli altri.”

La storia di Pierre Seel incomincia da un orologio rubato.
È il 1939, Pierre ha 16 anni. Denuncia il furto. Dove è avvenuto il fatto? Chiede il commissario. Pierre risponde.
Non possiamo esserne certi, ma non è difficile ipotizzare una smorfia  nel volto dell’uomo di legge. Il parco dove l’orologio si perde, dove il tempo si ferma, è noto in città come luogo d'incontro omosessuale. L’uomo di legge deve fare il suo dovere. E il nome di Pierre entra in uno schedario. La burocrazia, questa temibile sorellastra del destino.
La Francia è invasa, l’Alsazia è troppo, troppo vicina alla Germania nazista.
Pierre aderisce alla Resistenza.
Non passano che pochi mesi. Nel 1940, a 17 anni, Pierre è convocato dalla Gestapo. Chissà se qualcuno ha mai ringraziato il commissario per il suo incontenibile zelo.
Pierre, per paura di ritorsioni sulla sua famiglia, si reca al posto di polizia. Viene arrestato, interrogato e torturato, per due settimane:

"Sulle prime pensammo di poter sopportare le violenze, ma in seguito divenne impossibile. La macchina della violenza ebbe una accelerazione. Urtati dalla nostra resistenza, le SS hanno cominciato a strappare le unghie ad alcuni prigionieri. Furiosi hanno divelto le assi su cui ci avevano costretto a stare in ginocchio e le hanno usate per stuprarci. Le budella  straziate. Il sangue è sprizzato dappertutto. Nelle orecchie sento ancora quei gemiti e quelle urla di dolore." [pp. 25-26]

Il 13 maggio del 1941, Pierre Seel e i suoi compagni sono deportati e internati nel campo di concentramento di Schirmek, a 30 chilometri da Strasburgo.

"Privati dei nostri vestiti sporchi, ci furono date le uniformi del campo: camicie simili a quelle di forza e pantaloni di tessuto ruvidissimo. Ho visto un piccolo, misterioso rettangolino blu sulla mia camicia e sul berretto. Era parte di un indecifrabile codice di prigionia conosciuto solo dai nostri carcerieri. Secondo alcuni documenti, che solo alla fine ho potuto controllare, 'blu' stava per 'cattolico' o 'asociale.' In questo campo blu stava anche per omosessuale." [pp. 29-30]

L’orrore.
L’orrore è il paradosso che consente ad un orologio fermo di continuare ad avanzare, meccanico, nel suo insostenibile pulsare. L’orrore dell’ingranaggio che non si ferma, della macchina del male che non sa saziarsi del peggio.

"Intanto passavano giorni, settimane, mesi. Ho trascorso sei mesi, dal maggio al novembre del 1941, in un luogo dove l'orrore e la barbarie erano legge. Ma non ho ancora descritto la prova peggiore che ho subito. E' accaduta durante le prime settimane al campo e ha contribuito più di qualsiasi altra cosa a fare di me un'ombra silenziosa, obbediente fra le altre ombre.
"Un giorno gli altoparlanti ci ordinarono di presentarci immediatamente all'appello. Urla e grida ci spingevano là senza indugi. Circondati dalle SS, abbiamo dovuto formare un quadrato e restare sull'attenti, come facevamo la mattina per l'appello. Il comandante è arrivato con il suo intero staff. Ho pensato che stesse per picchiarci ancora una volta con la sua fede cieca nel Reich, accompagnando il tutto con la solita serie di comandi, insulti e minacce - emulando l'infame atteggiamento del suo capo, Adolf Hitler. Ma la prova in effetti era peggiore: un'esecuzione.
“Due uomini delle SS hanno portato un giovane al centro del quadrato. Inorridito, ho riconosciuto Jo, il ragazzo che amavo, appena diciottenne. Non l'avevo ancora incontrato al campo. Era arrivato prima o dopo di me? Non ci eravamo visti nei giorni che avevano preceduto la mia consegna alla Gestapo.
"Ero gelato dal terrore. Avevo pregato perché non fosse nelle loro liste, sfuggito alle retate, risparmiato dalle loro umiliazioni. E invece era lì di fronte ai miei occhi impotenti, colmi di lacrime. Diversamente da me, non aveva consegnato lettere pericolose, affisso manifesti o firmato dichiarazioni. E tuttavia era stato catturato e adesso stava per morire. Cosa era accaduto? Di cosa lo stavano accusando quei mostri? Nella mia angoscia ho dimenticato completamente la motivazione della sentenza di morte.
"Gli altoparlanti trasmettevano musica classica a volume molto alto mentre le SS gli strappavano i vestiti di dosso lasciandolo nudo e gli ficcavano un secchio in testa. Poi gli hanno aizzato contro i loro feroci Pastori Tedeschi: i cani lo hanno azzannato all'inguine e tra le cosce, e lo hanno sbranato proprio lì di fronte a noi. Le sue grida di dolore erano distorte e amplificate dal secchio sulla testa. Ho sentito il mio corpo irrigidito vacillare, gli occhi sbarrati dall'orrore, le lacrime mi correvano giù irrefrenabili, ho pregato perché la sua potesse essere una morte rapida.
"Da allora è accaduto spesso che mi sia svegliato urlando nel cuore della notte. Per cinquanta anni quella scena è passata e ripassata continuamente nella mia mente.
Non dimenticherò mai il barbaro assassinio del mio amore - davanti ai miei occhi, davanti ai nostri occhi, perché lì c'erano centinaia di testimoni. Perché stanno ancora zitti oggi? Sono tutti morti? E' vero che eravamo fra i più giovani del campo e che è passato molto tempo da quei giorni. Ma sospetto che alcuni preferiscano tacere per sempre, impauriti dal rivangare i ricordi, quell'episodio tra i tanti altri. Quanto a me, dopo decenni di silenzio mi sono deciso a parlare, accusare, testimoniare."
[pp. 42-44]

Però. Però ogni deserto possiede miraggi, ogni abisso una feritoia a cui aggrappare un tentativo di sopravvivenza. Si deve riuscire a tornare, fosse anche solo per conservare in vita, dentro di sé, la fiamma viva di una memoria:

“L'autunno aveva preso il posto dell'estate. La foresta aveva i colori del fuoco intorno a noi. Oltre il filo spinato la natura - potevamo vederlo - sfoggiava generosamente la propria bellezza.  Spesso, mentre fissavo il Vosages, che stava cominciando a diventare bianco per la neve, desideravo che qualcosa accadesse - qualsiasi cosa, non importava quanto terribile, a patto che mettesse fine alla nostra routine di avvilimento e a questo apparato di abusi.
"Qualche volta quando la nebbia mattutina si dissolveva guardavo, insieme agli altri, una statua della Vergine in piedi su una delle torri del castello nella valle, dal lato della montagna. Lo sguardo di diversi prigionieri correva in quella direzione. Non dicevamo nulla, ma so quello che passava per la mia mente, e, senza dubbio, anche in quella dei miei compagni: la sola cosa che avesse ancora senso - tornare a casa, per ritrovare le cose amate, dormire nei nostri letti, nelle nostre stanze. Tornare a casa."
[pp. 45-46]

Non ancora. Trasferito in vari campi di concentramento, Pierre è infine arruolato a forza nell’esercito tedesco: in quanto alsaziano parla correntemente sia il tedesco che il francese. Combatte sul fronte russo. L’orologio fermo non sa fermarsi.
Infine, arriva la Liberazione.
Chiamiamola così, anche se Pierre non si libera della vergogna che il mondo impone, anche se per decenni non riesce a raccontare i motivi reali della sua deportazione, il meccanismo inceppato che lo ha condotto all’inferno del lager.
Pierre, dopo la Liberazione, tace. Si sposa, ha tre figli.
Poi succede “qualcosa”.
Succede l’abbaiare di un nuovo cane, succede che la rabbia non è più contenibile.
E Pierre scrive.
E poi parla, racconta, concede interviste. In una battaglia lunga, per riuscire infine ad ottenere il riconoscimento di deportato omosessuale dallo stato francese.
Dopo anni di dolore silenzioso, dopo gli insulti di un vescovo, essere riconosciuto vittima dell’Olocausto non gli basta più.
Il silenzio non è più sopportabile, se le associazioni di ex-deportati e di partigiani rifiutano di ammettere gli esponenti del movimento di liberazione omosessuale alle cerimonie in memoria delle vittime del nazismo. Se nei giorni della memoria le corone di fiori portate dagli omosessuali vengono distrutte.
Pierre allora parla ancora, racconta, concede interviste. Insiste.
È grazie soprattutto alla sua testimonianza se oggi in Francia gli omosessuali, gli ex deportati e i partigiani ricordano insieme l’orrore.

Pierre Seel è morto a Tolosa il 25 novembre 2005.

"Quando sono in preda all'ira prendo il cappello e la giacca e cammino spavaldo per le strade. Immagino di camminare per cimiteri che non esistono, luoghi di riposo di tutti i morti che turbano la coscienza dei vivi. E mi pare di urlare. Quando accadrà finalmente di veder riconosciuto pubblicamente l'orrore della deportazione Nazista degli omosessuali? Nel mio condominio e nel mio quartiere molta gente mi saluta, gentilmente mi ascoltano e mi chiedono a che punto è il mio caso. Sono grato ed apprezzo il loro appoggio. Ma cosa posso dir loro?
"Quando finisco di vagabondare torno a casa. Quindi accendo la candela che arde continuamente nella mia cucina quando sono solo. Quella fiamma è in memoria di Jo."
[ p. 140]

AM, da notizie web.
I brani dell'autobiografia (tradotti da Marina La Farina) sono tratti da qui.


un'idea messa in scena in con parole mie, seel pierre
domenica, 17 maggio 2009 alle ore 16:17

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Le mani che pregano e quelle che respingono
di Francesco Merlo


Quei guanti di lattice, che servono a non toccare l'orrore, sono come il nostro pensiero, come i nostri ragionamenti sull'immigrazione-sì e l'immigrazione-no, le quote, i conteggi, i controlli, le leggi. Le guardie di finanza usano guanti di gomma e noi usiamo guanti mentali. Proprio come loro li indossiamo per non entrare in contatto con il male fisico, con la sofferenza dei corpi.
Ma bastano una, due, tre foto come queste per farci scoprire la fisicità. Le guardiamo infatti senza più la mediazione della logica, ne percepiamo l'efferatezza e la bruttura. E saltano i ragionamenti, non c'è più bibliografia, spariscono i distinguo del "però questo è un problema complesso". Ecco dunque la banalissima verità che sta dietro ai nostri dibattiti, al nostro accapigliarci sull'identità e sulle frontiere: stiamo buttando fuori a calci in faccia dei poveretti che ci pregano in ginocchio stringendo le mani delle nostre guardie di finanza, mani schifate e dunque inguantate.
E ci cade a terra anche la penna perché l'occhio è molto più veloce e diretto dell'intelligenza con la quale siamo abituati a mentalizzare il mondo. Ci cade la penna perché capire e spiegare è già tradire l'orrore, significa infatti infilarsi il guanto dell'orientamento politico, dei libri che abbiamo letto, della nostra battaglia contro la xenofobia, significa parlare dell'esplosione demografica e del deflusso inarrestabile dell'umanità dai paesi dell'infelicità a quelli dell'abbondanza... E invece qui non si tratta né di cultura né di generosità, qui il pensiero si mostra per quel che è: un guanto di lattice, appunto.
Qui ci sono da un lato i corpi tozzi, grassi e forti della Legge, la nostra legge, e dall'altro lato i corpi umiliati e maltrattati dei disperati che non vogliamo in casa nostra e che respingiamo. E nella loro sofferenza c'è un surplus di mistero che non si esprime necessariamente nella magrezza e nelle cicatrici perché - guardateli bene - quei corpi avviliti sono ben più vigorosi dei corpi sformati degli aguzzini che ci rappresentano, degli italiani "brava gente" con il manganello. Sembrano addirittura più sani, certamente sono più vivi.
Dunque ancora una volta è l'occhio l'organo vincente. Ancora una volta scopriamo che la mente ci abitua a non vedere le cose. E' infatti facile dire che in casa nostra devono entrare solo quelli che hanno un permesso di lavoro e che ci vuole un legge per facilitare le espulsioni dei clandestini. Grazie alle foto dei reporter di Paris Match ora sappiamo che tutto questo significa una scarponata sulle dita di una mano aggrappata alla murate di un'imbarcazione , o un pugno sui denti o...

[...] Davanti a queste foto ragionare diventa un crampo. Guardate che cosa è la fisicità della politica della dolce e bella Italia: respingere a calci, prendere di peso gli infelici e buttarli fuori dalla Bovienzo che fa servizio da Lampedusa a Tripoli, portarli davanti alle coste libiche e far credere loro che è ancora Italia, trascinarli a terra nudi. E non sono foto di scena, immagini di un film, non sono finzioni. E' davvero questa la nostra politica, con un rapporto stretto tra quello che qui stiamo vedendo e quello che qui non si vede. La nave Bovienzo infatti è come le nostre strade di notte dove piccole creature nere si vendono ai camionisti. La Bovienzo è la violenza sulle donne, anche quella che ci viene restituita in forma di stupro. La Bovienzo sono i soprusi e il disprezzo per i miserabili. La Bovienzo sono le ronde razziste e i barboni bruciati. La Bovienzo è l'Italia dei mille divieti e dei mille egoismi. La Bovienzo è l'Italia generosa che è diventata feroce per paura. La Bovienzo è l'Italia che guardando queste foto si riconosce irriconoscibile: ma davvero siamo noi?

Francesco Merlo
La Repubblica, 15 maggio 2009

Nota: Le foto sono tratte dal reportage della rivista Paris Match,
realizzato sulla nave "Bovienzo" da François De Labarre.
Il francese è faticante, ma è lettura doverosa:
(1) Immigrants: le rêve brisé
(2) Le drame des clandestins


un'idea messa in scena in appunti di psicoterapia politica
venerdì, 15 maggio 2009 alle ore 23:52

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